Barbara Zanoni – Dal Crepuscolo (Tutl, 2026)

Due tra loro sono più noti, si tratta di “Quando Anderai In Maremma” canzone a struttura domanda-risposta, di autore ignoto e talvolta proposta come “Il Pecoraio”, scenario d’amore e transumanza dai Monti Appennini alla Maremma Toscana. Da inizio settembre al maggio successivo, lungo circa 25 chilometri al giorno, su strade sterrate e attraversi valichi, il percorso del gregge veniva scandito dal suono continuo di campanacci appesi al collo degli animali. I “vergai” (spesso analfabeti) si occupavano di incidere su delle cortecce, i segni che rappresentavano fatti salienti accaduti durante il cammino in una specie di diario che avrebbe dovuto resocontarli ai proprietari. Vari canti accompagnavano la migrazione dei pastori nelle terre di confine (va ricordato che dalla fine del ‘300 fino al 1923 molto territorio dell’Appennino tosco-emiliano-romagnolo faceva parte del Granducato di Toscana, quindi delle province di Firenze e Arezzo, le cosiddette “Antiche Romagne Toscane”). In quell’aspra vita si riusciva sempre a trovare comunque il tempo per lo svago, magari partecipando a improvvisate veglie con le genti incontrate, le donne pur di ballare cambiavano alla svelta il colore del loro unico vestito così da farlo sembrare perennemente nuovo. Tra i suonatori della piva si ode ancor oggi il proverbio popolare: “la pecora al mattino bela e alla sera balla”. L’altro pezzo è il seguente “La Ruvina” lamento in dialetto emiliano dalla commovente melodia, fatalista ma ribelle, precedentemente inciso da Francesco Benozzo nel CD “Terracqueo” (Tutl, 2009) con il contributo vocale di Maddalena Scagnelli. Una variante di un canto in pizzica salentina, risalente al periodo imperialista di fine ‘800 e di cui sono celebri le versioni brindisina e leccese (“La meju gioventù partiu l'America, la meju gioventù partiu l'America, la meju gioventù, oh Maria, sorta mia, la meju gioventù partiu l'America. Maritama è sciutu l'America e nu me scrive, maritama è sciutu l'America e nu me scrive, forse ca s'ha truvata, oh Maria, sorta mia, forse ca s'ha truvata n'americana. Se iddu se lha truvata l'americana, se iddu se lha truvata l'americana jeu m'aggiu truvatu, oh Maria, sorta mia, jeu m'aggiu truvatu nu paisanu. L'America nu se chiama chiui l'America, l'America nu se chiama chiui l'America, se chiama la ruvina, oh Maria, sorta mia, se chiama la ruvina de la casa”). Alcune testimonianze riportano che la versione iniziale si dovesse a una signora di San Marzano Di San Giuseppe (TA), la più grande comunità arbëreshë d'Italia, il cui marito era emigrato negli Stati Uniti per lavoro. Dal brano sette in poi, il repertorio diventa internazionale, la seconda parte del disco comprende perciò l’acquatica “A Rianxeira” in lingua galiziano-portoghese, un brano di origini incerte che alcuni sostengono composto nel 1947 a Buenos Aires da Anxo Romero Loxo, in omaggio a Daniel Rodríguez Castelao, simbolo del nazionalismo galiziano. Identificando valori tradizional-familiari e rappresentandone emigrazione e diaspora, è finito per diventare inno non ufficiale della Galizia spagnola. Il testo si connette coi canti che accompagnavano abitualmente le processioni del XIX secolo in venerazione della Vergine di Guadalupe nella città di Rianjo ma nonostante ciò non possiede vero e proprio carattere religioso. Una volta tanto infatti è la figura della Vergine Maria a venire utilizzata per evocare metaforicamente quella della donna galiziana lavoratrice del mare “la Vergine di Guadalupe quando cammina scalza sulla sabbia lungo la riva, sembra una donna di Rianxo”. “Lish Young Buy-A-Boom” è una ballata inglese proveniente dalla Contea nord-ovest di Cumberland (alcuni la attribuiscono alla penna del bracconiere William Graham) che narra di un adescamento al femminile attraverso l’offerta di una “scopa”. In antichità questo oggetto domestico rappresentava un portafortuna e qui una ragazza venditrice ambulante la utilizza per avvicinarsi a un piacente menestrello. E' un brano privo di drammi dove alla fine lei parte per la Germania mentre l’amante rimane in Cumbria, timoroso del mal di mare. Degna di nota la versione del 1968 proposta dal duo Tim Hart/Maddy Prior prima di formare Steeleye Span e inserita nel loro disco “Folk Songs Of