Mai Mai Mai – Karakoz (Maple Death Records, 2026)

Se è vero che su queste pagine il nome di Mai Mai Mai, pseudonimo con cui è conosciuto il producer calabrese Toni Cutrone, non è stato una presenza assidua – se n’è parlato in occasione della pubblicazione di “Rimorso” (2022) e, più recentemente, analizzando la nuova collana discografica lanciata da Luiss University Press di cui è il curatore artistico – sono tante, invece, le volte in cui si è parlato delle musiche e degli “standard” tradizionali su cui ha messo le mani l’agitatore cultural-musicale crotonese animato dalla sua ipotesi di intervenire sulla tradizione senza limitarla a oggetto di recupero. La sua oscurità meridiana o “hauntology mediterranea” (come lui stesso la definizione) non funziona come volontà nostalgica o citazionista: riguarda piuttosto la persistenza di forme sonore intrise della ritualità di un “mondo magico” che continuano a riemergere, anche quando il contesto che le ha prodotte sembra essersi del tutto incrinato. Nel contesto attuale, segnato da una ipocrita rimozione diffusa della violenza in atto, dell’espropriazione di terre, del terrorismo genocidario di uno stato e dei suoi coloni, avvertiamo la necessità di portare all’attenzione “Karakoz”, album (pubblicato in digitale e in vinile per Maple Death Records) che si impone come lavoro che nasce da un’esposizione diretta. Non è più soltanto una questione estetica o antropologica: il disco prende forma a partire da una permanenza reale nei territori palestinesi. Nel gennaio 2024 Mai Mai Mai arriva tra Ramallah e Betlemme – anche grazie ai contatti con la crew di Radio Alhara – lavorando tra lo studio di Radio Atheer, il Wonder Cabinet e altri spazi locali. Più che “raccogliere” materiali, il processo sembra quello di un confronto continuo con ciò che accade intorno, da cui emerge un insieme sonoro che non produce un quadro coerente, perché segnato da tensioni difficilmente ricomponibili. Prendete la prima traccia, “Grief”, in cui la voce di Maya Al Khaldi, cantante e ricercatrice palestinese esibisce un sussurro che si trasforma in canto accorato, melismatico, perfino straziante: è un lamento funebre tradizionale della sua terra, attorno al quale Mai Mai Mai assembla un ordito elettronico non accompagnando ma circondando il tema vocale a determinare una tensione che non scema. Uno scuro drone, effetti elettronici e una percussione che compone un tempo binario che rimanda al battito binario. Si avverte una pressione, una densità che rende il canto quasi insostenibile: da brividi. Segue la title track (Karakoz o Karagöz è il nome del Teatro delle Ombre turco, chiamato così in onore del suo celebre protagonista), che lavora per stratificazioni evidenti: archivi sonori, percussioni, strumenti acustici e sintesi elettronica restano distinguibili, senza essere ricondotti a un equilibrio. Più che fondersi, continuano a interferire. Si ascoltano le percussioni di Jihad Shouibi e i beat e le sonorità ambient prodotti da Mai Mai Mai e Filippo Brancadoro che interferiscono con un canto funebre, registrato nei pressi di Tulkarem nel 2020, documento depositato nell’archivio sonoro del Centro di Arte Popolare di Ramallah, e con gli arpeggi distorti del cordofono buzuq di Karam Fares. Quando entrano altri elementi il campo si allarga ma non si organizza: ogni intervento apre una direzione senza chiuderla. In “Echoes of the Harvest feat” il sax di Alabaster dePlume introduce una dimensione più mobile ricamando su una stratificazione di synth Buchla e dialogando con un altro estratto dall’archivio di Ramallah: sono canti del Raccolto (la voce di Hajja Badriya, fissata nel 1997 a Wadi Ara, Haifa). La collaborazione con il musicista inglese nasce sotto l'egida del progetto “Sound Of Places”. Il contesto è quello della Valle di Cremisan, luogo dove la natura con la distesa di ulivi e la spiritualità del monastero locale tentano di preservare l'integrità di questo fazzoletto di terra. Nella scura “Poem Made of Sand” voci e rubab (raccolti nel 1999 a Beit Ur, Ramallah) si incontrano con Buchla, SOMA Terra e i tamburi di Shouibi, mentre l’ipnotica “Dawn on the Cremisan Valley” porta la voce trattata del produttore Julmud in uno spazio sospeso, quasi irreale. Nei successivi brani legati ai mercati, infine, il suono perde ulteriormente definizione. Voci, passaggi, strumenti emergono e scompaiono senza essere ordinati in una gerarchia chiara. Non è una ricostruzione, ma una presenza parziale, inevitabilmente incompleta. Il cuore pulsante del mercato di Betlemme anima “Jinn of the Bethlehem Souk”, in cui entra il timbro acuto e penetrante dell’aerofono a doppia canna mijwiz di Osama Abu Ali. L’immagine sonora conclusiva la porta “Wandering through the crowded Paths of Al-Hisba”, ancora un mercato, questa volta a Ramallah, che incontra la trance elettronica (Moog Wekstatt) e un assolo di yarghul con la voce di Abu Hussein (registrata a Nazareth nel 1998). “Karakoz” non si traduce in un’immagine definitiva né prova a racchiudere l’esperienza in una forma chiusa. Resta aperto, non raccontando passivamente, piuttosto si mette in contatto con ciò che accade, con la storia recente, con la memoria, con i suoni che la attraversano. Fissa e restituisce tracce di una realtà che continua a vivere, fragile ma resistente, nonostante tutto. 


Ciro De Rosa

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