Glocalità dello scacciapensieri, la ribeba in Valsesia

Lo abbiamo scritto più volte: gli scacciapensieri (usiamo volutamente il plurale) sono strumenti internazionali che evocano la “forza della semplicità” musicale nel rispetto delle differenti culture locali e dell’ambiente. Di seguito, scriveremo della Valsesia, il cui simbolo strumentale, per cinque secoli, è stato la “ribeba”. Con una storia così illustre, a livello regionale e nazionale, a nostro avviso, le istituzioni pubbliche dovrebbero impegnarsi per farla degnamente risaltare, utilizzando innovative forme di comunicazione, organizzando annualmente rassegne internazionali e istituendo uno specifico creativo centro polifunzionale, direttamente collegato con i musei della zona e le scuole, per le attività didattiche, formative, ludiche e per quelle di promozione turistica e ambientale (già particolarmente efficaci grazie anche all’affascinante evoluzione del cosiddetto “supervulcano”). Sarebbe altresì opportuno che, all’interno di un’azione sinergica in promozione del territorio, gli Enti riuscissero a creare le condizioni per incentivare i suonatori/cantori locali a specializzarsi nell’esecuzione di un repertorio popolare con lo scacciapensieri, per motivi che potranno essere meglio compresi a seguito della lettura del contributo.  

Una breve premessa
Dopo aver svolto nell’Alta Valgrande (tra Campertogno e Alagna), ricerche di archivio, iconografiche e, in generale, etnoantropologiche sotto la guida autorevole di Febo Guizzi, nell’anno accademico 2015-2016, Alessandro Zolt ha discusso la propria tesi di laurea (Università di Torino), dal titolo “La produzione di scacciapensieri in Alta Valsesia: presenze materiali e immateriali di un passato musicale scomparso”, avendo come relatori Ilario Meandri e Pier Paolo Viazzo. Una ricerca locale ma significativa nel panorama degli studi italiani dedicati allo strumento musicale (non particolarmente estesi, in verità) che, in Valsesia, vanta una storia secolare, grazie soprattutto ai fabbri operanti nella frazione di Boccorio. 
Gli ultimi costruttori di “ribebbe” furono i fratelli Carmellino Michele Maurizio (deceduto il 9 marzo 1905, a 83 anni) e Carmellino Gaudenzio Agostino (deceduto il  9 dicembre 1911, a 87 anni), entrambi figli di Giovanni Carmellino e Maria Domenica Bello, come documentato da Zolt proprio in questi giorni, a seguito di controlli presso l’Archivio di Stato di Varallo, dati lievemente diversi da quelli rinvenuti, in passato, presso l’Archivio digitale della  Diocesi di Novara. Nell’attestato di morte, entrambi i fratelli Carmellino vengono indicati di mestiere “zampognaio” (in diversi documenti scritti le “ribebbe” venivano definite anche “zampogne” o “zanforgne”). A coronamento delle ricerche universitarie su menzionate, per i tipi della LIM di Lucca, è stato pubblicato “La ribeba in Valsesia nella storia europea dello scacciapensieri” (agosto 2019, prefazione di Ilario Meandri), testo elaborato dallo stesso Zolt e da Alberto Lovatto - già allievo di Roberto Leydi - etnomusicologo e storico di cui abbiamo scritto nei nostri testi monografici “Gli scacciapensieri. Strumenti musicali dell'armonia Internazionali - Interculturali - Interdisciplinari” (2013) e “Sa trumba: armonia tra telarzu e limbeddhu” (1998).

Spunti storico-letterari
L’Alta Valgrande possedeva giacimenti dai quali si estraevano metalli preziosi. Nella zona le attività prevalenti erano pastorali (con produzioni casearie locali) e artigianali (soprattutto legno, lana e ferro).  Una specifica produzione era destinata alla lavorazione dei “lum” (un tipo di lanterna a olio), delle “brocche” (minuti chiodi metallici) e delle “ribebbe”, come venivano denominati localmente gli scacciapensieri. Da un viaggiatore del XIX secolo, viene riferito che, nel 1840, fra Mollia e Riva Valdobbia “... sonvi per altro, e degni di rimarco, nel casale di Boccorio 10 fucine occupate una volta da 40 ed ora da 10 fabbricatori di zampogne, volgarmente dette ribebbe. ...Oltre lo smercio che se ne fa in Vallesesia, servendosi di essa la pastorella seduta in crocchio colle compagne ad allegrarsi col melodioso suono che se ne tragge, molte casse delle medesime sono condotte in ogni anno a Genova, da dove s’imbarcano per l'Inghilterra, indi per l'Africa, e l'America. Colà al rezzo di qualche palma o di canneti, oh come riescono que’ lavoratori di sollievo e conforto nelle diuturne fatiche, nel rancor della schiavitù e nell’ansia nostalgica!”. La storia delle “ribebbe” locali è, però, più antica. La prima attestazione scritta finora rinvenuta è del 1524, dove lo strumento viene denominato “ribebbis”, termine verosimilmente derivato dall’arabo “rabeb”.  “Ribeba” e “ribeca” sono nomi utilizzati in diverse aree della Penisola per denominare lo scacciapensieri. 
Nel XIX secolo, lo scrittore e giornalista Giovanni Battista Bazzoni (Novara 1803 – Milano 1850), passando per Bocu (Boccorio), frazione di Riva Valdobbia, rimase colpito dalle fucine dalle quali “fuoriscivano copiose le zampogne, localmente definite ribebe”, esportate in diverse parti del mondo.
Goffredo Casalis, nel “Dizionario geografico storico statistico…” (vol. XVI, fasc. 68), scrisse che “ … un oggetto di locale industria per un certo numero di questi terrazzani è la fabbricazione delle zampogne, dette volgarmente ribebe: si fanno esse in dieci fucine esistenti nell’anzidetta frazione di Bocorio. Tale è la buona riuscita di siffatti strumenti fabbricati in Bocorio, che non se ne fabbricano altrove di una tempera uguale”.

