George Ivanovitch Gurdjeff – Remembrance of a Forgotten Path by Kudsî Erguner (Seyir Müzik Records, 2026)

Più tardi, nel 1912, il gruppo si stabilì a Mosca e poi a San Pietroburgo, dove il giovane Gurdjeff guariva nobiluomini russi da diverse malattie psichiche. Nel 1919, dopo varie peripezie e spostamenti incessanti, Gurdjeff e i suoi compagni giunsero a Costantinopoli dove si stabilirono in un edificio situato, non a caso, a fianco del centro (dargâh) dei dervisci mevlevî, meglio noti in Occidente come “dervisci rotanti”. Il centro sorge ancor oggi nel quartiere di Pera/Galata ed era guidato dall’ultimo maestro dell’ordine, Ahmet Celaleddin Dede (1853-1946), prima della chiusura di tutti i centri sufi voluta da Atâtürk nel 1925: in questo senso sembra molto significativo come esso sia diventato un museo, il Galata Mevlevihanesi Museum. Per avere un quadro della capitale ottomana di allora, cosmopolita, turbinosa, interculturale, interreligiosa, consiglio al lettore italiano, d’accordo con il grande autore turco Orhan Pamuk (1952 -), il meraviglioso “Costantinopoli” di Edmondo De Amicis (1846-1908), e naturalmente rinvio agli accenni alla capitale che troviamo in “Incontri con uomini straordinari”, forse l’opera “letteraria” più nota di Gurdjeff. Durante quegli anni a Costantinopoli monsieur G. e il suo gruppo presero parte alle cerimonie e ai rituali dei mevlevî e di alcune altre confraternite sufi. Dopo molte altre peripezie, nel 1922 Gurdjeff si stabilì infine alle porte di Parigi, a Fontainbleau-Avon, dove acquistò l’imponente Prieuré des Basses Loges che divenne, così, una grande “Casa di Studi” nella quale vissero e lavorarono accanto a lui artisti, scrittori, pittori, matematici, filosofi, architetti, musicisti e “cercatori” provenienti da ogni dove. Il Prieuré fu sino al 1934 il centro di quello che Gurdjeff definiva semplicemente “Lavoro”, oppure “Lavoro su di sé”, in un metodo complessivo che il filosofo Pëtr Dem’janovič Uspenskij (1878-1947) definiva “Quarta Via”. Qui egli organizzò una vera e propria comunità che comprendeva vari tipi di attività intese come riflessi di un lavoro interiore. Nell’opera di Gurdjeff la musica, le sue ottave, i suoi intervalli, le sue vibrazioni, sono intese, pitagoricamente, come uno schema vivente che accomuna e regola macrocosmo e microcosmo: in questo quadro complessivo al Prieuré avevano un ruolo primario i “Movimenti” (o “Danze Sacre”), eseguiti in gruppo, composti e imperniati sulle musiche create da Gurdjeff/de Hartmann. Soprattutto, in quegli anni Venti del Novecento, gli incontri con musica e “Movimenti” divennero occasioni per far conoscere “il lavoro” al grande pubblico in tournées che toccarono l’Europa e gli Stati Uniti. Nel 1924, dopo un grave incidente automobilistico, Gurdjeff iniziò a scrivere e a formalizzare i suoi insegnamenti in vari libri concepiti secondo un piano ben articolato, ormai tradotti anche in italiano, amorosamente e meticolosamente riveduti da Letizia Comba (1932-2000). Dopo la chiusura del Prieuré, il “lavoro” continuò in forma più riservata a Parigi, presso gli appartamenti dove monsieur G. visse nel corso degli anni, per arrivare all’ultimo, situato in Rue des Colonels Renard, 6. Va notato che il “lavoro” continua a tutt’oggi tra i gruppi diffusi in Europa, USA e America Latina. In questo quadro composito si inserisce Kudsî Erguner (1952), che, come racconta nella sua autobiografia “La Fontaine de la Séparation. Voyages d’un musicien soufi”, ormai tradotta anche in inglese e in turco, giunse in Europa nel 1968 con una tournée organizzata dall’UNESCO per presentare la cerimonia dei dervisci rotanti (mevlevî). L’ensemble era diretto da suo padre Ulvi Erguner (1924-1974) ed