New Era Quartet – Bridge to Svedah (Snail Records, 2026)

Uscito la scorsa primavera, questo album delicato e profondo ha raggiunto velocemente la vetta della World Music Charts Europe, arrivando al secondo posto in agosto e al primo a settembre. Non stupisce, perché non ha lasciato indifferenti diverse categorie di ascoltatori. Da un lato quelli che conoscono il New Era Quartet, ensemble d’archi giovane – formatosi dentro una tradizione musicale piuttosto canonica, quella classica dei conservatori e dei concorsi internazionali – e che, probabilmente, hanno compreso fin dalla prima ora che covava qualcosa di speciale. Dall’altro lato quelli affascianati dalle musiche legate alle espressioni popolari e di tradizione orale. Dall’altro ancora gli ascoltatori che sussultano non tanto e non solo quando i generi si mischiano, ma quando si insinuano strutturalmente e con armonia l’uno nell’altro, partendo sì dalla sperimentazione musicale ma prima ancora dalla ricerca profonda, dall’animo stesso dei musicisti e dalla forza irresistibile dei repertori con cui si misurano. Allora, andiamo per gradi. Il quartetto è una formazione italo-bosniaca, composta da musicisti giovani e di frontiera: Kristina Mlinar e Teodora Kaličanin ai violini, Francesca Senatore alla viola e Alessandro Pietro Dore al violoncello. Nasce nel 2021 al Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste e si avvia sulla strada delle esibizioni, riscuotendo grande successo sia in Italia che all’estero. Nei primi anni è questa l’attività principale: suona, compone, esegue, gira in tournée, ascolta, assorbe e si guarda intorno, riceve riconoscimenti di livello (Premio Nazionale delle Arti, Premio Speciale al Concorso Internazionale di Musica da Camera “Giulio Rospigliosi”, Premio “Lilian Caraian”, Premio Giovani Eccellenze per la Musica d’Insieme a Trieste e molti altri). Poi inizia a meditare su un progetto originale dedicato al repertorio delle “sevdalinke”, che unisce tradizione popolare e linguaggio cameristico. E qui siamo alla musica popolare: il termine “sevdalinka”, o anche “svedah” (come recita il titolo dell’album), indica un genere musicale di tradizione orale della Bosnia-Erzegovina. Un repertorio e uno stile – originariamente solo canori – che potremmo paragonare al fado portoghese (tanto per avere qualche coordinata), caratterizzato da un andamento ritmico e melodico disteso e languido, e dalla trattazione di temi legati all’amore e alle sofferenze che questo induce. È un genere che non si è misurato granché con la parte occidentale dell’Europa, e che ha raramente e con scarso successo travalicato l’Adriatico (un tentativo in questa direzione è stato quello dei Mostar Sevdah Reunion, ensemble formatosi a Mostar alla fine del secolo scorso), ma ha molto da dire, come dimostrano alcuni dei suoi interpreti più importanti (tra cui Josipa Lisac, Željko Bebek, Ibrica Jusić e Amira Međunjanin). E come dimostra anche il modo in cui si è intersecato alla storia politica e culturale della Bosnia della metà del Novecento, soprattutto con la fondazione di Radio Sarajevo, che ha ingaggiato fin da subito molti “sevdalije” del tempo, come Zaim Imamović, Himzo Polovina, Beba Selimović. L’intento del quartetto è quello dell’indagine (come dicevamo – e qui entriamo nel terzo polo di cui sopra), non solo musicologica (anche se ha un ampio spazio nella sperimentazione e nella verifica degli spazi di convergenza) ma anche culturale. Si potrebbe dire che l’ensemble si apre quanto più possibile alla contaminazione – e, dati gli elementi di partenza, non è affatto scontato né semplice: nel novembre 2025 si reca a Mostar e inizia a lavorare sui ponti con lo “svedah”, comprendendo (questo lo diciamo noi) che tra l’assetto da quartetto d’archi e lo spirito inquieto, nostalgico ed emotivo di quel repertorio i punti di contatto ci sono. Si registra al Pavarotti Music Center di Mostar, con Kristina Mlinar che si fa carico del canto – e la sua voce risuona naturale come solo l’empatia può fare – e Piercarlo Favro alla chitarra, che sorregge un’armonia più ampia e “popolare” (i due arrangiano anche i nove brani in scaletta). Come si può leggere in alcune delle note che hanno accompagnato l’uscita dell’album: “this is not a reconstruction of the past, but a living conversation with it”. 


Daniele Cestellini

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