Creatività e genialità artigianale
Le “ribebbe” della Valsesia sono simbolo della creatività e genialità artigianale italiana nonché di un’affascinante storia musicale “glocale”. Da una piccola e apparentemente isolata frazione montana, nonostante le difficoltà di movimento con i mezzi trasporto, riuscirono a trovare il modo di esportare, in gran quantità, idiofoni di qualità per un commercio internazionale. Nelle “Notizie statistiche e descrittive della Valsesia” (Vigevano, 1833), l’abate Carlo Racca scrisse che “… varie fabbriche di zampogne di ferro sono stabilite in diversi locali posti sulla via che da Campertogno conduce ad Alagna; alla qualità dell’acqua che scorre in quel distretto, da alcuni si attribuisce la sonora costruzione di questo piccolo istrumento. Nessuna nazione può vantarlo migliore, e l’Inghilterra stessa le deriva della Valsesia. Si smerciano non solo in Italia, Francia e Lamagna; ma per la via di Genova anche nelle Spagne, e servono agli Isolani delle Azzorre e delle Antille, ed agli abitatori de’ paesi più lontani dell’Africa e dell’America per accompagnare col suono flebile, che cavano da questo piccolo ferro, le cantilene dei loro amori e per sollevarsi dalla noja della schiavitù. Lo smercio attuale è di circa 128.000 dozzine”. Dai “fabbricatori di zampogne” (i costruttori) sono stati realizzati, nel corso dei secoli, milioni di strumenti, soprattutto tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, periodo di maggiore produzione. Da dati verificabili, è stato stimato che, in tale periodo, uscivano dalle fucine valsesiane circa 5000 “ribebe” al giorno, oltre un milione e mezzo l’anno!  In seguito la produzione calò, fino gradualmente a estinguersi. L’ultimo costruttore, lo ricordiamo, morì nel 1911. 

