Su queste pagine abbiamo incontrato per la prima volta nel 2020 le Cocanha in occasione del loro secondo album, “Puput”, quando suonavano ancora in trio con Maud Herrera. Poi la formazione è diventata un duo costituito dalle tolosane Caroline Dufau e Lila Fraysse (voci, tamborin à cordes e percussioni). Dopo il folgorante coup-de-coeur – per chi scrive – allo showcase del WOMEX galiziano del 2023, le cronache riferiscono di una loro esibizione alla Cité de la Musique di Parigi nel 2024 in compagnia di artisti affini come Bòsc, Sourdurent e Julien Achiary, conclusa in comunione con il pubblico tra canti e balli nel foyer del teatro. Hanno poi rinverdito la loro esuberanza live a Babel Music XP 2026. Insomma, un concerto delle Cocanha è un’esperienza elettrizzante e festosa. “Blogfoolk” di recente ha ancora parlato di loro per la superlativa collaborazione con Sara Fontan e Tarta Relena, con il lavoro sulla memoria delle operaie tessili di una fabbrica catalana. Il terzo lavoro, “Folklore Fiammeggiante”, è una sorta di manifesto radicale, co-prodotto insieme a Raül Refree e Jules Ribis con numerose collaborazioni in fase di mixaggio, tra cui il nostro Walter Laureti. Viene subito da chiedersi: chi ha paura della memoria? L’album, infatti, si pone come confronto diretto con la manipolazione e la strumentalizzazione della musica popolare francese durante l’era collaborazionista nazista di Vichy, rivendicando la musica folk come forza antagonista e liberatoria. Le Cocanha prendono le distanze dalle tendenze meno progressive presenti all'interno dei movimenti regionalisti e dei revival etnico musicali. Fraysse spiega che la coppia “voleva capire da dove nascesse il disagio attorno al folclore francese” e che “le nostre tradizioni folk sono rimaste intrappolate in un’immagine reazionaria e conservatrice dalla quale stanno ancora cercando di liberarsi”, dicono ancora senza mezzi termini nel loro affondo le due musiciste. La profusa gioia collettiva si trasforma in atto politico per Dufau e Fraysse, che per la prima volta hanno composto e scritto parte dei brani, partendo da frammenti, testimonianze, materiali d’archivio o forme del repertorio tradizionale della Guascogna,
della Linguadoca e dei Pirenei, cantando nella lingua occitana che un tempo dominava nel sud della Francia. Il titolo evoca il fuoco rivoluzionario, intendendo, a loro dire, ripristinare il legame storico del folclore con la contestazione politica e l’autodeterminazione. Uno sguardo vivo e trasformativo sulla tradizione che si sostanzia anche nel modificare i testi dei canti “se non ci piacciono”, chiosano Caroline e Lila.
Il corredo polifonico del duo ha un piglio rock, è pulsante e percussivo, si afferma nell’intreccio di timbri vocali: un’esplosione di potenza di voci che sanno essere melodiose ed apre, che si rincorrono, si alternano e si scambiano i ruoli, sostenute da tamburi, battito di mani, sottili elementi elettronici e gli svolazzi di armonici prodotti dal tamborin à cordes (il buttafuoco, strumento a corde percosse cinque-seicentesco ancora in uso nella musica tradizionale di un’area geografica ristretta dei Pirenei). Non facile fare confronti con altri musicisti per la forma inedita del loro suono; come atteggiamento si potrebbe pensare alla nuova leva di artisti irlandesi come Lankum, Poor Creature e Eoghan Ó Ceannabháin o all’approccio sonoro e vocale di Davide Ambrogio (con cui proprio Laureti collabora nel sound design), per restare dalle nostre parti.
