“Nella nostra storia sacra gli angeli hanno un normale corpo umano, non li distingui, si sa che sono loro quando se ne vanno, lasciano un dono e lasciano una mancanza”
(Erri De Luca, ‘In Nome Della Madre’, 2019)
Barbara Zanoni è portatrice di rare bellezze tra cui il coraggio di presentarsi con sola voce e piccole percussioni (tamburello e tammorra) davanti a questi tredici diamanti delle memorie. Canti tradizionali per una prima metà provenienti dalla regione romagnolo-emiliana e per la seconda da altre parti del mondo europeo, senza dimenticare la Palestina alla quale ancora una volta il colonialismo sionista ha tagliato le labbra. “Nell’ora mutevole tra oscurità e luce, stretà lôm e scur” va a piedi nudi all’incontro con l’altrove, in catarsi psicologica, forte della propria visione universale sciamanica e attraverso energie in continua trasformazione. Questa danza nel canto, che intreccia memoria e finitezza, possiede la dimensione iniziatica di chi, praticando abitualmente il movimento dell’intero corpo come forma di conoscenza, indossa qui sola voce quale strumento vivo e animale. Barbara preserva nella scelta di arrangiamenti umili e modesti, il carattere atemporale delle composizioni: testi svestiti, linee melodiche essenziali, armonie intime, senza ritrovarsi per questo sola: l’assenza di ritmica non significa assenza di pulsazione per chi abita gli spazi di gravità che ruotano intorno a tempi, equilibri, fluidità. I gesti scaturiscono dalle parole e questa nudità musicale è sostanzialmente la cifra stilistica di un disco “organico” dalla singolarità femminile feconda. Il filosofo-idealista Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775 - 1854) sintetizzò magnificamente: “la natura è lo spirito visibile, lo spirito è la natura invisibile”. “Dal Crepuscolo” pur incatenato a canzoni di secoli e scenari differenti, esprime l’unità sottintesa di un filo d’oro che il canto tiene insieme, sgorgato com’è da sconosciute interiorità in venerazione tanto di spiritualità quanto di desideri terreni. Un canto che il misticismo ebraico pone addirittura all’origine della Creazione e dove la voce cerca risposte empiriche all’eterno e irrisolvibile dilemma dell’esistenza. I paesaggi, siano essi boschivi, acquatici o pietrificati, sono posti dalla storia proprio per accogliere i pesanti pensieri umani e alleggerirli attraverso i suoni che, privi di frontiere o barriere linguistiche, possiedono origini che sottintendono anteriorità ancestrali. Interrogano, sommuovono e sconcertano. La maggior parte delle cose adoperate ogni giorno dall’essere umano si trovano nella zona superficiale della coscienza, quelle profonde rimangono invulnerabili e impermeabili. Quali sono dunque i comuni profili del canto tradizionale? Sono gli specchi di varietà e ricchezze non solo orizzontali nello spazio, bensì verticali nel tempo, legati alla quotidianità dei lavori manuali lungo il trascorrere ritmato delle stagioni in un percorso di vita rurale che oggi pare del tutto scomparso sulla scia del presunto “progresso”. Barbara Zanoni è qui l’officiante: sue sono scelte, fervore, adesioni intime, meditazioni, a cui aggiunge personale trama di voce, l’avevo già sottolineato in precedenza. Si percepisce all’ascolto la volontà di annullarsi nella consapevole ammirazione delle forme della bellezza musicale, di consegnarsi a un’ombra che pare mescolarsi ai canti nel breve smarrirsi di opposizione tra luce e onirico notturno. Da qui a là non c’è che un passo ma sufficiente a che si infili, con la forza di un animus, il suo sogno contemporaneamente di fata indecisa, ragazza fragile, donna consapevole, amante vanitosa sotto occhi gocciolanti di pioggia. Poco tempo fa mi trovavo in Bretagna e ho ascoltato una giovane cantare "...war an aod e lec'h on ganet e flod ur jeant morboriet tasmant an hañvoù tremenet...malvennoù kloz…emañ ar vuhez o c'hortoz met ganin 'chom un dakenn spi..." ("...sulla costa dove sono nata galleggia un gigante di alghe, fantasma delle estati passate...palpebre chiuse, la vita è sospesa...la terra è avvolta nella malinconia ma dentro me rimane un barlume di speranza...") (trad. Flavio Poltronieri). La prima parte del disco ospita una serie di canti emiliani e romagnoli: un’invocazione al sole, alcuni brevi stornelli di lavoratrici della risaia, due ninnenanne: una sciamanico-dialettale e una tradizionale-nonsense per il “muffetto” (nomignolo affettuoso per un bambinetto o forse figura scherzosa di antico folletto).
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