era costituito dai migliori musicisti e semazen di Turchia. Ovunque il gruppo veniva accolto con entusiasmo anche e soprattutto dai membri dei gruppi di Gurdjeff, in uno stridente contrasto con ciò che avveniva in Turchia, dove le cerimonie erano proibite. Nel 1970 il gruppo giunge a Parigi, la città nella quale Erguner si stabilirà nel 1973. Qui lo cerca madame Jeanne Matignon de Salzmann (1889-1990), divenuta la guida del Lavoro, che lo inviterà più volte a suonare il ney in riunioni dei gruppi, ad accompagnare i “Movimenti” con i pianisti Alain Kremski (1940-2018) e Yvette Grimaud (1920-2012), per poi presentarlo al regista
Peter Brook (1925-2022), che lo invitò a partecipare al suo film “Meetings with Remarkable Men”, uscito nel 1979, e, più tardi, a far parte del gruppo di musicisti che accompagnavano il suo meraviglioso “Mahabharata”. In Italia il lavoro di Gurdjeff arriverà al grande pubblico durante gli anni 1980, soprattutto grazie all’opera multiforme di Franco Battiato (1945-2021) che, come ha dichiarato più volte, frequentava i gruppi di Milano animati da Henri Thomasson (1910-1997), con il quale si formarono molti cercatori italiani (…tra i quali il mio allora cinquantenne padre, che sia felice tra le Ottave!). Battiato chiese, poi, la consulenza di Erguner per l’apparizione dei dervisci rotanti in Genesi (1987), opera lirica basata anche sui testi composti da Henri Thomasson, sotto lo pseudonimo di Tommaso Tramonti. È sembrato necessario accennare al contesto complessivo soprattutto per poter sottolineare come “Remembrance” sia un sentito omaggio di Erguner alle personalità del Movimento da lui incontrate nel tempo: Jeanne de Salzmann, Michel de Salzmann, Henri Tracol, Henri e Michelle Thomasson, Annette e Bernard Courtenay, John Bennett, René Zuber, Jean Sviadoc, Jean Claude Lubtchansky, la signora Yvette Grimaud, Robert Harding Browne, Pierre-Marie Goulet, Alain Kremsky e Peter Brook. Quanto alla musica: si sa che Gurdjeff improvvisava e dettava oralmente/auralmente le sue composizioni musicali ad uno dei suoi primissimi allievi, il pianista e compositore Thomas de Hartmann (1885-1956), utilizzando una chitarra o un harmonium portatile. In un secondo momento de Hartmann trascriveva, sistemava e armonizzava le composizioni dando vita ad una raccolta che ad oggi conta più di trecento di brani per pianoforte, spesso purtroppo eseguiti come una evanescente musica francese tardo-ottocentesca inserita nel solco dell’Esotismo; oppure, come diceva qualcuno, come un “Satie orientaleggiante”. Come scrive Erguner, invece: “In questo progetto il nostro intento è stato quello di attingere da queste partiture e reinterpretarle secondo l’estetica sufi ottomana e la tradizione dei makam.” Avviciniamoci allora ai singoli brani: il primo, “Solitude”, viene introdotto da un dialogo in makam Hüseynî tra il flauto ney di Erguner e il pianoforte cristallino di Yorgos Bereris, al quale si aggiunge poi l’‘ûd di Driessens per arrivare insieme al tema omonimo di Gurdjeff/de Hartmann suonato all’unisono dal Trio. Il secondo brano “Remembrance” è un breve brano per pianoforte solo, sempre di Gurdjeff/de Hartmann, dal quale scaturisce un lirismo contenuto, sobrio, lontano da ogni eccesso romantico. A questo segue “Return”: il brano si apre per pianoforte solo, segue un intervento solistico di Driessens e un tema composto da Gurdjeff/de Hartmann suonato in trio in unisono e concluso da un’improvvisazione (taksîm) di Erguner. Il quarto si intitola “Sema”, termine che evoca immediatamente la tradizione sufi del samâ‘ (“ascolto, concerto spirituale”). Il brano si apre con un taksîm di Erguner che inizia in modo (makam) sabâ e poi modula e vola altrove. Lo