Molto divertenti, ma portatori di un messaggio serio. Derya è un’immigrata turca di terza generazione in Germania: i suoi nonni arrivarono come Gastarbeiter (i cosiddetti Lavoratori ospiti) negli anni Sessanta. Vestita con un top di paillettes, suona il saz (o bağlama), lo strumento turco per eccellenza, affiancata da tastiere vorticose, chitarra elettrica e una batterista. Canta alcune canzoni dei Seventies sui problemi affrontati dagli migranti e afferma che, sebbene le cose siano migliorate, c'è ancora molto che è rimasto uguale. Dal loro ultimo album, “Yarın Yoksa”, canta “Dirine Dirine”, brano che è diventato una sorta di inno, dichiarando: “Se restiamo uniti possiamo fare qualcosa, e la musica folk può aiutarci in questo”. La loro musica variopinta è ciò che oggigiorno viene inevitabilmente descritta come psichedelia turca. Il concerto di punta del venerdì sera è stato indubbiamente quello di Mádé Kuti e la sua band The Movement. Mádé è il figlio di Femi Kuti e il nipote del più noto eroe musicale nigeriano, Fela Kuti, il fondatore dell'Afrobeat. Fin dall'inizio Mádé precisa che si tratta del suo debutto al WOMAD e che suona Afrobeat (sottolineando il singolare, dal momento che Afrobeats è diventato il termine per indicare il pop, spesso scialbo, dell'Africa occidentale). L'attillato completo rosa che indossava era un chiaro riferimento a Fela; quando poi si è tolto il gilet e, a torso nudo,
ha preso in mano il sassofono – sfortunatamente proprio dopo lo slot consentito ai fotografi – la dinastia è apparsa in tutta la sua evidenza. Era accompagnato da due energiche ballerine e da una band formidabile, con una sezione fiati di quattro elementi che spesso dirigeva dando le spalle al pubblico. Ci sono stati anche grandi spazi per gli assoli dei membri della band al centro del palco, alla tromba e (credo) al sax basso, mentre Mádé li sostituiva nella sezione ritmica. Non ci sono gli stessi urgenti messaggi politici di Fela, ma Mádé afferma chiaramente che in Nigeria c'è bisogno di diffondere Amore, Unità e Fratellanza. Suona “Beng, Beng, Beng” del padre Femi, una delle sue hit più famose, e “Water No Get Enemy di Fela”, sull’importanza dell’acqua, un tema forse ancora più attuale oggi rispetto a quando fu scritto nel 1975. Nel pezzo finale Mádé, usando la respirazione circolare alla tromba, ha soffiato una nota continua, probabilmente lunga quanto una delle canne di Fela! Al WOMAD era presente un’altra dinastia musicale rappresentata dal set della cantante mauritana Noura Mint Seymali. Proviene da una famiglia ereditaria di musicisti griot, noti in Mauritania come iggawen. Noura possiede una voce acuta e super-potente, con un tocco graffiante tipico del deserto. È la figliastra di Dimi Mint Abba (1958-2011), la prima
cantante mauritana a farsi conoscere in Occidente (pubblicata su etichetta World Circuit nel 1990) e che si era esibita per l'ultima volta al WOMAD nel 2006 e ai BBC Proms. Ho assistito a quell'esibizione: Dimi suonava il tradizionale liuto ardin, uno strumento suonato esclusivamente dalle donne, accompagnata da chitarra elettrica, tastiera e percussioni a calabash (zucca). Noura ha eseguito le sue prime canzoni con l'ardin, per poi metterlo da parte. Il suo suono è molto più funky, con chitarra elettrica, basso elettrico e una batteria completa. Ha fatto cantare il pubblico con cori in stile “doop doo be doo doop”, cosa che non credo Dimi avrebbe mai fatto. È così che la musica si evolve attraverso le generazioni. Ma l’imponente velo avvolgente Noura sembrava identico a quello indossato dalla matrigna: una presentazione personale assolutamente immutata nella sua modestia. Accanto ai palchi musicali principali del WOMAD, ci sono laboratori, sessioni di poesia, dibattiti e ogni sorta di altri eventi. Rimanendo in tema, uno dei momenti più divertenti è “Taste the World”, un appuntamento in cui i musicisti del festival sono invitati a cucinare un piatto tipico del loro Paese, a parlare di cibo e della loro musica, eseguendo anche qualche brano. Spesso queste occasioni offrono uno spaccato della personalità degli artisti e della
