Cantautore siciliano da decenni trapiantato nel nord Europa — tra Germania, Austria e Svizzera — Pippo Pollina ha costruito la sua carriera seguendo una traiettoria che non conosce deviazioni di comodo: una canzone d'autore di radice mediterranea, nutrita di impegno civile, capace di dialogare con gli strati più profondi dell'ascolto senza mai cedere all'effimero. Con "Fra guerra e pace", venticinquesimo album in studio pubblicato il 5 dicembre 2025 per Jazzhaus Records con distribuzione italiana Storiedinote, il cantautore siciliano ci consegna undici canzoni, undici quadri di una guerra che non è mai davvero finita, percorse da un filo rosso — di sangue e di amore — che lega il passato al presente con la lucidità di chi osserva il mondo da una posizione di ascolto permanente. La prima cosa che colpisce, già dalla traccia d'apertura "Vigolais", è la cura architettonica degli arrangiamenti, firmati insieme al produttore Martin Kälberer. Gli archi — Lenka Bonaventurova alla viola, Daniel Frankenberg e Jonas Moosmann ai violini, Stefania Verità al violoncello — costruiscono un tessuto quasi sinfonico che porta la voce di Pollina, intensa ed energica, verso un orizzonte di grande spazio. Non è enfasi, non è eccesso: è respiro. La stessa misura si avverte in "Il volo del colibrì", dove chitarra e tastiera di Martin Kälberer si intrecciano in un dialogo che sa essere esatto senza essere freddo, lasciando alla melodia tutta la sua libertà di volare. Il disco ruota attorno a una geografia del conflitto che è anche, e soprattutto, una geografia delle emozioni. "Fra i petali del girasole", scritta a quattro mani con il cantautore Luigi Mariano, porta l'ascoltatore nei campi dell'Ucraina devastata: è la chitarra elettrica di Daniel Stelter a guidare l'impianto rock del brano, con una potenza trattenuta che rende il dolore ancora più affilato. Stessa urgenza, diverso colore, in "Free Palestina", che guarda a Gaza con uno sguardo che non si distoglie e una musica che non adorna, ma denuncia. E poi c'è "La notte dei cristalli", dedicata al pogrom del novembre 1938: qui Pollina canta insieme ai suoi due figli, Julian 'Faber' Pollina e Madlaina Pollina, e l'effetto è disarmante. La melodia è orecchiabile e classica, ma gli arrangiamenti con rimandi jazz — Roberto Petroli al sassofono, clarinetto e clarinetto basso, Alessandro Presti al flicorno — la portano su un piano di raffinata e malinconica bellezza. Due generazioni che si intrecciano in un unico anelito contro l'oblio: il brano vale da solo l'intero ascolto. Eppure, il disco non è solo guerra. È anche resistenza dolce, speranza ostinata. "Lava la pioggia" introduce sonorità sudamericane — quelle influenze latinoamericane che Pollina porta con sé dai tempi del gruppo Agricantus — e Marcio Robino al flauto disegna curve melodiche che profumano di terra bagnata e di rinascita. In "Hasta siempre", emozionante dedica a Pepe Mujica, Sven Faller al contrabbasso e Werner Schmidbauer all'armonica costruiscono un ambiente raccolto e solenne, come si addice a una canzone che è insieme commiato e promessa. "Rosabianca" celebra invece Sophie Scholl e il movimento nonviolento della Rosa Bianca: l'armonica risuona in punta di note, quasi in silenzio, come se la musica stessa si raccogliesse in reverenza. Tra i momenti più sorprendenti c'è "Questo tempo insieme", un manifesto poetico a quattro voci in cui Pollina dialoga con tre artisti palermitani — Marcello Mandreucci, Alfonso Moscato, Raquel Romeo — su una chitarra elettrica trattata con dolcezza quasi acustica. I versi — "La parola nasce giovane sul palato / fa felice la rima di un terzinato" — hanno la densità di chi ha imparato da De André e Fossati che le parole non si sprecano, ma si pesano. Alex Klier al basso elettrico e Tommy Baldu alle percussioni garantiscono una ritmica sobria che non soppianta mai il respiro corale del brano. A chiudere questo viaggio, "Piccola canzone per noi" ha il tono di un epilogo inevitabile: non rassegnato, ma consapevole, come chi sa che l'unica risposta alla violenza del mondo è continuare ad amare, vivere, resistere. Il catalogo di Martin Kälberer — pianoforte, tastiere, fisarmonica, harmonium, duduk, mandolino, mandola e batteria — rivela la dimensione globale di un progetto che non sceglie un solo idioma ma li attraversa tutti con la grazia di chi conosce la differenza tra contaminazione e confusione. Daniel Stelter aggiunge oud e mandolino alle sue chitarre, portando risonanze mediorientali che ampliano la tavolozza senza appesantirla. L'insieme è una band che suona come un organismo unico, al servizio di canzoni che non chiedono virtuosismi ma verità. "Fra guerra e pace" è un disco che non ha paura di essere anacronistico perché non lo è: è semplicemente fuori dal tempo del marketing, dentro il tempo della storia. Pollina ha scelto di distribuirlo solo in formato fisico — cd e vinile — proprio per restituire all'ascolto la sua dimensione intera, non frammentata in singoli da dieci secondi. Una scelta che è già, di per sé, un atto politico. E una dichiarazione d'amore verso chi ancora crede che la musica possa cambiare, se non il mondo, almeno il modo in cui lo guardiamo.
Salvatore Esposito
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