Il percorso di ricerca, seminari, concerti “Maqām Beyond Nation”, nella sua terza tappa veneziana, volge l’udito verso l’Asia Centrale, dopo due appuntamenti dedicati all’Iran con il Nasim-e Tarab Ensemble
e ai compositori persiani dell XVII e XVIII secolo alla corte ottomana con l’Ensemble Bezmara.
Protagonista del concerto ospitato dall’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati nella splendida Sala degli Arazzi è stato il cantante Ilyos Arabov, originario di Bukhara (Uzbekistan). Con il suo ensemble ha presentato sia musiche classiche sviluppatesi nel contesto della corte dell’Emiro di Bukhara, sia canti tradizionali che vedono protagonista anche la danzatrice Dilorom Madrakhimova. A inizio concerto, Giovanni Giuriati e Giovanni De Zorzi hanno contestualizzato questa parte di “Maqām Beyond Nation”, forti di un programma di sala curato da De Zorzi: in modo dettagliato e ben documentato mostra come i canti e le musiche di Ilyos Arabov attraversino e colleghino frontiere culturali, passando dal patrimonio ottomano e persiano all’Asia
Centrale e, allo stesso tempo, mettano in relazione canti e ritmi che accompagnano le occasioni di celebrazione comunitaria con musiche classiche dell’Asia Centrale. Qui prendono il nome di maqom: rimandano alle influenze che ebbero le musiche della corte di Tamerlano a Samarcanda e al musicologo e compositore 'Abd ul-Qādir ibn Ghaybi Marāghī (1360?-1435) che, da Herat, contribuì a definire la pratica del maqām con un impatto sia in ambito ottomano, sia in Asia. Qui, dal XVI secolo, prende forma la tradizione musicale chiamata Shash Maqom, le sei suite che caratterizzano oggi il repertorio classico della regione uzbeka/tagika grazie a fulcri culturali come Bukhara e Samarcanda.
La prima parte del concerto, dedicata alla suite Navā, è stata riservata all’archetto che percorre il tanbur, liuto a manico lungo, di Ilyos Arabov: con frasi nel registro basso, ben scandite, cadenzate, ha aperto le mushkilot (le “difficoltà”), prima di una serie di movimenti in cui ha saputo dispiegare la sua straordinaria vocalità e in cui si sono inseriti anche il dutar di
Farangiz Makhmudova, la viella ghijiak di Vosidion Makhmudov e il preciso intarsio di accenti prodotto da Nasimkhon Muzaffarov sul tamburo a cornice doira. La corposa e meditativa introduzione prelude ad una sequenza di diversi cicli ritmici (usul), metafora di un viaggio epico votato ad attraversare vari poemi / ghazal sospinti dai ritmi usul-i qadim (ritmi antichi), talqin (suggerimento), nasr (attraversamento) e lufar (resa). A tratti, ha destato stupore la capacità di “rallentare” a piacere l’andamento ritmico in funzione dell’esprssività narrativa del solista. L’affiatamento del quartetto e l’acuta sensibilità con cui sa foggiare le dinamiche sonore rende particolarmente coinvolgente sia la suite iniziale, sia i cinque brani che, nella seconda parte, alternano composizioni colte – di Haji Abdulaziz Abdurasulov, Sharif Akramov e Hamid Olimjon e Zavqui – a canti popolari impreziositi dalla grazia e dall’energia espresse attraverso la danza da Dilorom Madrakhimova.
Alessio Surian
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