Trombonista e compositore vicentino da tempo tra le voci più originali del jazz italiano, Mauro Ottolini ha costruito l’intero suo percorso intorno all’idea che il suono è al centro del suo universo creativo come dimostrano le tante esperienze messe in fila al fianco di Enrico Rava, Paolo Fresu, Franco D'Andrea e Jan Garbarek, fino ai progetti a suo nome tra i più stimolanti degli ultimi vent'anni: i Licaones con Francesco Bearzatti, i Sousaphonix con cui ha conquistato il Top Jazz 2012, l'Orchestra Ottovolante che ha fatto della rivisitazione della canzone italiana una cifra estetica raffinatissima. Il suo nuovo progetto Trio Osaki nasce da un’intuizione diversa: spogliare il suono fino all'osso, affidarsi a tre strumenti che raramente si trovano insieme — il trombone, la fisarmonica, la chitarra classica — e costruire uno spazio acustico dove il jazz incontra il mondo senza passaporto né frontiera. A suo fianco troviamo Thomas Sinigaglia alla fisarmonica e looper e Marco Bianchi alla chitarra classica, chitarra baritona e Haitian guitar. La scelta di un organico del tutto atipico, però, non è né casuale né tantomeno effimera, ma è dettata dal cuore. La fisarmonica di Sinigaglia porta dentro il disco una memoria collettiva che attraversa la tradizione italiana, il tango, il musette parigino, la klez e il folk balcanico, mentre la chitarra di Bianchi — capace di spostarsi con naturalezza tra lo strumento classico, il baritono e la Haitian guitar — introduce texture timbriche che si aprono verso i Caraibi, il Mediterraneo, il grande Sud del mondo. E poi c'è il trombone di Ottolini, naturalmente: ma anche la tromba bassa, le conchiglie, e la voce, che appare come un ulteriore strumento, ruvida e morbida allo stesso tempo, terrena e visionaria. Il disco, registrato in presa diretta da Stefano Amerio nello studio Artesuono di Cavalicco (Ud),
si apre con "O Diabo e a Água Benta" — un titolo, guarda caso, scritto con la firma di Thomas Sinigaglia — che entra senza preamboli in quell'incrocio tra blues, fado e suggestione caraibica che caratterizza il cuore pulsante del disco. La fisarmonica costruisce subito il terreno armonico, la chitarra scandisce un ritmo che sembra pescare da qualche tradizione senza nominarla apertamente, e il trombone di Ottolini vola sopra tutto con quella leggerezza che è la sua firma inconfondibile. "Once in a Secret Garden" di K. Asatrian è uno dei momenti più toccanti dell'intero album: una melodia che non grida la sua bellezza ma la sussurra, costruita con la cura artigianale di chi conosce il valore del silenzio tra una frase e l'altra. "Art Deco" — omaggio al Don Cherry più cosmopolita e libero — porta dentro il disco una ventata di libertà improvvisativa che apre la percezione verso il jazz dei Settanta, verso quella musica del mondo che Cherry chiamava "world music" prima ancora che il termine diventasse un'etichetta di mercato. È uno dei momenti in cui il trio dimostra maggiore intesa, muovendosi senza rigidità in uno spazio armonico aperto, dove ogni musicista ha il suo respiro e la sua voce. "Una farfalla di nome Vanessa" allarga il trio con due ospiti d'eccezione: Francesco Bearzatti al clarinetto e Giulio Scaramella al pianoforte, compagni di strada di lungo corso nell'universo creativo di Ottolini. Il brano — scritto dallo stesso Ottolini — porta il nome di Vanessa Tagliabue Yorke, la cantante con cui collabora da anni, e ha qualcosa di intimo e quasi cinematografico, come una dedica musicale in forma di poesia sonora. "Carovana Negra" di Gorni Kramer — lo stesso Kramer della musica leggera italiana del dopoguerra che Ottolini già omaggiava con l'Orchestra Ottovolante — ricompare qui trasformato in qualcosa di più nomade e misterioso, il ritmo che avanza come una processione lontana, la chitarra di Bianchi che plucka accordi gravi mentre la fisarmonica dipinge un paesaggio quasi cinematografico. "Hommage à Anton Pann" di Nina Simion è invece un tuffo nella tradizione musicale rumena, uno dei momenti più affascinanti del disco per come il trio riesce a rendere familiare qualcosa di lontano, a trovare nella melodia della Romania orientale una risonanza universale. "Sonata For Horn, Trumpet And Trombone / Ottolini Jazz Variations" — la rielaborazione jazzistica della Sonata di Poulenc — è la prova più ambiziosa del disco, quella in cui Ottolini mette in campo la sua formazione più solida e la sua capacità di attraversare il confine tra musica contemporanea e improvvisazione con intelligenza autentica. La sonata di Poulenc viene smontata e reinventata con la logica del jazz, il tema riconoscibile nella prima parte e poi progressivamente dissolto in variazioni che mantengono la tensione armonica dell'originale restituendole però una nuova libertà espressiva. "Flor de Lino" di Stamponi è un'incursione nel folklore latino-americano, luminosa e dolce, prima che "And Then She Stopped" di Dizzy Gillespie chiuda quasi in punta di piedi il corpo principale dell'ascolto — tema bop trattato con eleganza disarmante, reso con un'ironia leggera che è uno dei tratti più umani di Ottolini. Chiude "Tango dei Clown" di Nino Rota, il compositore felliniano per eccellenza, e il cerchio si chiude: il jazz, il cinema, la tradizione popolare, il folk, la contemporanea, il mondo. Tutto dentro undici brani. "Trio Osaki" è un disco superbo che si svela con straordinaria generosità a chi è disposto a muoversi tra epoche e geografie differenti, seguendo il filo rosso della bellezza.
Salvatore Esposito
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