Vania Palumbo feat. Vito Fiore – Noches Españolas (Bajun Records, 2026)

Dopo i due volumi di “Canzoni in forma di Rosa” dedicati al “Canzoniere Italiano” di Pier Paolo Pasolini e in cui rileggeva alcuni brani tradizionali della Grecìa Salentina, Vania Palumbo torna con “Noches Españolas” nel quale la cantante e musicista salentina rilegge il repertorio di canti popolari spagnoli, alcuni dei quali tratti da raccolte classiche come le “Siete canciones populares españolas” di Manuel de Falla (1914) ed ispirati dalle suggestioni poetiche di Federico García Lorca e nelle cui trame si scorgono le melodie tradizionali legate alle varie aree della penisola iberica dall’Andalusia alla Murcia dalle Asturie alle memorie gitane e sefardite. Accompagnata alla chitarra di Vito Fiore, Vania Palumbo prone un itinerario sonoro che attraversa danze (seguidilla, fandango), ninnenanne, romanze e canti d’amore. Gli arrangiamenti dei brani sono eleganti nella loro essenzialità con la chitarra che tesse trame ritmiche e melodiche su cui la voce si posa con un timbro caldo, intenso ed avvolgente, un lavoro per sottrazione dove il silenzio e la pausa hanno lo stesso peso della nota, senza cadere nel manierismo. Il percorso inizia con “El Paño Moruno”, dove il ritmo soleá accompagna un canto che narra di tradimento e onore, per poi cambiare registro con la “Seguidilla Murciana”, caratterizzata da un’articolazione vocale più serrata e arpeggi chitarristici nitidi. In “Asturiana” la tensione si scioglie in un fraseggio più fluido, mentre il “Romance De Los Pinos” di Moreno Torroba vede la voce distendersi su uno strumming che evoca atmosfere di solitudine. La “Nana de Sevilla” si muove su territori più raccolti, una ninna nanna espressa con un sussurro che poggia su arpeggi lenti, seguita dalla più decisa “Cancion”, dove i rasgueados della chitarra sostengono un’interpretazione dai toni fieri. L’agilità vocale emerge nel “Fandanguillo”, in cui il tempo in 3/8 anima la struttura senza appesantirla, portando poi alla dimensione poetica di “Zorongo”, fluida e sobria nella sua intelaiatura armonica. La vitalità di “Anda Jaleo” prepara il terreno per “Avrix Mi Galanica”, un brano sefardita in lingua ladina in cui la pronuncia e il tocco della chitarra richiamano antichi strumenti a corda del Mediterraneo. Il disco si conclude con “La Tarara”, che ripropone un’atmosfera più giocosa e ritmata, definendo un lavoro di indagine filologica che sceglie la via della semplicità e del rigore interpretativo.  


Salvatore Esposito

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