cultura della loro nazione che va ben oltre ciò che i concerti riescono a trasmettere. Uno degli incontri che ho apprezzato immensamente ha visto protagonista la cantante di fado portoghese Gisela João, già venuta due volte a esibirsi ai nostri concerti “Songlines Encounters”, a Londra. Non ho apprezzato la sua performance al WOMAD incentrata sui brani della Rivoluzione dei Garofani del 1974. “La nostra rivoluzione è dannatamente poetica”, ha detto; credo intendesse dire che c'erano molti testi grandiosi alla base di essa e che ne sono scaturiti. Le canzoni sembravano interessanti, ma l’accompagnamento di tastiera e chitarra era semplicemente troppo invadente e ha distrutto la delicatezza della musica. Tuttavia, i suoi racconti e le esibizioni acustiche a “Taste the World” sono stati eccezionali. Abbiamo scoperto che è la maggiore di sette figli, originaria del nord del Portogallo, e che è cresciuta accudendo e cucinando per i suoi fratelli. “A volte mangiavamo solo uova e prezzemolo; ricordo di aver sentito mia madre piangere al piano di sopra e cercavo di fare molto rumore in cucina affinché i miei fratelli e sorelle non sentissero”. Ha raccontato che mangiavano il pane facendo finta che fosse pollo arrosto! Suo padre era un allevatore di piccioni e così lei
ha imparato a fischiare per attirarli, producendosi poi in un fischio virtuoso proprio mentre cucinava il suo bacalhau (baccalà). L'esibizione più straordinaria del weekend – e una che dovrebbe semplicemente fare il giro del mondo – è stata quella della Nakibembe Xylophone Troupe dall'Uganda. Negli ultimi anni al WOMAD ho avuto l'impressione che ci fossero troppe "band da festival" dal suono simile: magari dotate di qualche strumento interessante, ma perennemente appiattite da bassi e batterie pesanti che creano solo una nebbia uditiva. Sono felice di poter dire che, quale che sia il motivo, quest'anno ci sono state delle superbe esibizioni “tradizionali” che si sono tenute orgogliosamente alla larga da questa trappola, e lo xilofono ugandese è stata la più impressionante. C'è una lunga storia dietro a questa musica per la quale qui non c'è spazio; basti immaginare un enorme xilofono che occupa praticamente l'intero palco, suonato da sei ragazzi. Tre all’estremità dei bassi e tre a eseguire le parti più melodiche in alto, con un canto a schema “chiamata e risposta” a sovrastare il tutto. Pensavo avessero anche un tamburo, perché il suonatore all'estremità inferiore indossava un guanto e colpiva quello che in realtà era il gigantesco tasto finale dello strumento. I brani presentavano improvvisi cambi di tempo e i ritmi variavano, accelerando e rallentando
con diverse accentazioni. Forse era tutto calcolato, o forse l'esecuzione era guidata da chi aveva il controllo in quel particolare momento. Diverse persone si sono alternate nel ruolo di voce principale, ma la precisione e il dinamismo sono stati implacabili, lasciando il pubblico intorno a me col fiato sospeso per l'ammirazione. Dove altro potresti assistere a una cosa del genere? L'unica pecca del WOMAD è stata non posizionare una telecamera sopra lo xilofono per proiettarne le immagini sullo schermo posteriore, poiché dalla platea era impossibile scorgere la meccanica dei movimenti. Alla fine di questa performance mozzafiato, l'MC del palco (il chitarrista Justin Adams) è uscito e ha detto semplicemente: “L'Uganda ha appena vinto la Coppa del Mondo”. Niente da aggiungere! E c'erano anche altri potenziali vincitori di Coppa del Mondo. Il percussionista iraniano Mohammad Reza Mortazavi ha regalato uno straordinario set a tarda notte, suonando alternativamente il tombak (il tamburo a calice persiano) e il daf (il grande tamburo a cornice). Si è trattato di esibizioni soliste su questi due strumenti, senza elettronica, ma con una microfonazione eccellente. Non ha rivolto una sola parola al pubblico per spiegare cosa stesse suonando, rendendo il tutto piuttosto misterioso e ritualistico. Le sue esecuzioni al
tombak erano ricche di suoni e trame differenti: un basso profondo proveniente dal centro della pelle e un'intera gamma di suoni acuti e taglienti lungo i bordi, ottenuti con ogni sorta di tecnica delle dita. A volte sembravano veri e propri arpeggi ascendenti e discendenti, e le ombre delle dita sulla pelle del tamburo risultavano quasi altrettanto coreografiche. Sul tamburo a cornice il groove si è fatto più sostenuto, derivante forse dalla musica rituale sufi, con sottili cambi di ritmo e tessiture capaci di suscitare mormorii di stupore tra la folla. Un assolo si è protratto per oltre venti minuti, evolvendosi e trasmutandosi man mano che procedeva. Durante tutto il fine settimana la gente continuava a ripetere: “Hai visto il percussionista iraniano venerdì sera?”