Alkantara Fest, XXII Edizione, Catania e Zafferana Etnea, 23 – 26 luglio 2026

Ospite dalla vigilia, ho avuto il piacere di ascoltare e conoscere i “dionisiaci” e raminghi Boccadoro (da “Narciso e Boccadoro” di Oscar Wilde), che mi hanno raccontato la loro storia di musica ed amicizia. Poliedrici, simpatici e ispirati da vari repertori, da quello celtico-irlandese alla tradizione guascona, fino alle slängpolske svedesi, la giovane band, formatosi accademicamente a Fiesole, reinterpreta con originalità il folclore musicale europeo. Impegnati nella produzione del loro nuovo album, intitolato “Ballakadabra”, ne hanno regalato una generosa anteprima. La sera del 23 luglio, a sollevare il sipario del World Stage sono stati i ciprioti Monsieur Doumani. Attivo dal 2011, il trio ha ipnotizzato la platea con il suo folk psichedelico, caratterizzato da tempi dispari e taglienti distorsioni. Ricca di sfumature microtonali, la voce di Antonis Antonioun, in un tutt’uno con il cordofono tzouras, ha disegnato sinuosi melismi, intrecciando un serrato dialogo con il trombone di Demetris Yiasemides e la chitarra di Andys Skordis, in un dinamico gioco di richiami e contrappunti, restituendo un ascolto caleidoscopico. Migrando verso il secondo stage, ad attenderci in un assorto e mormorante silenzio Bronagh Slevin. Accompagnando le esibizioni con un affascinante storytelling, la cantautrice irlandese, attorniata da musicisti di affine sensibilità (Riccardo Gerbino, Josè Marano e
Maurizio Curcio), ci ha guidati lungo un percorso emotivo, oltre che sonoro, a cui ha dato il nome di “Rewilding” – titolo del suo secondo album – che vuol dire “restituire un terreno al suo stato originale”. Con voce funambola su corde di violoncello, sottile e potente come preghiera, la Slevin ha dato forma alle proprie percezioni e inquietudini di donna e artista. Il suo è un canto che nasce dal grembo, raggiunge il cuore e sgorga in interpretazioni di profonda intensità. Dalla spirituale “Mother I feel you” alle nebbie di “Journey”, dalla meravigliosa cover dell’appalachiana “Black is the color of my true love's hair” alla commovente “Purple” – con la quale lega in un unico filo le storie di Irlanda e Palestina – giungendo alla sussurrata “Mujeres”, la musicista ha trasformato emozioni, memorie e speranze in spazio di riflessione. A conclusione della serata, il polistrumentista e compositore Vincent Migliorisi ha presentato il suo ultimo lavoro discografico “In Deep and Dance”, nel quale in un trascinante mélange folk-elettronico, destruttura i canoni della tradizione con sintetizzatori e drum machine, sperimentando nuove traiettorie espressive. Al suo fianco, il figlio Giona – promettente trombettista – e il chitarrista Francesco Emanuele
hanno contribuito a costruire un’atmosfera ricca di gradazioni timbriche e contaminazioni, a compendiarne una poetica sospesa tra radici, ricerca ed evoluzione. Il giorno seguente, l’Avocado stage si è svegliato con “Yin Yoga & Music Bliss” con Caterina Allegra e Riccardo Bliss (alle tabla), seguito dal workshop “Dance Land” di Stefania Milazo e la ritrovata Bronagh Slevin. Nel pomeriggio, il laboratorio “Percussioni d’insieme” del musicista Piergiorgio Dugukolò ha invitato i partecipanti di ogni età a riscoprire la forza ancestrale del ritmo. L’esplorazione ludica e condivisa degli strumenti ha permesso di sperimentare la dimensione comunitaria del djembé (protagonista dell’incontro), il cui nome, nella lingua bambara, significa “insieme in pace”. “Devojče, devojče, crveno jabolče, ne stoj sproti mene, izgorev za tebe!”: queste le prime parole del canto d’amore macedone intonato nel corso del laboratorio della cantante e ricercatrice serba Andriana Takić. Alla scoperta di armonie modali e ritmi irregolari, lasciandosi condurre dall’ascolto reciproco, il coro ha progressivamente costruito un proprio suono, immergendosi nell’interessante patrimonio musicale balcanico. Di seguito, il gruppo ha continuato
ad esprimersi attraverso la danza con “Waltz in 5” di Fabien Bucher. Il musicista e cantante francese è poi balzato sul World Stage insieme alla violoncellista Lina Belaïd e il violinista Sylvain Rabourdin per il concerto dei Lyr Trio. Di un eccitante virtuosismo, specchio di un’altissima complicità artistica ed emotiva, i tre hanno proposto un’interpretazione originale e sorprendente del Balfolk, dimostrando l’enorme potenziale creativo di un genere in continuo sviluppo. Congedandosi dal pubblico dell’Alkantara Fest, il gruppo ha annunciato il suo scioglimento, concludendo l’esibizione con un momento di emozionante commiato. Con la speranza che non si tratti di un addio definitivo, auguriamo loro l’inizio di nuovi e stimolanti percorsi che non escludano reincontri futuri. Alle 22:00, come trasportati in un’altra dimensione, in cui l’altrove incontra il “qui e ora”, ci siamo lasciati incantare dall’alto lirismo degli Hawa. Trio fondato dal musicista e poeta franco-iracheno Mohamed Alnuma, perno di un progetto artistico multiforme che accoglie la raffinatezza del Jazz all’interno della fraterna unione tra musica araba e ritmi indiani. Il sontuoso clarinetto di Oliver Dover Raoul e i pulsanti accenti delle tabla di Raoul Sen
