“Non sto mai ferma. Odio gli stereotipi e gli steccati tra i generi”. Basterebbe questa dichiarazione, rilasciata anni fa da Natacha Atlas ma ancora attuale, per inquadrare la disinvoltura sonora della celebre chanteuse belga-anglo-egiziana, tuttora una delle voci più inconfondibili della scena contemporanea. “Mi sono sempre sentita un ibrido”, ribadisce quest’artista che ha fatto della convergenza tra vocalità mediorientale e occidentale il proprio tratto stilistico. La sua è una carriera costellata da innumerevoli album solisti, collaborazioni eccellenti (tra i tanti, ricordiamo Peter Gabriel, Nitin Sawhney, Nigel Kennedy, Ibrahim Maalouf, Omar Sosa e Paolo Fresu), esibizioni storiche come il Millennium Concert di Jean-Michel Jarre a Giza e la partecipazione a prestigiose colonne sonore internazionali. Se la pubblicazione di un album di Natacha Atlas si connota di per sé come un evento, di certo la sua nuova creazione, “Parallel Universe. Volume 1”, cattura inevitabilmente l’attenzione per più di un motivo. Il progetto è stato concepito a quattro mani con il compagno di vita e d'arte Samy Bishai. Produttore, compositore e violinista egiziano di base a Londra, Bishai unisce una solida formazione classica (sia occidentale che araba) a un’esplorazione trasversale che tocca jazz, elettronica, rock e pop. Dal 2010 è il direttore musicale di Atlas, firmando e arrangiando gran parte dei suoi lavori. Insieme, hanno espanso i loro orizzonti sonori componendo per la danza contemporanea — con le musiche per “Les Nuits” di Angelin Preljocaj e “Odyssey” di Hervé Koubi — e firmando colonne sonore per i mondi della moda e delle arti visive. Nell’album i due fanno quasi tutto da soli: lei a voce, cori, elettronica e sound design; lui a beat, tastiere, synth, basso, chitarra elettrica, violino, viola, Electrolin a cinque corde e voce. Atlas e Bishai incarnano un crocevia di culture
perennemente in moto. È l’essenza stessa della condizione umana su questo pianeta, un rifiuto netto verso chi ancora si ostina a teorizzare rozzamente la “purezza” delle nazioni o blatera di remigrazioni. Coerentemente, “Parallel Universe”, concepito su codici sonori dichiaratamente arab pop e porta una dedica inequivocabile: “Alla Palestina e al suo popolo, i Palestinesi – e all’eterna ispirazione del loro coraggio”.
Sebbene l’elettronica marchi profondamente l’identità del lavoro, il cuore sonoro è il mahraganat, mix di hip-hop e dance affermatosi all’indomani delle rivolte cairote di quindici anni fa. Tracciando parallelismi con lo chaabi, Bishai ne elogia la portata sovversiva e il merito di aver “infranto molti tabù sociali”. In questa architettura musicale, i modi arabi con le scale a quarti di tono formano l’ossatura, ma la componente ritmica si colloca sullo stesso piano di importanza.
Le sette tracce di questo primo capitolo (il materiale per i volumi successivi è già pronto) provano a immaginare una prospettiva alternativa dinanzi alla distopia del nostro presente: un “modo per parlare di potenzialità, di destini alternativi”, dice la cantante. “Musicalmente, tutto ciò si traduce in un immenso terreno di gioco: partiamo sempre da una base elettronica, ma le influenze possono essere infinite. Usiamo la tecnologia attuale per creare suoni che vanno dal vintage allo sperimentale, mescolando ritmi arabi, modulazioni occidentali e tutto ciò che la composizione permette di immaginare”. Il duo condensa ritmiche serrate, a partire dalla spinta
inconfondibile del TR-808 e dalle percussioni arabe rigorosamente campionate e tagliate all’MPC. Si aggiungono synth analogici calibrati sui quarti di tono e i tappeti avvolgenti del piano Rhodes. A sorpresa, per la prima volta Atlas sperimenta anche con l’auto-tune. Sebbene alcuni passaggi possano suggerire scenari retro-futuristi, l’impianto ritmico e il sound design ancorano il prodotto all’attualità. La stessa Natacha parla in un certo senso di ritorno alle sue origini con la centralità dei profili elettronici, ma al contempo si è di fronte a una produzione in duo che assomma le tante esperienze artistiche individuali e di coppia maturate nel corso degli anni.
