Cristina Zavalloni – PIAF! Live at Auditorium (Auditorium Parco della Musica Records, 2026)

Cantante jazz dal talento cristallino, Cristina Zavalloni è cresciuta sin da piccola a contatto con la musica, vivendola prima da figlia d’arte accanto al padre Paolo, poi intraprendendo un personale percorso formativo che, nel tempo, è stato improntato sempre di più verso l’eclettismo. Dopo essersi avvicinata all’improvvisazione, ha approfondito lo studio del canto e della composizione in conservatorio, per poi dar vita ad un cammino artistico che l’ha vista interprete prediletta del compositore olandese Louis Andriessen, e attraversare in modo del tutto naturale il jazz d'avanguardia, il teatro musicale, la world music e il cantautorato di ricerca. Tutto questo si è tradotto in una discografia tanto ricca, quanto audace in cui spiccano "Scoiattoli confusi" (1999) inciso con il pianista Stefano De Bonis, "Idea" (2006) e "La donna di cristallo" (2012), passando per "The Soul Factor" (2014) in cui ha incrociato il pianismo visionario di Uri Caine, fino all'introspezione acustica di "For the living" (2020) e all'elegante rilettura cinematografica di "Parlami di me, le canzoni di Nino Rota" (2022) per giungere al commovente omaggio al repertorio dello Zecchino d’Oro con “popOFF!” in compagnia di Paolo Fresu, Cristiano Arcelli, Marco Bardoscia, Dino Rubino e il Quartetto Alborada. Il suo nuovo album "PIAF! Live at Auditorium", nasce nel 2023 dalla proposta della RSI Radiotelevisione Svizzera Italiana realizzare un programma interamente dedicato a Édith Piaf e vede la cantante bolognese affiancata da un sestetto d’eccezione composto da Cristiano Arcelli (sassofono), Giancarlo Bianchetti (chitarra), Manuel Magrini (pianoforte), Stefano Senni (contrabbasso) e Alessandro Paternesi (batteria). Registrato dal vivo, il disco è un vero e proprio atto d’amore, un omaggio sentito ed appassionato al repertorio dell’immensa Édith Piaf e affonda le sue radici nella memoria personale dell'artista, sbocciando dai ricordi d'infanzia e dai lunghi viaggi in automobile con il padre, durante i quali una giovanissima Zavalloni cantava a squarciagola i successi della leggendaria môme, “cercando di arrotare la R e spiegare la voce di petto come piaceva a lui, conscia del suo occhio vigile sempre puntato su di me” racconta la Zavalloni. “Édith Piaf è stata testimone inconsapevole della nostra storia. La associo a lui e credo sia per questo che quelle canzoni continuano a parlarmi”. È un amore primigenio che si sposa ora con la matura adesione alla lingua e alla cultura francese, restituendoci un suono denso, materico e squisitamente nomade. La chanson parigina, in questo viaggio, viene spogliata di ogni leziosità retrò e avvolta da arrangiamenti curatissimi, essenziali ma a tratti spigolosi, firmati in tandem dalla stessa Zavalloni e dal sassofonista Cristiano Arcelli. Ascoltando “PIAF! Live at Auditorium”, ciò che colpisce immediatamente è la distanza da qualsiasi tentazione museale. Gli arrangiamenti non cercano di ricostruire artificialmente l’atmosfera di una Parigi perduta: la riportano piuttosto dentro un piccolo ensemble jazzistico, dove pianoforte, chitarra, contrabbasso, batteria e sassofono costruiscono una trama mobile, elastica, spesso essenziale. Il suono di Manuel Magrini e Giancarlo Bianchetti offre alla voce una cornice armonica raffinata, mentre Stefano Senni e Alessandro Paternesi sostengono il repertorio con una ritmica capace di passare dalla pulsazione più morbida al movimento più nervoso senza mai trasformare la canzone in un semplice esercizio di stile. Il soprano di Cristiano Arcelli aggiunge invece quella componente lirica e malinconica che permette al materiale francese di respirare in una dimensione quasi cameristica. Ad aprire il disco è "L'accordéoniste", in cui l'ensemble distilla un'atmosfera virata in chiave quasi noir, per poi deflagrare nella potenza iconica di "Non, je ne regrette rien", smontata e ricostruita con un incedere ritmico che ne esalta la fierezza senza mai cedere a facili sentimentalismi. La poliritmia, tipica delle esplorazioni world-jazz più raffinate, diventa protagonista nell'arrangiamento travolgente de "La foule", che restituisce il senso di vertigine e smarrimento originario attraverso un interplay serratissimo tra il pianoforte di Magrini e la propulsione ritmica, preparandoci all'intensa nudità emotiva di "Mon Dieu"; qui la vocalità della Zavalloni si fa ancora più intensa, sussurrata e straziante, rinunciando alla mimesi per cercare la verità del verso. Si procede tra i chiaroscuri sonori esplorando una rilettura raffinatissima di "La vie en rose", che rifugge intelligentemente l'effetto cartolina turistica per indagare pieghe armoniche inaspettate, seguita a ruota dai battiti incalzanti di "Padam padam", dove la penna di Arcelli trasforma l'originario valzer in una danza sghemba dai contorni contemporanei. Dopo una suggestiva "Intro" strumentale che fa respirare l'architettura dell'ensemble, mettendo in luce l'eccezionale sensibilità del contrabbasso di Senni, l'album ci regala una delle sue vette più narrative con "Albergo a ore (Les amants d'un jour)": il dramma dei due amanti si dipana attraverso il celebre adattamento testuale italiano, reso da Cristina con una teatralità asciutta e vibrante, degna della migliore tradizione del teatro-canzone. Il viaggio sonoro prosegue incrociando i fantasmi dei marciapiedi di Montmartre nella spavalda "Milord", trascinante e ironica, impreziosita dai guizzi bohémien della chitarra e dai vibranti assalti dei fiati, per tuffarsi poi senza esitazioni nel vortice surreale di "Mon manège à moi". L'apice del pathos è affidato a una struggente "Hymne à l'amour", interpretata con un rispetto profondo e lancinante, e alla conclusiva, dolcissima "Plus bleu que tes yeux", brano che chiude il cerchio di questo incantesimo live, lasciando vibrare nell'aria della sala un senso di calda pacificazione. “PIAF! Live at Auditorium” funziona dunque perché comprende una verità fondamentale della grande canzone: le melodie non appartengono per sempre a chi le ha rese celebri. Continuano a vivere quando qualcuno trova il coraggio di attraversarle nuovamente, senza reverenza e senza tradimento. Cristina Zavalloni lo fa con rispetto, ma soprattutto con libertà, accompagnata da un sestetto di musicisti che trasforma la chanson in materia jazzistica, elastica e contemporanea. 


Salvatore Esposito

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