Gupta hanno amplificato la potenza evocativa della performance. A chiudere la seconda giornata sono state le Balkanshe, ensemble serbo-macedone nato da un forte legame d’amicizia e impegnato nella riscoperta e valorizzazione dei canti femminili dei Balcani. In una profusione di mele cotogne, metafore agresti, le canzoni del loro repertorio raccontano l’amore, il desiderio, la rabbia femminile e soprattutto l’eredità affettiva e culturale trasmessa di madre in figlia. Armonizzando voci e narrazioni, Andriana Takić e Nataša Popović hanno ammaliato l’auditorio con una presenza scenica delicata e al tempo stesso magnetica. Ad aprire il cartellone del 25 luglio “Kirtan – risvegliare il cuore”, sessione di canto collettivo di mantra accompagnato dal harmonium di Naomi Winnie, seguito da “Con tatto” di Daniele Sardella, una lezione e jam di movimento somatico e contact improvisation. Dopo la free session “Open Mic”, il workshop “Pizzica Medicina”, condotto dall’antropologa, musicista e ballerina Fabiana Mercadante, ci ha guidati alla scoperta dei rudimenti della pizzica: tra risate e gioco, ci siamo lasciati coinvolgere dall’inseguimento simbolico del ragno del “rimorso”. Verso le 18:00, l’Avocado
Stage è diventato teatro dello spettacolo per famiglie “Felicia, una strega brutta e cattiva” della compagnia Quintoequilibrio. Le luci della sera si sono accese con l’attesissimo concerto della cantante Maria Mazzotta. Accompagnata dalla graffiante chitarra di Ernesto Nobili e dalla penetrante batteria di Cristiano Della Monica, la lacerante ugola della Mazzotta ha commosso i presenti con un’interpretazione carica di pathos dei brani più intensi del suo ultimo album “Onde”. Tra i momenti più struggenti, l’intonazione della straziante “La fortuna”, dedicata alle vittime della migrazione per mare, e il toccante omaggio a Rosa Balistreri con “Terra ca nun teni”. Con il passaporto del vento nella tasca del cuore, il cantautore cilentano Antonio Saporito ha portato sul Nufolk stage la sua musica “meticcia”, come ama definirla, in cui world music, blues e reggae si fondono con coinvolgente grinta e autentica spontaneità. Richiamando la canzone “Olio d’oliva”, in cui celebra la millenaria tradizione mediterranea dell’oro verde, la creatività di Saporito si può paragonare a un frantoio di esperienze, culture e sonorità, capace di rivelare come dalla contaminazione possano nascere inediti orizzonti musicali. Continuando a dare
protagonismo al Sud del mondo, il live “Battiti & Respiri” dei percussionisti Davide Campisi e Salvo Compagno, attraverso poliritmie ancestrali e vibrazioni contemporanee, ha costruito un immaginifico ponte tra Italia meridionale, Africa, India e America Latina. Il suggestivo sleeping concert “Brightest in the dark” di Salvo Spina, quota ambient del programma, ha concluso la serata. “Democromia”, pittura ritualistica con musica dal vivo di Salvo Spina, ha aperto il palinsesto dell’ultima giornata. Nel meriggio, al ronzio degli insetti si è sovrapposto quello metallico del marranzano, strumento principe del folklore siciliano, di cui ne ha svelato curiosità e misteri il musicista Luca Recupero. Sventolando la sola bandiera dell’amicizia, l’Etno Sicily Orchestra, costituita da un nutrito stuolo di artisti e musicoamatori provenienti da ogni angolo della terra, ha condiviso con contagiosa emozione i brani più belli dei loro paesi. Rampicanti frutti di melograno lungo il microfono, rose rosse tra i capelli e una voce incantevole, insieme radicata ed eterea: il concerto della cantautrice italo-indiana Namritha Nori ha affascinato il pubblico con poesia. Come moderna Persefone, discendendo nel profondo
delle sue memorie – in cui la storia personale incontra quella collettiva – sublimando dolori e ferite, la Nori ha trasformato il proprio vissuto in arte. Ad intervenire in questo magico processo alchemico, definibile etno jazz, i raffinati ricami dell’oud di Vangelis Merkouris, l’avvolgente violoncello di Alvise Seggi e l’elettrizzante batteria di Pietro Valente. Proseguendo il viaggio lungo i sentieri della poesia, tra partenze e ritorni e incursioni nel mondo della fantasia, lo spettacolo “Enllà” della cantante e musicista catalana Carola Ortiz, attraverso un’intrigante ibridazione tra folk e jazz, ha dato vita ad un paesaggio sonoro sospeso tra tradizione e sperimentazione. Ad affiancarla con delicato lirismo il violoncello di Sandrine Robilliarde la chitarra di Bartolomeo Barenghi. Complici la luna e una coppia affiatata di ballerini, la Ortiz si è commossa di fronte alla potenza evocativa della scena. Calamitato dal soprano suono di una zampogna, il pubblico si è poi spostato sulla pedana del Kaki stage, dove ad attenderli c’era il Gruppo di tarantella di San Lucido, che con travolgente energia ha regalato una lunga notte di ballo e divertimento. Anche se i riflettori del Alkantara Village si sono spenti, il Festival continuerà a vivacizzare l’estate catanese con altri incredibili appuntamenti, tra i quali segnaliamo il concerto dei Nakaira, il 6 agosto, e l’imperdibile ritorno degli Agricantus il 7 agosto. Per maggiori informazioni si invita alla consultazione del calendario dell’Alkantara Off. In attesa dell’edizione 2027, ringraziamo il festival per essersi confermato un crocevia di culture, suoni e storie, capace di accogliere e valorizzare la diversità, continuando ad essere faro luminoso nel panorama della world music. 


Maria Claudia Leone

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