L’avvolgente canto melismatico di Natacha si impone da subito nell’iniziale “Zar 12”. La successiva “Unchanging Game”, in equilibrio tra ritmi baladi e trip-hop, propone una riflessione sulla memoria e sull’illusione di un progresso che in realtà è pura ciclicità; la traccia scorre fluida, guidata da una linea di synth arabo, chitarre e basso profondissimo, evocando un viaggio tra paesaggi interiori e squarci urbani cairoti. Tinte anni Novanta e trame elettroniche caratterizzano “Wana Leh”, una ballata che fotografa il tentativo di restare a galla in un mondo che sembra aver smesso di funzionare. Tra la frustrazione e la stanchezza quotidiana, il possibile appiglio è rappresentato dall’unione: l’idea di fondo è che, quando i piani crollano e le certezze svaniscono, il legame con l’altro resta l’unica ancora di salvezza. Segue “Dawsha”, che si muove invece su inquietanti fondali trip-hop; qui su un tappeto di percussioni arabe e con la voce filtrata, Atlas alterna inglese e arabo (“Assordata dal disastro / Accecata dalla calamità”), alla disperata ricerca di “qualcosa in cui credere”. Si segnala la liricità di “H.Z.K. (Haga Zay Kidda)”, dove canta: “Perché la rabbia trionfa sempre, anche quando la risposta è a portata di mano? / Oh, poter assistere a un'era di unità incondizionata; / Cosa c’è di sbagliato in una misericordia senza catene? / Oh Pace; se solo tutti noi avessimo il diritto di esistere...”. Un anelito che prosegue in “Bahlam Biyoum”: “Lacrime sulla scia del mondo che vedo / Forse è follia – o forse sono io / Sognare un giorno che verrà / [...] Sognare il
giorno in cui udremo la melodia del coraggio di sperare, al riparo della notte / Sognare il giorno in cui ci risveglieremo davanti alla bellezza del canto del mondo”.
Nel nome della dignità umana, il climax emotivo arriva in chiusura con “Somoud”, splendido e teso manifesto contro la guerra. La parola, che abbiamo imparato anche per via della Flotilla, porta in sé un’ampia area asemantica nella lingua araba e nella cultura palestinese, ed è traducibile con “resilienza”, “resistenza”, “solidarietà”, caparbietà” ed altro ancora. L’incipit è affidato a un’invocazione in stile spoken-word di TuuP (The Unorthodox, Unprecedented Preacher, storico poeta dei Transglobal Underground): “Non fatevi ingannare", intona, “Le bombe non saranno mai armi di pace – Le bombe sono armi di guerra. Nel giudicare il tuo nemico, l’ignoranza regna sovrana. Nel cuore della macchina da guerra militare. Intrappolati nell’illusione dell'evoluzione, Confusione spirituale; la famiglia umana divisa Mentalmente indecisa sull’essere conquistata e sottomessa. Dove l'ignoranza non significa più chi sa leggere e chi no […]”. La stratificazione sonora monta inesorabilmente, alimentando una tensione magistralmente orchestrata dal canto responsoriale, dai fraseggi distorti del violino elettrico a cinque corde, dal contrabbasso di Andy Hamill e dall'urto ipnotico dei beat.
Niente sguardi nostalgici: “Parallel Universe” respira l’aria del qui e ora. natachaatlas.bandcamp.com/album/parallel-universe-volume-1
Ciro De Rosa
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