Malutempu – Farchinoria (Skenè Cultura, 2026)

Ancora oggi la Calabria è terra di “magàrie” e superstizioni, d’altra parte le sue origini mitologiche, legate a semidei come Proserpina o eroi come Ercole, non potevano non lasciare come eredità una visione esoterica del quotidiano e del mondo. Il gruppo autoctono Malutempu, al suo secondo lavoro, con questo Ep dal titolo “Farchinoria” ci catapulta in un orizzonte magico, facendo riverberare miti e leggende attraverso sonorità tra l’arcaico e il moderno. Ci si può chiedere se ha ancora senso fare rivivere un rito ormai da tempo scomparso se non nella memoria di un antropologo attraverso un libro. Certamente sì, se alla base c’è un mito fortemente sentito in passato in una comunità, in questo caso calabrese. I riti scompaiono e riappaiono adeguandosi a esigenze moderne ma il mito rimane. La ritualità intesa come festa serve ad uscire dalla quotidianità o dal vuoto del tempo libero per entrare in un tempo sospeso, tragico e pieno di paure, ma sono proprio queste che fanno superare la paura più grande che è quella di affrontare e superare la realtà inesorabile della morte. Da bambino mi dicevano: "Fai il bravo sennò viene il lupo mannaro”, ci credevo e questo licantropo che usciva di casa la sera come uomo e vi ritornava come uomo per uccidere la compagna mi inquietava, ma in fondo sapevo che era una creatura inventata a compiere l’atto violento, non un essere umano e mi tranquillizzavo. Questo il clima lunare raccontato dai calabresi Malutempu, che si pongono come mediatori tra una tradizione rituale e la modernità, che, tra l’altro, di un ritorno al magico atemporale ha tanto bisogno in questo momento storico. L’operazione musicale è stata ideata da Antonio Olivo, compositore, musicista e leader del gruppo e prodotta da Franco Eco con la consulenza di Antonello Lamanna, docente all’Università per stranieri di Perugia e autore del testo introduttivo. Il lavoro si pone come originale e necessario, anche coraggioso si direbbe e gli ingredienti ci sono tutti: la mitologia popolare, il recupero di una tradizione musicale ancora viva ma spesso slegata dai contesti originari, la valorizzazione del dialetto che, diventando canto, lo congela per sempre, il suono di strumenti arcaici. I brani sono ben bilanciati tra l’uso di un linguaggio antico e popolare e le competenze e conoscenze moderne ma sempre al servizio di una narrazione a volte cinematografica. Olivo, che vive a Cutro su quel mare che è stato scenario di una delle più tre mente tragedie degli ultimi anni propone una Calabria antica e attuale allo stesso tempo e anche i musicisti che lo hanno coadiuvato hanno scelto la strada della restanza: Salvatore Megna, storica voce etnica, Marzia Ruggieri, originale voce femminile, Domenico Ierardi, eclettico fisarmonicista, Antonio Petitto, versatile bassista e contrabbassista, Giovanni Squllacioti, percussionista mediterraneo, Francesco Denaro, profondo conoscitore ed esecutore di lira ad arco. L’Ep, mixato e masterizzato da Max Mungari, è una sorta di concept album in cui viene raccontata un’unica storia che si svolge idealmente in un unico luogo e tempo, quasi un rimando alla mussorgskijana “Una Notte sul Monte Calvo”, che diventa all’uopo “Una Notte sul Monte Cocuzzo”, luogo mitico nella provincia di Cosenza. L’idea musicale di fondo è quella di dare unità e coerenza e circolarità ai brani. Si parte da “Radica Figura” con cui si entra nelle viscere del monte con un’ambientazione notturna ottenuta dalla presa diretta dei suona della natura e del mondo pastorale e una melodia dorica su suoni percussivi. Dal bordone basso e dalle note ribattute poi emerge la pulsazione regolare che come colpi di una catena e su questo groove si inserisce in modo crescente un ritmo terzinato di tarantella, ed ecco apparire finalmente la luce con le passate di lira e di fisarmonica. Quasi senza soluzione di continuità sorge la voce antica e magica di Salvatore Megna con “Marcalupu”, dove si racconta la licantropica storia dei lupi che approfittano della luna piena per uscire dalle loro tane. La scena si popola poi con l’arrivo della “Magara”, qui siamo nel pieno della stregoneria grazie alla convincente interpretazione di Marzia Ruggieri. Ancora effetti naturalistici in modalità “on”, come suoni d'acqua, pastorali e bucolici si mescolano al commento “off” del marranzanu e della fisarmonica preparando il rito finale della “Farchinoria”, che si colloca a metà strada tra l’incantesimo e il sessuale diegeticamente raccontato dal canto. Finito il rito della farchinoria si rimane sul monte con “Munti scurdato”, brano strumentale introdotto dalla chitarra con un movimento modale tra ionico e dorico e figure melodiche che ricordano le radici orientali. Plauso ai Malutempu, che ci regalano un’altra chicca. Rispettosa della tradizione ma che guarda al futuro in modo multidisciplinare. 


Francesco Stumpo

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