C’è un momento, nella storia di ogni gruppo, in cui tornare alle origini non significa guardare indietro, ma ritrovare la direzione. “Il Mito”, il nuovo album con cui il Canzoniere Grecanico Salentino celebra cinquant’anni di musica, nasce esattamente da questo impulso: rientrare “in casa”, riscoprire il calore delle radici, il respiro della tradizione orale, la forza delle voci che hanno attraversato generazioni. Dopo anni di aperture internazionali, collaborazioni prestigiose ed esplorazioni sonore che hanno portato la formazione salentina a reinventare la pizzica nel mondo contemporaneo, Mauro Durante sceglie di riportare il suono al suo nucleo essenziale. Un gesto che non è nostalgia, ma consapevolezza: per attraversare un nuovo ciclo, occorre ascoltare il battito originario. In questa conversazione, Durante racconta la genesi di un disco che si fa allo stesso tempo celebrazione e ripartenza, intreccio di memoria e futuro, famiglia artistica e comunità allargata. Parla del ritorno di voci fondamentali come Roberto Licci e Rossella Pinto, della scelta di rimettere mano ai grandi “standard” del Canzoniere, della responsabilità — personale e collettiva — di custodire e rigenerare un’eredità lunga mezzo secolo. Tra ricordi intimi, visioni artistiche e uno sguardo profondamente radicato nella propria terra, Il mito diventa così più di un album: è una dichiarazione d’amore, un ponte tra generazioni, un rito di passaggio verso ciò che verrà.
“Il Mito” segna un ritorno alle radici acustiche del Canzoniere, dopo anni di sperimentazioni e aperture al contemporaneo. Cosa vi ha spinti a riscoprire questa dimensione più essenziale e tradizionale?
Il desiderio di andare al cuore del suono, delle voci, delle parole. Mi fa sorridere che tu dica “tradizionale”: significa che molti dei nostri brani d’autore, sia quelli scritti da mio padre che i nostri ultimi, vengono percepiti oggi come tradizionali, cioè espressione di una comunità. È una bellissima sensazione.
Negli ultimi lavori avete intrecciato elettronica, “world music” e linguaggi globali. In questo nuovo progetto, invece, sembra prevalere il desiderio di “ritornare a casa”. È stato un gesto nostalgico, oppure una scelta artistica consapevole per chiudere un cerchio?
Cinquant'anni sono qualcosa di eccezionale, difficilmente ripetibile. Sentivamo l’esigenza di abbracciare la nostra storia, passata e recente, celebrarla insieme in modo “intimo”, “in casa” come dici tu, per poi ripartire con nuova energia.
Come avete lavorato sugli arrangiamenti per conservare la forza della tradizione orale, mantenendo però la profondità sonora e l’energia che da sempre vi contraddistingue?
L’album è un invito a entrare nella “famiglia” del Canzoniere. Abbiamo cercato un suono caldo, per dare la sensazione a chi ascolta di essere realmente accanto a noi mentre suoniamo e cantiamo. Un invito a passare una serata a casa nostra. Poi però la cura del suono e la produzione sono state le stesse di sempre.
L’album raccoglie brani simbolo della storia del Canzoniere – da “Kali Nifta” a “Lu rusciu de lu mare”, da “Fimmene Fimmene” a “Aremu”. Come avete scelto quali canzoni riportare in vita in questa nuova veste?
Questi brani che citi sono ormai considerati degli “standard” del nostro genere, ma non era così prima che
il Canzoniere nella sua storia li iniziasse a riproporre. Abbiamo voluto confrontarci con repertori considerati “scontati” per dare la nostra interpretazione e riscoprirli, tornare ad emozionarci. Usare un arrangiamento così essenziale per “Kali Nifta”, ma farlo cantare alla voce stupenda di Roberto Licci, armonizzato da suo figlio Emanuele… crediamo che abbia ridato vita al cuore del brano. Su “Lu riusciu de lu mare” poi abbiamo citato l’arrangiamento per chitarra di mio padre, stupendo, e risentire la voce di mia madre Rossella Pinto a cantarla, 18 anni dopo l’ultima volta, è stato incredibilmente emozionante.
Avete cercato un equilibrio tra i brani “storici” della formazione originaria e quelli più recenti del vostro percorso. Qual era l’idea di fondo nella costruzione della tracklist?