Un articolato progetto di ricerca
Presentato in anteprima al Teatro dell’Unione di Alagna (31 agosto 2019), il testo scritto da Zolt e Lovatto è suddiviso in quattordici capitoli e riporta in copertina la raffigurazione di una scultura in gesso, realizzata dall’artista valsesiese Giacomo Ginotti (1845-1897), denominata “La ribeba”. Il saggio è accompagnato da una nutrita bibliografia e da una puntuale notazione a piè di pagina. Il giovane e intraprendente ricercatore torinese, in particolare, si è cimentato nella dissertazione riguardante la diffusione dello strumento in Europa e in Asia, inoltre ha scritto circa l’“organizzazione delle officine”, ben evidenziando il numero degli operai impiegati nella realizzazione degli idiofoni e i luoghi di produzione, specificando le precipue caratteristiche dello scacciapensieri valsesiano (telaio, lamella vibrante, dimensione della ribeba, decorazioni). Nonostante non siano stati fino a oggi rinvenuti strumenti a doppia lamella, l’Autore evidenzia che nel “Libro mercantile” di Giuseppe de Marchi (contiene informazioni comprese tra il 1777 e il 1792) sono segnate “Zanforgne doppie paiate” e “Zanforgne doppie con cuori di ottone”. Ben documentato (pure visivamente) è il capitolo dedicato alla marchiatura delle “ribebbe”. Scrive Zolt: “L’utilizzo di marchi sulle ribebe in Valsesia è attestato per la prima volta in un documento del 1626 nel quale il fabbro Antonio Chiarino di Boccorio si impegnava a fabbricare e consegnare centoventi “zanforgne” al mese al mercante Giovanni Battista Arienta, precisando che dovevano essere “della sua marcha”. L’anno seguente, Chiarino Ponzone di Boccorio vendeva ad Antonio Chiarelli, mercante di Varallo, “tante zanforgne del signo P.”, menzionando così per la prima volta un marchio specifico”. Nei capitoli finali, Zolt si è concentrato a descrivere la tecnica e i contesti esecutivi, dando perciò rilievo alle funzioni, agli aspetti simbolici e coreutici, evidenziando l’utilizzo attuale dello strumento in Valsesia e la presenza di diversi esemplari nei musei e nelle collezioni private. Tra il 1891 e il 1894, a Milano venne pubblicato il periodico della “Famiglia valsesiana”, “… grazie al quale per la prima volta, la “ribeba” trova una rilevanza grafica e simbolica fino a quella data sconosciuta, con una evidenza che si manifesta, paradossalmente, nel momento in cui la produzione dello strumento è quasi del tutto scomparsa”.  Zolt, infine, racconta dell’esperienza di Luciano Duca (originario di Abbiategrasso) il quale, alcuni anni or sono, per un certo periodo, “… ha operato per provare a ristabilire la tradizione della manifattura di scacciapensieri in Valsesia”, supportato da un progetto finanziato dalla Regione Piemonte, grazie al quale ha potuto apprendere l’arte della forgiatura da Pietro Paolo e Ignazio Piredda, costruttori di “trumbas” dorgalesi. 
In merito, riteniamo importante evidenziare la recente proficua collaborazione tra l’artigiano Luca Boggio (di Crocemosso, nel biellese) e lo stesso Zolt, per la realizzazione di “ribebe” valsesiane, esperienza che, in prospettiva, potrebbe garantire importanti risultati, tenendo conto che il ricercatore torinese è anche suonatore di scacciapensieri. Auspichiamo che lui riesca a ideare uno specifico progetto con finalità pratico-musicali, affinché tra le sue attività possa aggiungere quella di esecutore specializzato nell’esecuzione strumentale di un repertorio popolare locale (è suonatore di ghironda, flauti, fisarmonica e cornamusa), dando finalmente alla Valle e ai territori limitrofi un valente interprete capace di portare, con scienza, il sapere locale a livello globale. Pensiamo che tale attività, per lui potrebbe divenire, nel tempo, pure un’interessante opportunità professionale integrativa. Nei capitoli di sua competenza, Alberto Lovatto ha saputo far ben risaltare altri aspetti interdisciplinari della ricerca, esponendo con rigore informazioni storiche, linguistiche e organologiche, che sono poi alla base del suo pionieristico Progetto di ricerca, iniziato negli anni Ottanta, già allora promosso e valorizzato in ambito universitario (Preprint DAMS, 1983), come pure evidenziato da Meandri nell’articolata prefazione. Nel capitolo, “Lo scacciapensieri negli studi di organologia etnica in Italia”, Lovatto ha preso in considerazione soprattutto il periodo compreso tra gli anni Ottanta del XIX secolo e quello successivo. In “La ribeba negli studi valsesiani dell’Ottocento”, ha approfondito il contesto storico-ambientale, offrendo numerosi spunti di riflessione ripresi dalla letteratura/trattatistica locale. Come organologo, ha poi esaminato le tematiche afferenti alle “Tecniche di fabbricazione della ribeba”, cui ha fatto  corrispondere un capitolo dedicato alla “Quantità di strumenti prodotti in Valsesia” e un altro riferito all’onomastica dello scacciapensieri, nel quale sono anche riportate preziose informazioni linguistiche, relative a rimandi semantici allusivi e licenziosi, utilizzati gergalmente in diverse parti dell’Italia settentrionale e in alcuni paesi di lingua tedesca.  

In ricordo di Febo Guizzi
“La ribeba in Valsesia nella storia europea dello scacciapensieri” è un’opera meritevole, scritta consultando archivi e sul campo (sono circa sessanta i testimoni e gli informatori coinvolti),
concernente uno strumento perfetto nella sua essenzialità, (ad un tempo, idiofono, cordofono, aerofono e a percussione), che nei nostri scritti è stato elevato a simbolo dell’ “humanitas musicale”, essendo - nelle sue innumerevoli denominazioni e forme - strumento con molte “patrie” e di antichissima (ma sempre attuale) concezione, capace di abbracciare e di far interagire antropologicamente la cultura di diversi popoli, nel segno di un proficuo dialogo internazionale. Il testo riteniamo sarebbe stato apprezzato da Febo Guizzi, che portò all’apice gli studi etnorganologici in Italia. Durante il periodo di formazione, sicuramente ha potuto beneficiare della sua ars Alessandro Zolt, giunto alla prima pubblicazione monografica. Gli auguriamo successo per la carriera professionale, con l’auspicio di continuare a svolgere gli studi con serietà e passione, ricordando che - nel rispetto delle culture locali - pure nelle ricerche di stampo accademico e nella pratica esecutiva è importante immettere amore e humanitas, capaci di dare fondamento e sentimento alla ricerca etnomusicale. 



Paolo Mercurio
© fotografie Alessandro e Matteo Zolt (Torino)

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