Le vie del folk, dal Piemonte alla Catalogna: Maurizio Martinotti ricorda Jordi Fabregas

La sua penna ha creato musiche a partire dai moduli di tradizione folklorica che sono essi stessi ormai parte della nuova musica tradizionale. A partire dalle sue ricerche nell’alessandrino con la Ciapa Rusa, il gruppo più rappresentativo in Italia e all’estero del folk revival del Nord Italia, i cui dischi incisi tra i primi anni ’80 e la metà degli anni ’90 - un decennio folk dimenticato o per nulla approfondito da studiosi e critici musicali poco attenti o dal fiato corto - sono parte significativa della storia musicale italiana. Parliamo di Maurizio Martinotti, ghirondista, polistrumentista, ricercatore con studi non solo musicali ma anche sulla cultura materiale del mondo contadino, compositore, operatore e divulgatore culturale. Dall’esperienza Ciapa nacquero i “modernisti” Tendachënt, che pure hanno lasciato quatto dischi innovativi del sound popolare, e poi – in ordine sparso e senza pretesa di esaustività – ricordiamo “Transitalia”, formidabile esperimento di radunare in un solo spettacolo oltre una ventina di artisti del nuovo folk provenienti dalle regioni italiane che a scorrere i nomi strabuzzano gli occhi, “Canti delle Terre del Riso”, sui repertori delle terre risicole (Piemonte, Provenza e Pais Valencian), “Il Viaggio di Siberico”, sul tema della via Francigena, la E.Y.F.O. European Youth Folk Orchestra, prima orchestra giovanile europea di musica tradizionale, il progetto del super gruppo Le Vijà e quello sui canti partigiani, “E sulla terra faremo libertà”, lo sviluppo (con Valerio Cipolli) dell’etichetta discografica 
FolkCub-Ethnosuoni, il Premio folk al femminile dedicato a Teresa Viarengo, le collaborazioni musicali con Enzo Avitabile, l’utopia mediterranea con Urbàlia Rurana e soprattutto “Pau i Treva” (FolkClub-Ethnosuoni, 2006), “Pace e Tregua”, uno spettacolo commissionato dal Governo Autonomo di Catalogna, 
che coinvolgeva musicisti piemontesi, provenzali, catalani ed arabi, che prendeva le mosse da un episodio degli inizi dell’anno Mille, che metteva al centro il tema della pace e della fratellanza fra i popoli. Uno spettacolo e un disco fortemente lirico e ritmico con notevoli procedure sonore contemporanee. Con immenso piacere ed onore “Blogfoolk” accoglie l’intervento di Maurizio Martinotti, il quale ricordando l’amico musicista Jordi Fabregas i Canadell (1951-2021), gran disseminatore di musica catalana, ricostruisce con passione alcune tra le più fertili fasi creative della nuova musica tradizionale europea. (Ciro De Rosa) 

