Kefaya & Elaha Soroor – Songs Of Our Mothers (Bella Union, 2019)

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Mi capita spesso di ascoltare progetti fusion internazionali dove il matrimonio di stili differenti sembra combinato a forza dai genitori, privo di vera emozione e bellezza. Mi chiedo, quando capita, è forse possibile racchiudere tutto il mondo in un disco? Con grande sorpresa mi son trovato la risposta tra le mani ascoltando “Songs of Our Mothers” di Elaha Soroor e Kefaya. Lo stile è variegato con influenze molteplici dal mondo occidentale (elettronica, jazz, djent, alt rock, indie), dalla Persia, dall’India e dai Caraibi. L’album presenta, con grande naturalezza, una collezione di brani folk afghani tramandati di madre in figlia. Anche in questo senso il disco parla un linguaggio universale: emblema delle disparità di genere, che raggiungono un picco durante la guerra civile afghana e l’occupazione talebana, e portavoce di resilienza, femminilità, sensualità e spirito di resistenza. Elaha Soroor nasce in Iran, figlia di rifugiati afghani di etnia Hazara (popolazione che abita le montagne dell’Afghanistan centrale), e torna in Afghanistan nel 2004. Si avvicina alla musica nel 2007 ed emerge nel 2009 grazie al talent show Afghan Star, le prime canzoni sono di ribellione ed accusa. Dopo esser sopravvissuta a tentati omicidi organizzati da fondamentalisti, contrari alla canzone “Sangsar” che denuncia la lapidazione, Elaha si rifugia a Londra dove entra in contatto con Giuliano Modarelli e Al MacSween, duo di produttori e centro creativo di Kefaya. La formazione del disco è tuttavia molto più estesa vantando eccellenze tra cui Yazz Ahmed al flicorno, Manos Achalinotopolous al clarinetto, Tamar Osborn al sax baritono, Mohsen Namjoo alla voce, Sarathy Korwar ai tabla e al dolak, Gurdain Singh Rayatt ai tabla, Sam Vickary al contrabbasso, Jyotsna Srykanth al violino, Sardor Mirzakhojaev alla dambura e Camilo Tirado all’elettronica live. 
L’album è un viaggio sonoro a 360°, un lavoro poliedrico dove ogni canzone ha una forte identità che la distingue dalle altre, pur mantenendo la familiarità necessaria a legarle assieme. L’apertura del disco è forte e futuristica, “Jama Narenji” ha forti sentori di jazz, psichedelia e rock elettronico con sfumature djent enfatizzate dalla potenza delle basse frequenze del sax baritono e del synth bass. Il brano è costruito attorno alla melodia che si muove su un ritmo irregolare (8+10), rinforzato dal groove sincopato della batteria e dei tabla. Un apprezzatissimo solo di sax baritono colpisce dritto alle viscere con quel tremore che solo le basse frequenze sanno regalare. “Gole Be Khar” mantiene l’enfasi sulle basse in un brano sicuramente più statico e dall’andamento pigro con un groove in sette tirato indietro. Qui l’elettronica si fa più preponderante ma lascia spazio a ritmiche jazz in una conversazione col flicorno della pluripremiata Yazz Ahmed. Il terzo brano mescola ritmiche dub, sonorità balcaniche e sapori asiatici. Tabla, fisarmonica, clarinetto e sezione ritmica si intrecciano in “Arose Jane Madar”. “Bolbi” si sviluppa su un tappeto di armonici che accompagnano la melodia vocale, che lascia poi spazio ad un’improvvisazione atmosferica al clarinetto. Il brano è di grande effetto e rompe la ritmica più serrata dei brani precedenti, in particolare nella sezione libera centrale. 
“Charsi” è accompagnato da un video. Tornano le ritmiche dub ed un sapore decisamente più giovane, enfatizzato dal leggero vocoder sulla voce nelle strofe. Giochi modali che ricordano la persia vedono l’alternarsi di toni maggiori e minori in “Khina Beyarin”. Un’introduzione più vuota lascia spazio ad una sezione jazzata: voce, violino, tabla, batteria, piano e contrabbasso danzano in un vortice semicomposto in crescita costante. L’album non ha un filo di grasso: è una matrioska di sorprese e idee perfettamente azzeccate, col giusto bilanciamento tra tutti i sapori musicali. Il più grande traguardo raggiunto da questa formazione è l’integrità della canzone folk, sicuramente snaturata nella forma ma collante imprescindibile tra tutti i brani. Non a caso quest’album racconta la storia di un popolo di rifugiati che divengono multiculturali nella diaspora. La stessa musica tradizionale afghana è in parte il prodotto di tre grandi tradizioni ad essa vicine: persiana, indiana e cinese. Elaha Soroor incorpora questi elementi e si spinge oltre, usando storie delle sue madri per raccontare la propria, manifestata musicalmente in un eclettico mix dove i confini nazionali e culturali sembrano sbiadire. Il tutto è rafforzato dall’eccellente scheletro che è Kefaya, un collettivo musicalmente coeso che rifiuta paletti stilistici, sperimentando e mescolando. Gli ospiti sopraelencati non fanno altro che elevare un già ricchissimo album ad incredibile successo. 


Edoardo Marcarini

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