Old England vol 1” (1968), che unisce tre varianti raccolte da Geoff Woods di Leeds tra il 1945 e il 1967. Il brano è narrato in prima persona dal ragazzo e il ritornello recita: “Lei aveva ragione, ero piuttosto rigido, ognuno ha il suo stile, è stata la bella giovane venditrice di scope a portarmi fuori strada". La ballata “Raggle-Taggle Gypsies” (che in Italia ci fu rivelata la prima volta nel 1973 dalla versione che apriva l’esordio di Plantxy) maschera da rapimento, il segreto accordo di fuga di una donna sposata a un ricco e presuntuoso signorotto scozzese. Nelle molte versioni della canzone (presente in tutta l’area gaelica) il personaggio principale è rappresentato dalla figura arcaica di uno zingaro calderaio che lavorando ferro, acciaio e rame, attraverso fuoco e aria costruiva pentole ma anche armi e rappresentava una delle varie trasformazioni degli sciamani originari, personaggi cruciali in tutte le leggende nord europee. Nei tempi lontani gli esseri fatati interagivano continuamente con quelli umani e la realtà narrata non sempre era quella che poteva immediatamente apparire. Tre di questi, nella contea meridionale di Cork “prelevano” una fanciulla di fresco marito, il quale la insegue furioso per tutta l’Irlanda. Quando infine la trova in una piana circondata da un bosco dove giace con lo zingaro, quasi in una sorta di manifestazione di riscatto sociale, sarà proprio lei a disprezzare soldi, proprietà, comodità e marito stesso. Siamo nei territori degli ultimissimi stadi di trasformazione tra mito e storia, queste figure archetipe di sciamani avevano quasi raggiunto sembianze del tutto reali e venivano emarginati dalla comunità. Non avevano perso affatto però il proprio potere incantatorio, le popolazioni stanziali dei villaggi da sempre ne subivano l’arcano fascino, li immaginavano re poveri ma in possesso di cavalli blu (simboli di connessione spirituale con la natura). Alla catena di routine familiari dunque, la protagonista preferisce un letto di sogni e coglie l’occasione di trasformarsi in una principessa dei sentieri. L’incontro con esseri superiori potrebbe esprimere, utopicamente, travaso di conoscenza verso personaggi incolti. D’altronde nel grande manoscritto terreno la linea umana è tracciata da cammini e per la gente abituata a vivere a contatto diretto con gli elementi della natura, le distanze si misurano anche in canzoni. “Malaqi” in lingua araba rappresenta più di un angelo, un messaggero divino il cui nome deriva direttamente da Malachia, l’ultimo dei dodici profeti autori dei libri biblici. E’ il titolo di una canzone devotamente volta alla sublimazione dell’amata: “Che regalo potrei mai farti, mio angelo?! Tu che attraverso la tua bellezza possiedi tutto e anche me?! Potrei donarti uno scialle, diamanti, brillanti ma la tua bellezza li offuscherebbe. Forse allora dei fiori? Si ma i fiori più belli sbocciano e si colgono sulle guance tue. Nulla mi è più caro dell’anima ma la mia anima è prigioniera delle tue mani” (trad. Flavio Poltronieri). Ibn Ḥamdīs, massimo esponente, tra il XI e il XII secolo, di poesia araba di Sicilia, scriveva “…il nostro Dio si abbevera delle lacrime dolci che sgorgano dagli occhi degli schiavi d’amore che piangono sui cuori…”. Nelle canzoni orientali, in genere, il passato percorre gradini fatali, mano nella mano col presente, il suo pentagramma universale si fa ricordo e nell’alfabeto segreto dell’anima, la musica è sia prima che ultima parola, perennemente in lotta contro silenzio e dimenticanza. La poesia dialettale sarda “A Diosa" (dallo spagnolo “endiosar” = “dedicare a una donna bella come una dea”) più celebre col titolo del suo primo verso "No Potho Reposare" venne scritta nel luglio del 1915 dal, prima pastore e poi avvocato, barbagino-sarulese Salvatore (Badore) Sini (1873 - 1954) in un periodo di frequenti addii dovuti all'inizio della prima guerra mondiale. Cinque anni più tardi Giuseppe (Peppino) Rachel (1858 - 1937) impiegato pubblico e direttore della banda musicale di Nuoro (Corpo Musicale Filarmonico) ne prenderà tre strofe (delle nove originali) adagiandole su un'aria che aveva probabilmente composto in precedenza. Nascerà così questa canzone che, su tempo di mazurka paesana, divenne una composizione pianistica, incisa per la prima volta nel 