Emanuele Parrini – Animal Farm (Felmay, 2026)

Violinista toscano che da tempo coniuga rigore improvvisativo e impegno civile, Emanuele Parrini, a distanza di sei anni dal pregevole “Digging-Reflections on Jazz and Blues”, torna con un nuovo album “Animal Farm” che segue i due lavori firmati insieme a Tiziano Tononi: “The Many Moods Of Interactions” del 2023 e “Other Interactions... On 5th July” del 2025. Come i precedenti anche questo disco coniuga la ricerca musicale con una riflessione di pregnante attualità sul potere, il suo esercizio nella società e le sue infinite metamorfosi, ispirata dal romanzo “La Fattoria degli Animali”, pubblicato nel 1945 da George Orwell. Il viaggio sonoro proposto da Parrini non si limita a sonorizzare idealmente il racconto dello scrittore britannico, ma si apre ad una riflessione più ampia ed autonoma sul mondo che ci circonda e che, ogni giorno di più, sembra declinare verso la decadenza, spinto da poteri sempre con meno scrupoli. Del resto, il violinista toscano non è nuovo ad operazioni discografiche animate da riflessioni su tematiche politiche e sociali, basti pensare al suo primo album “1974 Io So, Damn If I Know”, ispirato da Shepp e Pasolini o a con quelli dei Dinamitri Jazz Folklore come "Congo Evidence" con il poeta e attivista Sadiq Bey, ed i due Akendengue Suite in cui spiccava la collaborazione di Amiri Baraka, per giungere al monumentale “The Winter Counts (We’ll Still Be Here)” e ai due capitoli di “Landascapes” con Tiziano Tononi. Ad affiancare Parrini in questa nuova avventura discografica è una formazione più ampia e rinnovata rispetto al suo quartetto storico. Al fianco del contrabbasso di Giovanni Maier e della batteria di Andrea Melani, presenze costanti nel suo universo sonoro, entrano ora Piero Bittolo Bon, che alterna flauti e sax baritono, e il chitarrista Domenico Caliri. Si compone, così, una formazione dalle potenzialità sonore più ampie che esaltano non solo le linee melodiche, ma anche i frequenti cambi di atmosfera. Registrato dal vivo all’inizio di marzo 2025 all’Arena Sismica di Forlì, “Animal Farm” si presenta come una lunga suite composta da sette brani dove si alternano composizioni inedite autografe e riletture funzionali alla narrazione musicale come nel caso di “Azure” di Duke Ellington. L’ascolto svela un suono scuro, spesso spigoloso e sofferto in cui si alternano momenti più strutturati a spaccati in cui i musicisti si muovono in piena libertà spaziando tra jazz, blues delle radici e influenze di musica trad. Ad aprire il disco è "Antropofobia/Animal Farm #1", oltre diciassette minuti in cui il primo brano di Samuele Venturin si fonde in unico flusso narrativo con la scrittura di Parrini, il cui violino apre un campo espressivo fitto di tensioni, sorretto da un'intelaiatura ritmica volutamente irregolare, mentre sax baritono e flauti aggiungono un colore acuminato e la chitarra di Caliri interviene per figure spezzate, quasi frammenti di pensiero che si accumulano prima di esplodere nell'improvvisazione collettiva. Segue "Animal Farm #2 / My Friend Who Looks Like A Ghost", pagina firmata da Silvia Bolognesi, dove l'ambiguità tra presenza e assenza si fa materia sonora: le linee sembrano dissolversi nell'aria, il flauto basso alimenta una vena spettrale, mentre la sezione ritmica inserisce accenti che destabilizzano ogni certezza metrica. Con "Animal Farm #3" la scrittura si fa modulare, quasi un gioco di specchi in cui frammenti tematici tornano trasfigurati: la chitarra dialoga in contrappunto col violino, il sax baritono scava nei registri più cupi, e la libertà improvvisativa si aggancia sempre a un nucleo riconoscibile, come se il caos fosse in realtà ben calibrato. Cambia aria "Patchouli", firmato da Beppe Scardino: qui i flauti disegnano una luce inedita che stempera l'asprezza dei capitoli precedenti, la batteria di Melani si fa quasi ornamentale, e il violino ritrova un fraseggio più cantabile, aprendo uno squarcio contemplativo nel cuore del disco. "Song For Romero" è forse il momento più elegiaco dell'intero lavoro: il violino intona un canto grave, sostenuto da un contrabbasso che ne accentua la solennità, mentre gli interventi dei fiati trasformano il brano in una meditazione corale sulla memoria e sulla resistenza. Con "Azure", omaggio a Duke Ellington datato 1937, Parrini rilegge la tradizione afroamericana senza mai limitarsi alla citazione: il violino guida, chitarra e fiati stratificano il tessuto timbrico, e la sezione ritmica sposta l'asse verso una libertà che resta fedele allo spirito ellingtoniano pur guardando altrove. Chiude "Animal Farm #5", capitolo breve e denso che condensa in pochi minuti la tensione accumulata, senza cercare risoluzione: la brevità, qui, è scelta formale, non economia di idee. Ad aleggiare su tutto il disco è lo spirito di Ornette Coleman, riconoscibile nel profilo asciutto delle melodie, nel lirismo livido, nel gusto per la dissonanza intrisa di blues delle radici. Parrini prosegue così un percorso già intrapreso con "1974 Io So, Damn If I Know" – debitore delle ispirazioni di Archie Shepp e Pier Paolo Pasolini – e con i progetti del Dinamitri Jazz Folklore, "Congo Evidence" e "Akendengue Suite", nati dalla collaborazione con Amiri Baraka, fino al monumentale "The Winter Counts (We'll Still Be Here)" scritto con Tononi. "Animal Farm" è un disco che non concede sconti e non cerca consolazioni facili: la musica prende posizione, denuncia, e lo fa restando fedele alla lezione del jazz più politico, quello che da sempre getta note blu in faccia ai guerrafondai di ogni epoca. Un lavoro superbo, tra i più significativi dell'annata, capace di trasformare l'allegoria orwelliana in un discorso sonoro attualissimo sul potere e sulle sue maschere. felmayrecordsemanueleparrini.bandcamp.com/album/animal-farm 


Salvatore Esposito

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