Shabaka – Of The Earth (Shabaka Records, 2026)

Il lavoro solista di Shabaka riflette una crescente attenzione al respiro, al corpo e a tutti gli aspetti del processo creativo legato al suono. Il nuovo album l’ha composto, eseguito, prodotto e mixato in solitudine: se i progetti precedenti esploravano improvvisazioni collettive cercando di andare oltre le forme consuete, questo lavoro cerca di integrare propulsione ritmica, profondità strutturale e apertura melodica. Da qualche anno, rispetto al sax (lo strumento che l’ha catapultato sulla scena mondiale), frequenta aggiormente flauti da ogni parte del mondo e si è dedicato a creare originali ritmi e brevi brani musicali, alla scoperta delle nuove tecnologie digitali. A poco a poco l’esplorazione solitaria ha preso la forma di un album: “mi è sembrato sempre più ovvio che potesse contenere solo la mia voce”. In precedenza, aveva collaborato con rapper e poeti: Joshua Idehen, Moor Mother, suo padre. In “Of The Earth” sono i suoi fiati e la sua voce a divenire protagonisti con un registro vocale più basso rispetto alla sua voce parlata. Rappando in “Go Astray” si scaglia contro lo sfruttamento e la schiavitù, preoccupato che le risposte alle ingiustizie globali non siano abbastanza radicali: “Predicare la non violenza / Mentre i soliti sospetti soffrono in silenzio”. Nella conclusiva “Eyes Lowered” è più enigmatico, naviga nello spazio tra il politico e lo spirituale, usa metafore tecnologiche: “La magia sopra la logica / La visione del mondo in fibra ottica...”. Se in passato registrava con l’etichetta Impulse!, pur manifestando ambivalenza nei confronti del “jazz”, con “Of The Earth” si è quasi completamente affrancato dai vincoli del genere, dando vita ad una sua musica: olistica ed elettroacustica, oltre ogni categorizzazione, capace di prendere direzioni diverse nell’arco delle dodice tracce. In “Go Astray” fa spazio ai suoni metallici del gamelan, altrove veicola quiete fluttuante, come nell’iniziale “A Future Untold”. La capacità di amalgamare idee poliritmiche e contrappuntistiche spunta con “Step Lightly” e sembra far dialogare fra loro due canzoni e due bande sonore fondendole e poi lasciando il passo a un originale trama percussionistica. L’anima più elettrica e acida si fa sentire con “Call the Power”, mentre “Dance in Praise” sembra riprendere e irrobustire ritmicamente la poetica 4th World Possible Music di Hassell e Eno. Nel precedente album, “Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace”, Shabaka suonava molti tipi diversi di flauti provenienti da tutto il mondo. In “Of the Earth” suona principalmente il flauto contralto, l’ultimo strumento che ha registratosui ritmi e le tonalità create da lui stesso, adatte a un flauto occidentale. Si tratta, in genere, di tre, quattro o cinque linee melodiche di flauto registrate saparatamente e sovrapposte a formare “calde” parti armoniche. Ma c’è anche spazio per alcuni flauti brasiliani e, dopo un lungo iato, per il sax: “Ho deciso di riprendere in mano il sassofono per il concerto commemorativo del batterista e compositore sudafricano Louis Moholo (il 27 agosto 2025, ndr). In passato, avevamo suonato insieme molte volte, ero nella sua band. Non avevo deciso di riprendere in mano lo strumento prima di quel concerto e non avevo intenzione di tornare al sassofono, ma più pensavo a ciò che volevo offrire al concerto, più diveniva chiaro che dovevo onorare la memoria di Louis suonando il sassofono. Dopo la pausa che mi ero preso, il sassofono è diventato qualcosa che non definisce più chi sono. È diventato solo uno dei miei modi di esprimermi come polistrumentista”. shabaka.bandcamp.com/album/of-the-earth 


Alessio Surian

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