La tracklist ha una selezione di brani che hanno segnato momenti importanti nella storia del gruppo, passata e recente. Anche perché questa formazione attuale è la più longeva in assoluto: se la facciamo partire dal 2010, quando abbiamo iniziato il percorso che ha portato a “Pizzica Indiavolata”, sono già 15 anni. E li abbiamo riempiti di tanta musica, tanto significato. Nella scelta dei brani più recenti abbiamo privilegiato quelli che ormai suonano molto diversi da quando li abbiamo incisi (“Beddhu Stanotte” e “Dumenica Matina”), inediti (“Pizzica di Cosimino”) e un remaster di “Taranta” (scritta da me con Ludovico Einaudi), con la voce di Alessia Tondo che finora compariva solo nella versione del videoclip, a cui si aggiunge il synth bass di Giacomo Greco degli Inude, a proposito di quel seme simbolico verso il futuro.
Avete scelto di riprendere Il mito, un brano che appartiene alla storia fondativa del gruppo. Perché proprio questo titolo e questo pezzo per celebrare i 50 anni?
"Il Mito" prende il nome dal brano scritto da Rina Durante e musicato da mio padre Daniele Durante, in cui emerge forte la poetica di Vittorio Bodini e riecheggia la domanda sul destino di chi è costretto a vivere in provincia, a sentirsi sempre periferia “Ma io come farò a diventare un mito?”, si chiedeva anche
L’arrangiamento di “Il Mito” ha avuto una lunga evoluzione: dalla versione originale incisa dalla lineup storica, a quella più recente di “Focu d’amore”, fino a questa nuova interpretazione. Come si è trasformato nel tempo e cosa racconta questa metamorfosi?
Ogni generazione che decide di reinterpretare un brano lo fa perché sente che quel significato, quel messaggio, possono essere importanti ancora oggi. Quindi lo adatta, lo fa suo, per raccontare il proprio presente. Nella nostra ultima versione, abbiamo reso comunitaria, idealmente cantata dalle nostre 3 voci principali, la riflessione di Rina. In questa versione, il brano è il canto, quelle parole cantate, e l’arrangiamento è al suo totale servizio.
In questo disco tornano due voci fondamentali del Canzoniere: Roberto Licci e Rossella Pinto. Cosa ha significato per te riaverli accanto in questo progetto e che contributo hanno portato al suono e allo spirito di Il mito?
Dopo anni album di collaborazioni internazionali, ci sembrava bello e significativo guardarci letteralmente in casa. Roberto e Rossella hanno portato intensità, amore, voci ricche di cuore ed emozione, ma anche la maturità di chi ha dedicato una vita per questa musica. Per me, poi, è stato commovente.
La mostra “Il Mito”, dedicata ai 50 anni del Canzoniere Grecanico Salentino, racconta mezzo secolo di musica, viaggi e identità. Come avete costruito questo percorso visivo e sonoro, e cosa volevate trasmettere a chi lo attraversa?
Per questa proposta serve rimandare ai tesi di sala della mostra…. Non riesco davvero in questo poco spazio. È stato un viaggio incredibile, prima di tutto di incontri con le persone e i familiari di chi ha intrecciato la storia del gruppo. E poi con chi ha sposato questa folle avventura di realizzarla in così pochi mesi, donandoci tantissimo. Un’emozione immensa. 2 migliaia di visitatori in meno di due mesi di apertura, per una mostra “non convenzionale” da tutti i punti di vista: materiali, argomenti, paese ospitante, luogo che la conteneva. Laura Perrone, la curatrice insieme a Luca Coclite, ha fatto un lavoro incredibile.
Tu non eri presente agli inizi del Canzoniere, ma ne hai raccolto l’eredità e l’hai portato in una nuova fase, tra tradizione e apertura al mondo. Riflettendo su questi 50 anni, come vivi oggi questa responsabilità di “traghettare” una storia così importante verso il futuro?
