Sono passati quasi sette anni dal primo frutto della collaborazione tra Elaha Soroor e Kefaya. “Songs of Our Mothers” colpì la scena per la cura con cui canti popolari afghani tramandati oralmente di madre in figlia erano stati trasformati in un’architettura sonora contemporanea, attraversata da elettronica, jazz, dub e rock. Costruendo su quell’esperienze, la formazione ritorna con “Our Freedoms Must Be Won”, un disco che mantiene la vocazione alla contaminazione musicale, spostando però il centro della propria riflessione dalla memoria culturale ad esperienze più ampie di esilio, migrazione e separazione. Il titolo è programmatico, parla della e alla situazione contemporanea di guerra, autoritarismo, migrazione e violenza. Anziché un ritorno, il disco è l’evoluzione di un’idea che esplora storie e tradizioni ai margini, e la crescita di un rapporto musicale sviluppatosi tra palco e studio nella diaspora. Elaha Soroor nasce infatti in Iran da una famiglia di rifugiati afghani di etnia Hazara. Dopo l'affermazione ad Afghan Star nel 2009 e una serie di minacce legate al suo impegno artistico e politico, Soroor si sposta in Europa dove comincia la collaborazione con Giuliano Modarelli (chitarre), Al MacSween (tastiere e sintetizzatori) e Joost Hendrickx (batteria), il nucleo di Kefaya.
Se la sorgente del primo album era il materiale tradizionale, “Our Freedoms Must Be Won” si rapporta con la tradizione in maniera più fluida. Poesie contemporanee, testi originali, filastrocche afghane e materiali della tradizione hazara appaiono incastonati all’interno di una scrittura completamente originale e sicuramente più contemporanea. Rimane difficile ricondurre il sound risultatane a un unico genere. Sintetizzatori, chitarre distorte, bassi profondi, groove ipnotici e una vasta gamma di sintetizzatori costruiscono il linguaggio principale partendo da matrici folk anziché sovrapporsi su di esse. In un certo senso, il lavoro parla di musicisti che, rispetto al 2019, si son fatti più urbani, più Londinesi, pur rimanendo saldamente globali e unicamente connessi alle loro radici culturali.
La scelta musicale si presta sicuramente alle tematiche trattate nel lavoro, che non parla di frontiere, migrazione ed esilio solo attraverso le lenti di perdita e ingiustizia, ma si concentra sul potenziale umano che emerge in queste circostanze. La libertà evocata dal titolo non è dunque presentata come una condizione astratta o personale, ma come un fenomeno fragile costruito sul rapporto tra esperienza personale e dimensione politica collettiva, da coltivare e conquistare tramite atti di solidarietà. “Masoma” riflette sull’intersezione tra queste dimensioni. Il brano emerge dai versi scritti da Elaha per la sorella da cui è separata da oltre un decennio, riflettendo sul costo umano di frontiere e migrazione attraverso una prospettiva intima e personale. “I Ran & Ran (Leaving Crumbs)” gioca in modo simile riprendendo una filastrocca tradizionale hazara e utilizzandola in un brano che descrive la tragedia dell’esilio. Musicalmente, il pezzo sembra correre con la cassa in quattro, ma lo fa con una leggerezza spensierata comunicata da un alternarsi di frasi maggiori tra la chitarra e il sintetizzatore basso. Qui il tema della resistenza trattato dal disco sembra passare attraverso il corpo, come a voler comunicare aldilà di lingue ed esperienze. “A Bright Gaze” racconta la risposta ad un episodio avvenuto a Vienna nel 2024 durante un evento sulla cultura Hazara a cui l’ensemble ha partecipato. I manifesti pubblicitari della serata vennero strappati per silenziare la performance, ma anziché concentrarsi sull’intimidazione, la canzone celebra la solidarietà che si sprigionò in risposta ad essa. Costruito su un ritmo Afghano in 7/8 rielaborato in un contesto synth-rock, il brano cattura la logica del disco: trasformare il conflitto in un momento di connessione ma senza cancellarlo.
Il collettivo dimostra una notevole abilità nell’adattare la propria scrittura a materiali e contesti differenti. La chitarra di Modarelli si muove sinuosamente tra ornamenti che richiamano strumenti dell’Asia meridionale, del Medio Oriente e anche dell’Africa occidentale, mentre MacSween e Hendrickx consolidano basi ritmiche e armoniche in grado di sostenere tanto la dimensione ipnotica quanto quella più aggressiva della musica. La presenza di Elaha, con una voce allo stesso tempo delicata e potente, rimane il punto di riferimento melodico e narrativo dell’ensemble. Il risultato è un disco che coglie l’eredità del primo lavoro e si impegna a guardare alla diaspora come una condizione personale e presente, costruita da distanze spaziali, legami (personali e culturali) erosi ed interrotti, ma anche da nuove comunità e collettività. Allo stesso modo, la musica permea i confini geografici e stilistici, e funge da megafono per chiedere, forte e chiaro, di riflettere su cosa significhi attraversarli, e su cosa sia possibile costruire dall’altra parte. Tradizione, memoria e scrittura contemporanea si sovrappongono continuamente per rafforzare messaggi affidati a testi in persiano, ma con titoli in inglese. Queste complessità riflettono le sfaccettature di chi canta, ma, allo stesso tempo, puntano esplicitamente il dito verso chi deve iniziare ad ascoltare.
Edoardo Marcarini
Tags:
Europa
