Giuseppe Di Bella, Enrico Coppola – Orfeo (Il Tempo e la Voce edizioni, 2020)

Come mi è capitato di dire qualche articolo fa, c’è una cosa che si deve considerare altamente centrale quando si parla di musica folk, termine che tiro in ballo nonostante mal sopporti la tassonomia, applicata a qualunque argomento, meno che mai se è per puri fini commerciali. Però “folk” mi serve perché effettivamente, prendendone la sua accezione vera, quella più strettamente filologica, è una parola che apre un mondo intero, lo stesso mondo che la freddezza di una catalogazione chiude del tutto. Folk si traduce con popolo, e fra il folk genere musicale ed il folk inteso come popolo c’è un punto di contatto fondamentale: la voce. La voce, oltre ad essere il veicolo primario della narrazione, che del folk è lo scopo primario, è un elemento profondamente legato al popolo. Anzi, il popolo è voce. E la musica folk diventa voce del popolo. Questo preambolo era per introdurre un disco che a voce e narrazione è fortemente legato. Sto parlando di “Orfeo”, seconda opera del duo Giuseppe Di Bella-Enrico Coppola, che, dopo “Il tempo e la voce”, tornano a contaminare la poesia con la musica, tirando fuori un concept album sulla storia di Orfeo che è una vera boccata d’aria fresca. Ma, come al solito, andiamo a vedere meglio. Ad aprire l’album è, guarda caso, una voce, quella di Mimmo Cuticchio. Mimmo Cuticchio è un personaggio che andrebbe clonato, una figura fondamentale per la Sicilia e per la sua cultura. Custode attento della tradizione dell’Opera dei Pupi, nel disco compare in veste di cuntista, raccontando della nascita di Orfeo, mettendola la voce al centro di tutti, facendola anticipare solamente da un pianino, fondamentale nella rappresentazione dell’Opera dei Pupi. Il suo incedere incessante e la sua tipica cantilena metrica danno ritmo al monologo, in una particolare forma di recitazione che solitamente dal vivo è accompagnata dal battito ritmico di un piede. Uno scorcio di una Sicilia antica e lontana. Un delicato arpeggio di chitarra apre e sorregge “Il dono della lira”. L’entrata del violoncello riempie il pezzo, che ha la particolarità di avere delle strofe in greco, soluzione, questa, molto interessante, la definitiva apertura di nuovi mondi e di nuove suggestioni. “Argo” è giocata su due voci, quella recitante di Cinzia Maccagnano, che è la Medea del disco, ed è sorretta solamente da un basso cupo e profondo. All’ingresso della voce di Di Bella (Orfeo), accompagnata dalla chitarra, il tema si arricchisce di un pattern di percussioni che ben si sposano con una linea di basso ipnotica. Su “L’Incontro” facciamo la conoscenza di Euridice, interpretata dalla classe di Ilaria Pilar Patassini. Tocca sempre a un arpeggio di chitarra sostenere il brano, mentre i contrappunti di violoncello, uniti ai fraseggi di chitarra elettrica, danno colore e pathos. Lo sfumato sui piatti alleggerisce e dilata l’atmosfera. Sempre a Pilar, tra l’altro autrice del testo, è affidato “Non è stato il serpente”, composizione dalla ritmica decisamente più marcata rispetto a quelli ascoltati finora. Un pattern di percussioni ben si sposa con lo strumming della chitarra acustica, in connubio ben bilanciato nel suo essere ossessivo senza diventare invadente, mentre tappeto di sottofondo creato dal violoncello è l’elemento che contribuisce ad allargare o restringere l’atmosfera. “Tempo sospeso” vede di nuovo in primo piano un gioco percussivo asfissiante, che detta e scandisce la ritmica. Il rincorrersi di violoncello e chitarra elettrica, fra fraseggi e svisate impazzite, sposta il pezzo verso sonorità e colori arabi, da desert blues. L’ingresso della voce di Pilar dilata il pezzo e spezza l’incedere della ritmica, parentesi di quiete prima del ritorno della tempesta di sabbia araba. “Assenza” è l’episodio più rarefatto dell’intero lavoro, giocato su un arpeggio di chitarra acustica a sorreggerlo e sui contrappunti di chitarra elettrica e violoncello a dare colore. Un gong sfumato contribuisce a dissolvere ulteriormente il clima del brano. Su “Acheronte e Stige”, brano in dialetto siciliano, troviamo altri due personaggi, che sono, per l’appunto, i due fiumi infernali, impersonati dalle voci dei fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso. La chitarra classica di Enzo Mancuso sorregge pienamente il tema, con gli inserimenti di un duduk armeno che sposta l’intera atmosfera del pezzo verso una dimensione più raccolta, che fa da contraltare alle voci teatralmente imponenti dei fratelli Mancuso. Il solito, elegante, arpeggio di chitarra classica accompagna “Rivelazione I”, in un pezzo abbastanza semplice nella sua componente musicale, ma molto interessante dal punto di vista della tensione interpretativa. Un bell’arpeggio, questa volta di acustica, concluso con dei ricami sugli armonici molto molto eleganti regge la prima parte di “Rivelazione II”. La seconda parte è scandita, invece, da percussioni e basso, in una ritmica incessante, cui il tappeto di violoncello di sottofondo fa da apertura melodica. Un cantato in siciliano, che ricorda vagamente un coro da tragedia greca, contribuisce all’atmosfera cupa del brano. “Utopia” è la traduzione che Enrico Coppola fa di una poesia di Rainer Maria Rilke, e diventa un brano sostenuto da chitarra acustica e violoncello. “Abbandono” mette sempre in primo piano la chitarra acustica che accompagna il pezzo. Dietro si staglia, incisiva, una linea di basso complessa e vorticosa. Le note inquiete di un violoncello dettano l’inizio di “La morte di Orfeo”, splendido recitato di Attilio Ierna, che poggia su un tappeto sonoro molto rarefatto, con violoncello e basso come componenti soliste deputate ad accentuare l’atmosfera dilatata del pezzo. Su “La vera nascita” torna la voce di Pilar, in un brano sostenuto dalla chitarra che arpeggia, altro fil rouge dell’album oltre alla tematica, e da una linea di basso sinuosa ed elegante. La voce di Pilar è perfetta, densa di pathos e della giusta teatralità. Anche “Commiato”, ultima traccia del brano, è una traduzione da una poesia di Rilke, ed è, come “Rivelazione I”, interamente sostenuta dalla chitarra classica. Chiaramente è un pezzo che poggia sull’interpretazione, che infatti si rivela intensa e calibrata al punto giusto. In conclusione, già il fatto che “Orfeo” sia un concept album è una notizia ottima: in un momento storico governato da tempi frenetici, uscire con un lavoro che richiede una certa attenzione, oltre che basato sulla consequenzialità dei brani, è un atto quasi eversivo. In più ci sono dentro tutti i colori della Sicilia, ben mischiati al vento della costa greca. Un gran bel disco. 

 
Giuseppe Provenzano

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