. Era Mohammad Reza Mortazavi. Se vi capita, andate assolutamente a vederlo. Un altro strumentista incredibile è stato il veterano pakistano Noor Bakhsh. È una di quelle figure che in tarda età (ormai prossimo agli 80 anni) è stata riconosciuta come un maestro assoluto; in questo caso, alla guida di una strana cetra elettrica del Belucistan chiamata benju, suonata con i tasti di una macchina da scrivere! Produce un suono bellissimo, simile a una chitarra elettrica dal timbro morbido e nasale intessuto su intrecci ritmici meravigliosamente elaborati. È stato accompagnato da due
suonatori di liuto, uno dei quali illustrava al pubblico i brani eseguiti. Purtroppo è stato quasi impossibile vederlo, stipato su un palco minuscolo e circondato da centinaia di persone, ma si trattava chiaramente di musica di altissimo livello. Domenica, uno dei momenti salienti della giornata conclusiva, ha visto protagonista il Garifuna Collective dal Belize. Un gruppo superbo, in attività da vent'anni, che suona un mix unico di musica dell'Africa occidentale e tradizioni indigene caraibiche Arawak. Si avvalgono di un'intrigante percussione fatta con gusci di tartaruga, capace di un leggero e delizioso ticchettio, suonata da Mohobub Flores. Il gruppo è storicamente associato a musicisti Garifuna di prim'ordine come Andy Palacio (fondatore della band, tristemente scomparso nel 2018) e Aurelio Martinez, morto in un incidente aereo l'anno scorso. Dal vivo creano un grande groove con brani orecchiabili, sia originali che tradizionali, le cui radici affondano saldamente in Africa, pur mantenendo un inequivocabile sapore centroamericano o caraibico. Il nome di punta per la chiusura del festival è stato quello della maliana Oumou Sangaré. Esiste forse un altro Paese di quelle dimensioni in grado di produrre così tanti grandi musicisti? Oumou è diventata famosa intorno al 1990 con la sua cassetta “Moussoulou” (Donne), che divenne un fenomeno
locale per come affrontava i “brividi d’amore” da una prospettiva puramente femminile. Ma al WOMAD di quest’anno (non la sua prima apparizione, va detto), è salita sul palco non più come una giovane trasgressiva, ma come la grande diva della musica maliana, probabilmente la musicista più popolare del Paese. Vestita di nero, con fili di conchiglie bianche (cipree) che scendevano dall'abito, è da tempo conosciuta come l’”Usignolo del Wassoulou” (la sua regione natale nel sud del Mali) e nella sua tavolozza sonora ha sempre incluso uno strumento locale: una sorta di arpa dei cacciatori chiamata kamalengoni (arpa dei giovani). Ci sono stati grandi momenti solisti quando Abou Diarra, vestito con la tradizionale giacca da cacciatore, punteggiava i brani con i suoni acuti e pizzicati dello strumento. Diverse canzoni erano tratte dal suo ultimo album “Timbuktu” (World Circuit), un omaggio alla biblioteca e alla cultura di quella città. Non ha fatto riferimenti diretti agli attuali problemi del Mali, iniziati proprio con un’insurrezione a Timbuctu, ma ha dichiarato con incrollabile fermezza: “L’amore è meglio della guerra”. La sua esibizione ha confermato che la grandezza musicale del Paese non si è minimamente affievolita, chiudendo un WOMAD capace, ancora una volta, di offrire uno spaccato fantastico degli aspetti migliori del mondo di oggi.
Simon Broughton
1. I partecipanti al festival si godono il sole nella nuova sede del WOMAD a Neston Park. Il festival ritorna dopo un anno di pausa, registrando una delle edizioni con le migliori vendite - Foto di Garry Jones
2. Il palco principale del WOMAD Festival con il pubblico che si gode il sole - Foto di Garry Jones
4. La Parata dei Bambini attraversa la nuova sede di Neston Park, con i bambini che mostrano le loro creazioni artigianali realizzate durante il weekend - Foto di Garry Jones
Noura Mint Seymali - Foto di Garry Jones
5- I festeggianti si godono la nuova sede di Neston Park per il WOMAD Festival - Foto di Garry Jones
6. Gisela João a Taste the World - Foto di Simon Broughton
7. Nakibembe - Foto di Miguel Santos
8. 9. Womad_Mohammad Reza Mortazavi si esibisce con la sua percussione di livello mondiale al WOMAD Festival - Foto di Garry Jones
10. Garifuna Collective - Foto di Garry Jones
11. Oumou Sangaré? - Foto di Garry Jones
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