Sono entrato nel gruppo nel 1998, quando avevo quattordici anni. Lo dirigo dal 2007, ne avevo 23. Significa che sono diciotto anni che mi prendo questa responsabilità. La sento tanto, mi lega a papà... e alla mia terra. Però non è un peso, tutt’altro, dà un senso alla mia vita. E non sono solo in questo viaggio. Mi collego alla copertina di questo album per parlarne. Immagino il Canzoniere come la palma dipinta da Luca Coclite, simbolo che rappresenta perfettamente quest’album, Il mito. Una palma che affonda, salde, le sue radici in questa terra, nutrita dalla cura e dal lavoro, nostro e di chi ci ha preceduto; e che si solleva alta, verso il cielo. Da un po' di anni, tocca a noi: con Giulio, Emanuele, Alessia, Silvia, Giancarlo e Massimiliano proviamo a intrecciare nuovi rami, a creare trame inedite. Per lasciarla meglio di come
La due giorni dedicata alla memoria di tuo padre, Daniele Durante, è stata un momento fortemente simbolico. Come hai vissuto questa celebrazione e in che modo la sua figura continua a guidare la tua direzione artistica?
È difficile da descrivere. La Festa è stata una delle emozioni più forti della mia vita, in assoluto. La musica, il sogno che condividevamo, mi legano ancora indissolubilmente a papà. Fare quello che amo e che amavamo entrambi me lo fa sentire più vicino.
Dopo un progetto così fortemente radicato nella memoria e nella terra d’origine, come immagini il futuro del Canzoniere? Più rivolto al passato o a nuove contaminazioni?
Lo spettacolo che abbiamo portato in giro per i cinquant'anni, accanto a noi prevedeva non solo Roberto Licci e Rossella Pinto, fondatori del gruppo, ma anche il duo di musica indietronica Inude, tra i più interessanti e originali nel panorama italiano. Credo fortemente nel futuro.
Il Canzoniere è riconosciuto come una delle migliori band live del mondo: dai grandi festival internazionali ai teatri più intimi. Come si è evoluto nel tempo il vostro modo di stare sul palco?
Grazie! La stima del pubblico, dei giornalisti e degli addetti ai lavori è inestimabile per noi, ci rende orgogliosi e ci spinge a dare il massimo. Cerchiamo di metterci in discussione, individuare aspetti che possiamo migliorare e trovare delle soluzioni che possano funzionare bene per noi.
Qual è il punto di forza del vostro spettacolo dal vivo oggi, e quanto contano le esperienze fatte “ai quattro angoli del mondo” nel definire la vostra energia e la vostra presenza scenica?
Chi viene ai nostri concerti riconosce una grande unione tra noi, un’energia che circola, quasi palpabile.
Quei magici momenti in cui respiriamo insieme, noi e il pubblico, sono inebrianti ed incredibilmente emozionanti. Viaggiare tanto ed esibirci in tutto il mondo ci aiuta moltissimo, ci ispira nello sperimentare.
Dopo tanti anni di tournée globali, cosa hai imparato dai festival stranieri che in Italia manca ancora? E, al contrario, cosa pensi che l’Italia riesca a dare — come calore, partecipazione o spirito — che altrove non si trova?
L’attenzione a 360° verso la persona, artista o pubblico che sia. In Italia a volte si pensa al nome importante, al valore anche grande della lineup, meno all’esperienza festival. Quello che è stupendo in Italia, e in Puglia in particolare, è questa comunità viva di persone di ogni età che amano questa musica e questa danza, suonano i loro tamburi, cantano e danzano, alimentando la fiamma con passione perché non si spenga.