Jordi Fabregas era una bella persona, ironica e divertente, e un caro amico. Era molto più che un grande musicista, era una testa fina: la sua voce calda ed a tratti roca, capace di infinite sfumature e colori, era una delle più belle di tutto il folk europeo, e non credo di esagerare. È stato, per la musica tradizionale, un faro, un riferimento, un esempio. Come musicista ha dato vita a quello che ritengo il più importante gruppo catalano, Primera Nota, ed in seguito al Pont D'Arcalis: come organizzatore e promotore ha creato il Cat, un’invidiabile struttura polifunzionale, e dato vita al “Tradicionarius”, una rassegna che si dispiegava da gennaio per vari mesi, e da cui è passato il meglio della scena catalana ed europea. Lo conobbi nel 1991 a Bergolo, in Langa, in occasione del festival “Canté magg”, dove eravamo invitati noi della Ciapa Rusa ed i suoi Primera Nota. Jordi era un fan del mio gruppo: noi della Ciapa, abbiamo goduto in Spagna di una fama immeritata per una combinazione fortuita. La Guimbarda, subetichetta di una grossa major discografica, diede vita all'inizio degli anni Ottanta a una collana, la prima in quel paese, di folk internazionale e noi ci trovammo inseriti in un
catalogo a fianco di nomi ben più blasonati come De Dannan, Stivell, Malicorne, ecc. Da allora il gruppo, e i miei successivi progetti, hanno battuto spesso le strade della penisola iberica. Jordi mi invitò subito per una piccola tournee il settembre successivo in Catalogna, che fu anche occasione per il mio primo incontro con Toni Torregrossa, col quale nel tempo avrei costruito una solida amicizia: anche di questo sono debitore a Jordi. Fu lui a commissionare a Toni nel 1999 il concerto mio con Urbàlia Rurana, in occasione del “Tradicionarius”, che sfociò in una lunga e piacevole collaborazione artistica. Ricambiai l’estate successiva organizzando una tournee in Italia per i Primera Nota, all'epoca all'apice per energia e grinta. Negli anni successivi ci incontrammo varie volte, a Barcellona e sulle strade di Spagna. La vita non è sempre stata generosa con il mio amico: un figlio morto in adolescenza in un incidente stradale deve essere stata un’esperienza straziante. Nel 2005 io e Jordi ragionammo di un progetto ambizioso, “Pau i Treva” (da una sua idea) sul tema della pace, a partire da un istituto tardo medievale, propiziato dalle autorità ecclesiastiche, con cui in prossimità delle festività religiose cristiane si tentava di garantire sicurezza di transito ai pellegrini lungo le strade d’Europa. Si attingeva a tradizioni musicali e poetiche nonché a uno strumentario popolare di regioni del sud Europa le cui storie e lingue erano intrecciate. 
Lo spettacolo che ne derivò, che includeva fra gli altri Toni Torregrossa, Renat Sette, Paul James, il trio vocale femminile De Calaix, Enrico Negro, Gigi Biolcati, Paco Pi, Jean Lois Ruf, esordì al Festival di Manresa. L’allestimento avvenne invece principalmente in un paesino della Provenza dove un centro culturale ci sponsorizzò offrendoci ospitalità e le strutture necessarie: la sistemazione (lussuosa) in una fattoria ristrutturata con piscina, degna di una rock band blasonata, ci permise di lavorare in un clima meravigliosamente rilassato.  Finimmo di montare il concerto a Manresa: nel pieno delle prove venne a mancare il padre di Jordi e fummo tutti al funerale. Scoprii così che il genitore del mio amico era un celebre poeta e drammaturgo. Vi furono diverse repliche dello spettacolo, in Spagna, Francia ed Italia ed il lavoro prese anche la forma di un cd. Quattro anni dopo ci dedicammo ad un altro progetto, sempre in collaborazione con il poeta catalano Joan Soler i Amigò, “Mar Mur” (Temps Record, 2010), una riflessione su come un mare che da sempre aveva favorito gli scambi fra nord e sud fosse diventato uno spartiacque fra paesi poveri e nazioni ricche, con tutto il corollario doloroso di morti. Finanziato anche questa volta dalla Generalitat di Catalunya, e presentato nuovamente in anteprima al festival di Manresa, vedeva la partecipazione di otto musicisti piemontesi e
catalani, tra cui nuovamente oltre al sottoscritto ed a Jordi, Toni Torregrossa: le loro due voci creavano un impasto vocale stupendo, inimitabile. Diverse repliche in Italia e Spagna ed un disco dal titolo omonimo. Avevamo incominciato a discutere dell’ipotesi di un nuovo spettacolo che avrebbe chiuso la “trilogia civile”, questa volta su un suggerimento del poeta Joan Soler i Amigò: “Liberté, Diversité, Fraternité” avrebbe dovuto palare delle diversità culturali che caratterizzano i diversi popoli del Mediterraneo, viste come di un elemento di ricchezza anziché di fragilità. Il peggiorare dei mie problemi di mobilità legati alla sclerosi multipla che mi affligge ormai da quasi vent'anni. hanno reso impossibile il progetto, e me ne dolgo. Ricevetti da Jordi a inizio ottobre una e.mail: aveva saputo che a breve sarei stato ricoverato per un intervento chirurgico e mi scriveva per dirmi che tutto sarebbe andato bene e che era sicuro che presto ci saremmo rivisti. Purtroppo, non è stato così. Jordi era un pilastro della cultura catalana: difatti fu insignito di prestigiose onorificenze quali il Premio Nacional de Música de la Generalitat de Cataluña (1991), Premi Nacional de Cultura Popular (1995), la Medalla de Honor de Barcelona (2006) e, pochi mesi fa. la Creu de San Jordi (2020). Fra i molti increduli messaggi ricevuti nei giorni successivi alla sua morte, il più toccante è stato il lapidario: - Oggi tutta la Catalogna piange.- E sono sicuro che così è stato. 




Maurizio Martinotti

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