1936 dal tenore Maurizio Carta. Negli anni '60 del secolo scorso si trasformerà in un coinvolgente valzer lento dove l’esplicita dichiarazione d'amore contrasta apertamente con una terra d’origine artisticamente pudica come quella sarda. La percussione di Barbara diviene sciamanicamente protagonista di “Mesecina”, brano noto grazie alla colonna sonora del film-evento “Underground” (1995) del regista bosniaco naturalizzato serbo Emir Kusturica, premiato con la Palma d'Oro al festival di Cannes di quell’anno. Le strabilianti scene descrivevano l’intera epica di un Paese che si era dissolto, decenni di storia (non solo serba) che emigravano dalla commedia al dramma, dal realismo fantastico al grottesco, dalla poesia alla tragedia. Kusturica scrisse il testo della canzone e Goran Bregovic lo arrangiò accendendo la miccia degli irresistibili ottoni della Kocani Orkestar, basandosi sulla musica di “Djeli Mara” del gitano di Niš, Šaban Barajmović (1936 - 2008) le cui parole invece raccontavano della Rom Mara che finì imprigionata a Budapest per aver rubato una sciarpa rossa al mercato. Queste bande tradizionali acustiche composte da vecchi fiati militari della prima guerra mondiale, accordati malamente, suonati tra il classico e il gitano e ritmati da una sola percussione, assomigliano moltissimo alle loro regioni di provenienza così maciullate, ridisegnate e mescolate dalla storia. Bregovic è diventato una star mondiale grazie a canzoni come questa, Barajmović al contrario, ha avuto la strada come conservatorio musicale, è stato disertore per amore, cantante nell'orchestra della prigione e portiere nella squadra di calcio sempre della prigione. Portava una cicatrice dal petto al pube che rivelava quali erano state le regole carcerarie. Quando nel 1964 riacquistò la libertà grazie ai primi soldi guadagnati con la musica, comprò una Mercedes, un abito bianco, ingaggiò due guardie del corpo e si ripresentò nel proprio ghetto zingaro di Niš. Qualche ora più tardi aveva già perduto ogni cosa al gioco. Mai fu interessato a proteggere legalmente i propri interessi musicali, venne sovente derubato delle canzoni che riempirono altre tasche mentre lui continuava a vivere alla giornata senza preoccuparsene, cantando fino alla fine osannato come "Re della musica rom”. Anche la straordinaria fanfara macedone del villaggio di Kocani conquistò (meritatamente) i palcoscenici mondiali ospitando al suo interno, nel tempo, generazioni di musicisti dai nonni ai nipoti. Il testo di Emir Kusturica recita: “La luna non splende più qui, la neve cade sul nostro sole, non parlano più quelli che se ne sono andati, siamo cresciuti disabituati a proibire l'amore, la guerra è una trappola familiare per noi, siamo nascosti in notti nere come il corvo. Fai la tua scelta adesso, fai la tua scelta, oi oi! Né canzoni né chiari di luna, oi oi! Né vita, né morte, né giorni di giovinezza, tutto in pezzi, tutto in pezzi, tutto in pezzi, tutto in pezzi, me ne sono andato con la speranza di un colpo solo” (trad. Flavio Poltronieri). Chiude il disco “Karanfile” canzone d’amore romantica e malinconica "sevdalinka", genere musicale folk urbano tradizionale proveniente dalla Bosnia ed Erzegovina, paese delle impervie Alpi Dinariche. Questo termine viene però utilizzato comunemente anche in Serbia, Croazia, Montenegro, Macedonia del Nord...proviene dal turco-ottomano "sevda" ovvero la condizione d’innamoramento in preda al desiderio insoddisfatto per qualcuno, qualcosa, una località. La tradizione ottomana del “balkan blues” assomiglia a una “saudade” che dal Portogallo si ritrovi improvvisamente nei Balcani ad esprimere medesimi sentimenti d'amore o di struggente separazione. Questa dedicata al Garofano auspica che “…il sospiro si sentirà lontano dalla terra fino al cielo, Dio si pentirà e ci riunirà…”. Dovrà essere quindi proprio il profumo intenso e speziato di questo fiore a far ritrovare gli amanti perduti. Lo sostiene anche la scienza che odori e profumi, seguendo via neurale verso il sistema limbico, rendano emotive le memorie olfattive e possano catapultare all’istante in momenti precisi passati, attraverso un meccanismo neurobiologico (quella che viene definita "sindrome di Proust"). I canti sevdalinka possiedono un tempo lento, sono quasi sempre femminili e