I primi due brani, “Remenanuèch” e “Fòrabanda”, sono due composizioni delle Cocanha. Il primo, che fa riferimento a una creatura della cultura popolare occitana nota come “drac”, presenta un’armonizzazione vocale articolata ed esaltata dalla sapiente produzione. Il secondo riguarda testimonianze storiche degli occitani emigrati dal sud della Francia e costretti a vivere la propria lingua e cultura in una condizione di “esilio” e marginalità culturale rispetto alla capitale francese (“Lascio la mia casa per sfuggire alla miseria della mia terra / Non sentirò più muggire la mia bestia sulla collina / Passo davanti al cimitero, per raccogliermi un'ultima volta / Quando morirò, sarà un mistero: quale terra mi ricoprirà? / Siamo esiliati dall'interno / Tutti a Parigi ci siamo resi conto / Della nostra povera condizione, di Occitani spodestati […] / Il mio accento canta il patois, questa lingua che respiro / Che la scuola e il suo progresso mi hanno insegnato a rifiutare”). Agile l’intarsio di voci nel canto tradizionale del Lauragais “Adissiatz Palhassonaira”. La successiva “Clam” si profila con ritmo sincopato e il canto che alterna melodia e il furore di sequenze declamate e perfino urlate, presentando un testo che denuncia il tentativo di sradicare
del tutto la lingua occitana (“Così vi sentirò / Così vi forgerò / Mio papà non usa la stessa lingua della sua mamma / Anche se nascosta, la trovo nella mia bocca per proclamarla meglio […] Lascerò che la lingua s'impossessi del mio quotidiano / Che il suo ritmo prenda vita nel mio focolare / Così vi sentirò risuonare ciò che è vicino e ciò che è lontano / Così forgerò il mio sogno / Credi che si allontani perché starebbe diventando antiquata?/
È la nazione a strapparla via, è la politica della lingua morta /
Terroir essenzializzato, la mia immaginazione si agita /
Si mescola, alimentata dalla curiosità di un nuovo radicamento […] / La distesa si restringe, il presente si affretta / In un grande incendio brucia la mia lingua fiera / Sono abituata a far vivere il mio sogno / Del tuo parere, non c'è bisogno / Del tuo disprezzo, non ne voglio più”). “La Majorana”, proveniente da una raccolta di liriche tradizionali, è ancora potente nel suo procedere tra canto e percussione a corda. “Au Nòst' Casalòt” è un canto guascone, mentre “Diuré Tremblar” è un canto di nozze, tratto dai “Chants populaires de la Grande Lande”, nel quale Jules Ribis ha creato un collage sonoro che include un frammento di un notiziario sull'uccisione negli Stati Uniti del CEO di United Healthcare, Brian Thompson, prima che la frequenza radio cambi e si tornino ad ascoltare le voci familiari di Dufau e Fraysse come se fossero trasmesse in un programma radio. Furore vocale nel rondò “Diuré Samsir”, scritto e composto dalle Cocanha, fatta eccezione per la melodia del ritornello, che è un canto tradizionale della Guascogna. Queste ultime due tracce sono ispirate alle attività del gruppo Les Soulèvements de la Terre, etichettato come “ecoterrorista” dal governo francese. Più leggiadra nel suo andamento è “A L'Amistat”. Segue “Flame Folklòre”, la title track, a suo modo portatrice di una veste psichedelica, scatenata nelle sequenze di contro melodie e arditi passaggi armonici: nelle liriche si celebra la vitalità dei rituali della cultura orale. Segue lo sviluppo canoro più posato e canonico – passatemi il termine – di “Los mes de mai”, un tradizionale del Cantal (dipartimento nella regione dell'Alvernia, nel cuore massiccio e montuoso della Francia centro-meridionale, una delle storiche aree di lingua occitana) raccolto dal grande André Ricros. Chiude l’ipnotica “Jana d’aimet”, in cui una melodia composta dal duo sposa un collage di due fonti, che testimoniano varianti geografiche della stessa tradizione orale, con testi raccolti nel Quercy da Xavier Vidal a Fons e nel Cantal ancora da Ricros.
In definitiva, la visione d’avanguardia folk delle Cocanha, che si nutre di consapevolezza oltre che di entusiasmo, ha pochi eguali: “Flame Folclòre” è musicalmente straordinario ed è nbun atto di resistenza culturale che si impone senza dubbio tra gli album di punta di questo anno discografico.
Ciro De Rosa
Foto di Amic Bedel
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