raggiungono il pianoforte e l’‘ûd; il tema viene toccato, lasciato, ripreso, di nuovo lasciato, alternandosi, con grande eleganza e lirismo, a brevi improvvisazioni dei singoli. Il quinto, “Dervish Dance”, si apre con un dialogo tra ney e ‘ûd. Il tema, incardinato com’è nel ciclo ritmico Yürük Semâ‘î (6/8), giustifica di per sé il titolo, evocando i molti momenti vorticosi tipici delle cerimonie mevlevî; anche in questo caso, la composizione si alterna con grande eleganza e naturalezza a interventi dei singoli, uno dei quali, di Erguner, si stacca sull’ostinato del pianoforte. Emerge Driessens, il tema riappare e si conclude, così, un altro brano dalla fresca e felice ispirazione. Il sesto brano si intitola “Grande Prière”, e inizia con un duo piano/ney su due note ribattute del pianoforte, dall’ethos austero, maestoso, profondo, fuori dal tempo. Entra il tema di Gurdjeff/de Hartmann esposto in Duo, pianoforte e ‘ûd. Nella conclusione entra Erguner che si lancia in un’improvvisazione riassuntiva e toccante. Il settimo brano si intitola “Enneagram”, un altro termine evocativo che, in questo caso, rinvia ad un diagramma dai molti significati e dai molti usi, centrale nell’insegnamento di Gurdjeff. Il brano inizia come un dialogo improvvisato in Duo tra ‘ûd e piano, per essere poi eseguito da tutti sull’ostinato martellato del pianoforte. Sull’ostinato eseguito nelle
ottave basse del pianoforte e dell’‘ûd, inizia un lungo taksîm di Erguner, terminato il quale si ritorna, tutti insieme, al tema. L’ottavo brano, “Awakening”, si apre con un solo di ‘ûd che conduce al tema eseguito con Erguner in Duo, presto raggiunti dal pianoforte di Bereris. Il nono brano, “Doudouki”, ancora una volta di Gurdjeff/de Hartmann, reca in partitura la data 13 marzo 1927. Il brano viene eseguito integralmente da Bereris al pianoforte; gli si affianca l’‘ûd di Driessens e il tema viene eseguito in Duo; ai due si unisce Erguner e il tema viene di nuovo eseguito integralmente, dall’inizio alla fine in Trio, senza alcuna improvvisazione. Il titolo ricorda al lettore contemporaneo l’oboe armeno in legno di albicocco reso noto da Djivan Gasparyan (1928-2021) anche se il termine dudka indica diversi aerofoni nel mondo di lingua russa. Rimane da chiedersi perché Gurdjeff abbia intitolato così questo brano. Il decimo e ultimo, “Ritual”, viene aperto da un taksîm di Driessens. Entra il breve tema suonato dal pianoforte che porta ad un taksîm di Erguner in solo, risponde il piano, e inizia un dialogo disteso tra i due strumenti. Questo porta al tema principale che colpisce l’ascoltatore per la somiglianza con “Dinle Sözümü Sana Direm Özge Edadır” il vero e proprio inno (ilâhi) mevlevî che conclude le loro cerimonie (âyın). Esposto il tema inizia un solo di Erguner su accompagnamento del pianoforte in ostinato, concluso il quale riprende il tema in Trio. Un breve solo di Erguner riassume il brano e conclude il disco. Complessivamente “Remembrance” è un lavoro fresco, ispirato, ricco di colori e stati d’animo, lontano da certe esecuzioni paludate dell’opera di Gurdjeff/de Hartmann, che viene, invece, avvicinata cercando l’ispirazione originale che l’aveva generata, rischiarando, così, un quadro che, negli anni, si era piuttosto opacizzato. Ovunque i musicisti dialogano e si ascoltano con profondità ed è ammirevole il loro grado di interplay. Gli arrangiamenti sono uno dei tratti notevoli, perché aggirano elegantemente le contrapposizioni frontali solo/tutti, tema/improvvisazione. “Remembrance”, insomma, è un lavoro molto riuscito, che merita di essere ascoltato più e più volte e al quale si augura molta fortuna. 


Giovanni De Zorzi

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