La storia orale, la memoria, il sapere operaio e le lotte delle lavoratrici della Fabra i Coats – fabbrica tessile di Barcellona dismessa negli anni Ottanta, situata nel quartiere di Sant Andreu e oggi riconvertita in centro culturale, ma storicamente cuore pulsante del lavoro femminile – rivivono nelle voci, nei testi e nella strumentazione dalla forte matrice percussiva di un sestetto formato da tre duo: le occitane di Tolosa Cocanha, la coppia galiziano-catalana Los Sara Fontán e le catalane Tarta Relena.
Le Cocanha sono Caroline Dufau e Lila Fraysse (voci, tamburi a corde, percussioni di mani e piedi). Sono voci in polifonia che cantano in lingua occitana, sostenute dal battito dei tamburi e dalle percussioni corporee. Tarta Relena si autodefinisce un gruppo “gregoriano frenetico e progressivo”: il repertorio di Marta Torrella e Helena Ros spazia infatti dalla musica tradizionale alla canzone d’autore, usando la combinazione di diverse tecniche vocali come motore creativo. Infine, la fisicità del duo galiziano-catalano in cui gli elementi classici e contemporanei della violinista Sara Fontán incontrano l’afflato poliritmico di Edi Pou.
Il titolo “4132314” si riferisce a un pattern numerico della tessitura, tratto dal libro “Le tissage à la main” di Pierre Ryall, ma la composizione dell’album ha previsto anche la raccolta di fonti orali, musiche e testi legati all'abbigliamento e canti tradizionali di antica origine. Le voci di questo sestetto dall’attitudine sperimentale sono l’asse portante dell’album (una produzione realizzata in collaborazione con Pagans Records e Gandula Records, pubblicata per ora solo in digitale dalla ginevrina Bongo Joe), che riporta sulla scena un’epoca di lotta sociale e solidarietà operaia. Le conversazioni con due di loro, Puri e Carme, hanno rivelato la forza delle maestranze: l’eco di questo spirito comunitario e di coscienza di classe permea la composizione e la scelta dei testi che, oltre ai canti di lavoro, incorporano testimonianze dirette di chi ha vissuto la fabbrica. I tamburi a corda e il violino evocano il filo e i telai, mentre le percussioni e l’elettronica rimandano ai rumori delle macchine.
In tutto il disco il modello tessile assume il ruolo di fonte sonora. L’intro “Escardalenc” (termine occitano che si riferisce a qualcosa di scardassato o cardato, dal verbo “escardar”, ovvero l'azione di pettinare le fibre prima della filatura) è il ruvido attacco che traduce in gesto musicale l’azione tecnica industriale, con un’estetica minimalista che si proietta nella successiva “Jota de la seda”, reinterpretazione di un canto popolare aragonese delle lavoratrici della seta. In “El trap de la pesseta”, brano basato sulle “corrandes” (brevi canti rimati) di Núria Campàs – lavoratrice della fabbrica La Coromina de Torelló tra il 1920 e il 1960 – l’iterazione sillabica declamata si appoggia su un grumo percussivo.
“L’œil d’oie” è una composizione a dodici mani, un intreccio di voci che si rincorrono creando una trama sonora sospesa, sfociando nella sacralità antica della chanson de toile medievale “Belle doette”, tipica del tempo della tessitura e diffusa dai Trovieri. Qui l’articolazione vocale poggia su un insieme di bordoni. “Charmantina” ha invece la fisionomia di una canzone a ballo, un salto béarnese tipico dei Paesi Baschi. Il tamburo a corde, il violino stridente e la percussione vocale accompagnano poi il canto “La Lan deus motons”, legato alla filatura e alla tosatura delle pecore.
La tecnologia della fabbrica diventa occasione per costruire giochi ritmici che evocano i macchinari in “El Minimal wave del remendar”, libero adattamento della “Cançó de llaurar” di Maiorca, trasposta nella sala del rammendo della Fabra i Coats. La voce e il fraseggio del violino dialogano su un denso apparato di droni che risucchia tutto nel crescendo finale. L’architettura della successiva “Phasing de las 15.50”, canto di protesta delle lavoratrici della fabbrica Caride ad Alcantarilla negli anni Cinquanta, si compone di una cellula melodica reiterata all’unisono, per poi assistere a un progressivo sfasamento delle voci mentre la tensione cresce fino alla ricomposizione finale.
Infine, “La Mani de la Puri i la Carme”, tra voci corali, ilarità e commenti delle operaie incontrate, fa emergere il senso di comunità, portando a compimento un progetto audace. Non si tratta solo di una ricerca nelle voci di un “mondo non egemone”, come direbbe Alessandro Portelli, ma dell'intreccio di storie profonde che costruiscono un nesso tra epoche diverse. Assolutamente da ascoltare. cocanha.bandcamp.com
Ciro De Rosa
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