Salvatore Esposito
Canzoniere Grecanico Salentino – Il Mito (Ponderosa Music Records, 2026)
È interessante vedere come il mito acquisisca significati differenti a seconda del contesto discorsivo. Non mi riferisco, nello specifico, né all’album né al brano citati nell’intervista e che qui evidentemente rappresentano punti di riferimento a dir poco fondamentali. Mi riferisco a una sensazione generale che pervade e ha a lungo pervaso gli spettatori, i musicisti, gli osservatori che si misurano, e che si sono misurati, con il Canzoniere Grecanico Salentino. Agenti compositi e differenti che con questo organismo ben riconoscibile e radicato si misurano quando lo ascoltano attraverso la sua ricca produzione discografica, quando lo ascoltano in concerto, quando, infine, ascoltano le voci che lo rappresentano e lo hanno rappresentato. La sensazione generale, in tutti questi casi di contatto, sembra essere determinata da una mitologia concreta, cioè dalla prossimità a qualcosa che, nella realtà del fare, rappresenta, con un buon grado di compiutezza, un complesso intreccio di piani mitologici, mitografici: pensati, tramandati, regolamentati (addirittura), parafrasati e ricostruiti in modi del tutto (se così si può dire) ordinario. Proviamo a spiegarci: dopo cinquant’anni di musica, ricerca, concerti, dischi è più radicato il mito di fondazione del tarantismo, o più precisamente della trasfigurazione tarantellata di questo (la musica, gli strumenti, il ballo, lo spettacolo, e ancora la ricerca), oppure il profilo mitico di un gruppo di musicisti che si è distinto per passione, coerenza, pressione e visione? Dopo secoli di ricerche e scoperte, di scritture e riscritture, di interpretazioni straordinarie – sia scientifiche che artistiche – è più forte l’antidoto, con tutto quello che ha assorbito in chiave musicale e narrativa, o l’idea atavica del male velenoso del morso della taranta? Dopo decenni di riflessioni e sperimentazioni musicali è più forte la matrice tradizionale, e il suo riflesso espressivo – il cui nervo, documentato con perizia straordinaria, ha allacciato e forse allaccia ancora elementi sociali, politici, culturali ecc. – oppure la forma etnomusicale della narrazione contemporanea? Insomma siamo finalmente andati oltre la tradizione, oppure la vediamo ancora dietro di noi, ferma e guardinga al bivio delle scelte musicali di tanti artisti, che vi si allontanano per ammirarla come si fa con un busto esposto su un basamento? Mauro Durante la fa semplice. E non per semplificarsi o semplificare quella cosa lì del mito e del mitologico, ma per condividere l’efficacia di un’elaborazione, che solo attraverso la pratica cantata, suonata e ballata, può ricondurre al nervo della questione. Come sempre, e come è sempre auspicabile, il movimento che ci conduce alla scoperta e alla comprensione non è tanto l’andare un po’ avanti e un po’ indietro. Non è un moto che sta dentro la dimensione che noi interpretiamo come evolutiva. Sta piuttosto dentro la generazione di significato. Anzi dentro un lavoro di incastro ciclico, che si svolge misurando quanto e come quegli elementi fondativi siano adeguati e rispondano alle esigenze e alle visioni che cambiano. Nell’intervista – e, di pari passo, nella storia musicale dell’ensemble fondato e coordinato da Rita e Daniele Durante – ogni dubbio viene fugato. Nessuno si ferma a scegliere o a guardare a destra e sinistra: elabora semmai, dentro la spinta di quello stesso elemento mitico (caparbio oltre ogni immaginazione), una forma più comprensibile possibile. In quale altro modo potremmo spiegarci il successo internazionale del Canzoniere (mitico, a ben vedere, anche nel nome)? Certo, dobbiamo dirlo, i musicisti sono e sono stati straordinari, non solo nella tecnica ma anche nella visione – appunto nell’elaborazione di un linguaggio. Ma la bravura vera del Canzoniere contemporaneo è quella che àncora la musica a cui si ispira alla dinamica concreta della contemporaneità. E quindi, chiudendo il cerchio del ragionamento, è in quell’insieme di pratiche attraverso cui i musicisti non arretrano davanti al mito o alla dimensione mitologica della musica popolare salentina, ma, al contrario e con coraggiosa autonomia, la fanno propria, che si trova la risposta. Mauro Durante, nel ragionare tra i poli della storia, della contemporaneità e del futuro, ci suggerisce proprio questo nella bella intervista qui sopra. Quando si parla del concetto di tradizionale, sorride davanti alla sua irriducibile complessità. Ma un attimo dopo parla della necessità di andare al cuore del suono e delle parole, avvicinando l’idea di mito a quella di storia e di presente, e quindi a una dimensione più tangibile, con coordinate riconoscibili: “molti dei nostri brani d’autore, sia quelli scritti da mio padre che i nostri ultimi, vengono percepiti oggi come tradizionali, cioè espressione di una comunità”. E qui si apre il grande orizzonte del Canzoniere Grecanico Salentino.
Daniele Cestellini
Foto di Ashli Linkous (1), Flavio & Frank (2, 3), Eli Johnson (4, 5, 6), Lorenzo Vincenti (7)