tradizionalmente sono eseguiti privi di strumentazione musicale. La totalità degli antichi folk si ritrova da sempre oggetto di molteplici congetture storiche e dispute su quali avrebbero potuto realmente essere le loro melodie originali. I libri raccontano di come le tradizioni orali furono spazzate via nel '900, comunque si capisce bene che ognuno le debba cercare dentro di sé, nelle memorie del corpo e dell'inconscio personale, secondo origini e luoghi da cui proviene, al di là della volontà e talvolta, anche dell’apparenza. Durante i secoli XVIII e XIX i canti, spesso anonimi, hanno portato impressa in loro, l’illusione di una società idilliaca in mano a popoli che le avevano sapute preservare e trasmettere oralmente attraverso generazioni. Fossero autentici o innovatori, il tempo ha selezionato i più duraturi a sopravvivere, composti da genti talentuose che avevano visione creativa di società e futuro. Una visione nata e cresciuta in luoghi dove non vigeva istruzione ufficiale, non almeno per le meno abbienti classi popolari che, nonostante svariati ostacoli al loro sviluppo cultural-intellettuale, hanno prodotto opere talmente di alto valore da non sfigurare a cospetto di quelle di celebri e riconosciuti compositori e autori. Fortunatamente le regole dell’ardore interiore non obbediscono alle leggi dei poteri umani e anche senza formazione d’élite, formidabili creazioni artistiche sono avvenute pressoché ovunque. Resistendo alla prova dei secoli possono ancor oggi affrontare qualsiasi giudizio e valutazione emozionando nell’attualità anche per semplicità disarmante e sintesi favolosa. I valori universali sono trascendenti (altrimenti si tratterebbe di folklore morto) e nelle società cosmopolita-comunicative attuali, hanno perfino incontrato ulteriori vitalità diventando “musiche del mondo”. La Nuova Tradizione è sorta a fronte di chi ha tentato di nascondere i sogni sotto tappeti d’ignoranza e saccheggiato terre e ricordi, si è radicata nell’oggi nonostante origini oramai del tutto scomparse dalla vista. Barbara apparecchia un disco dai mezzi toni, circondato dall'indecisione dei colori, da fasci luminosi divergenti e inframmezzati da zone d’ombra. Il contrasto tra chiarore e oscurità è allo zenit nel crepuscolo che non è di notte fonda e non è di giorno pieno, il torpore di quest’attimo rimane sospeso nelle sfumature emotive dell’incertezza, l’oscillazione riflette questa lotta interiore tra dolore e amore, vita e morte, clamore e silenzio. Nelle canzoni delle tradizioni, la separazione sempre ambigua e sfumata tra mondo dei vivi e mondo dei defunti, è perennemente insita come lo è in tutta la letteratura pagana. I racconti si sciolgono indistintamente dolci-amari nel riverbero della luce, ci sono spesso delle lacrime che cadono nel vuoto e delle profondità di cieli che tendono a divenire cenere. Anche gli abissali simboli ctonii si sprecano e all’ascoltatore non rimane che l’impressione del sogno, di culture perse nel vento. Questo disco, nel ricordo del compianto Francesco Benozzo e della sua bardica arpa, giunge solennemente durante la pallida luminosità del calar della sera in un anfiteatro di colline che si allontanano, con canzoni che amava e che, anche da ferme, salutano montagne, attraversano fiumi, penetrano terre. Nell’ennesima ora imbecille in cui ancora si dibatte (e purtroppo combatte) per questioni relative a una supposta identità nazionale, ribadiscono come essa non possa che essere intima. Che qualsiasi inutile potere o vaniloquio nazionalista ignorerà sempre i tormenti interiori o gli impulsi reconditi delle genti, ancor più di una donna scalza e con i capelli al vento, che si affacci da sola a cantare da un poggiolo del cielo. La voce di Barbara spigola idee, vocaboli, sonorità, le fa sue e nostre, come fecero un tempo gli avi e prima di loro, gli avi degli avi. Cercando di annullare la tragedia, come nella leggenda di Sisifo punito dagli dèi per aver ridotto la morte a nullità, è energia femminile che non perde coraggio e forza, manifestando brama di vivere di desiderio e istinto. E l’istinto, così come l’olfatto di un dio, arriva sempre prima di ogni umana comprensione razionale, non solamente nelle canzoni sevdalinke. Lehaim! 


Flavio Poltronieri

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