Con il loro nuovo “Buria” il quartetto costituito da Francesco Cavallero (ghironda e voce); Andrea Lopomo (bouzouki, banjo tenore e voce); Ilario Olivetti (clarinetti, cornamuse, sax e cori) e Paolo Lombardo (organetto diatonico e cori) conferma di essere tra i migliori interpreti del balfolk moderno, quello cioè che non si limita alla sola riproposta di danze della tradizione, ma amplia il proprio orizzonte musicale con nuove composizioni, mette insieme strumentali a canzoni e ballate che non sono solo funzionali a memorizzare i passi di danza, arricchisce i brani originali con variazioni e innesti (nel caso dei Balarù quanto mai pensati e misurati), in parte provenienti da altre aree geografico-musicali, infine trova e pone in evidenza i legami e la trasmissione da zona a zona di temi, musiche, testi. In “Buria” il repertorio maggiormente rappresentato è quello delle valli occitane e francoprovenzali, cioè l’area di riferimento cultural-musicale del gruppo, ed ascoltando le dodici tracce dell’album (che in parte hanno struttura doppia ed in un caso tripla) e consultando il libretto di accompagnamento l’ascoltatore intraprende un ideale viaggio geografico-musicale nel Piemonte sud-occidentale, apprendendo eventi e storie, incontrando informatori e musicisti, ricordando personaggi chiave della ricerca folklorica italiana, oltre che gruppi e singoli musicisti che sono o sono stati fondamentali nella scena trad del Nord Italia. È il caso ad esempio della vivace traccia d’apertura, la “Courenta de l’Arbouna/Balet ”, pezzo proveniente dall’alta valle Grana e raccolto nel 1983 da Renato Lombardo (padre di Paolo), in precedenza già interpretato dai “Senhal”; o del successivo “Danza di Fossano/Gravure”, in cui un brano contenuto in una raccolta di musiche per ballo eseguite tra ‘700 e ‘800 e riarrangiato dal gruppo con riferimento alla versione della “Compagnia strumentale 3 violini” è unito a una danza a circolo composta da Francesco Cavallero. Ed ancora: della canzone “La monighëtta” viene ricordata la variante raccolta da Maurizio Martinotti e interpretata da “La Ciapa Rusa”, e di essa il quartetto propone una versione modificata nel fraseggio (e rallentata) per meglio adattarla a una metrica di mazurca. Ogni brano dell’album è interessante, piacevole e spesso arrangiato in maniera originale, ma oltre a quelli già citati, desideriamo indicarne altri, che a nostro parere risultano particolarmente suggestivi: “Sans souci/Familija” e “La vieil amant/Grinor” due pezzi duplici in cui le canzoni che ne costituiscono le prime parti denunciano nei temi, nei testi e nella musica gli influssi e gli scambi culturali tra Piemonte e Francia; “Boves (Non ti ricordi il 31 dicembre)” un canto della Resistenza già interpretato da diversi altri gruppi piemontesi e commemorativo del secondo eccidio di Boves, perpetrato dai nazifascisti l’ultimo giorno del 1943, qui eseguito su un bel tempo di valzer. Ed ancora “Gigo “Se Umberto”/Gigo vitouno/Balet de Juzep”, traccia che mette insieme un canto di coscritti eseguito su una vivace “gigo”, un altro esempio di questa danza occitana e un balet, tutti pezzi appartenenti al repertorio del leggendario violinista Juzep da’ Rouz (1888-1980); la frizzante danza a cerchio della Val Varaita intitolata “Gamaoucho e Balet de Miquellou”, e la conclusiva “Giovo d’un bel giovo”, un canto noto ed eseguito in tutto il Piemonte, che nella sua versione a tempo di valzer il gruppo propone con una serie di strofe ironiche su quegli uomini che, una volta sposati, sono inclini a bere e a ingrassare. Pubblicato dall’etichetta specializzata in balfolk Rox Records, “Buria” è anche reperibile, in copia fisica e/o in digitale, sulla piattaforma Bandcamp.
Marco G. La Viola
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