Peace Women Singing/Matera Mater Melodiae. Intervista a Caterina Pontrandolfo

Peace Women Singing/Matera Mater Melodiae è un progetto di cooperazione e di scambio, iniziato nel 2017, che confluirà in uno spettacolo presentato in occasione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, realizzato con il sostegno della Regione Basilicata e del Comune di Matera, in collaborazione con Teatro PAT di Matera, Teatro Potlach di Fara Sabina, Nuova Atlantide Teatro e Carrozzerie Cinematografiche e Teatrali. Ideatrice, regista e protagonista è Caterina Pontrandolfo, attrice di teatro e performer, autrice e studiosa della memoria e dell’essenza intima e profonda del canto di tradizione contadina lucana, che sa rileggere con piglio da folk singer intensa ed elegante. Un progetto internazionale di teatro-canto, declinato al femminile, sostanziatosi attraverso una prima fase di indagine sui repertori canori affini, cui sono seguiti laboratori sul campo e performance nei diversi Paesi coinvolti. Almeno trenta artiste catalane, cabile e cretesi ad altrettante attrici-cantanti del Sud Italia sono protagoniste di questa pièce di “canto del Mediterraneo” dal grande impatto drammaturgico. Non si tratta di un recupero, ma di un’ipotesi di canto di tradizione, che deve essere «raccontato e ricollocato», rileva la cantante lucana, agito in una scena che non può essere solo musicale. La città dei Sassi si trasformerà in una grande culla del canto orale, improntata nel riconoscere e valorizzare comunanze culturali per lanciare anche un messaggio di apertura e di accoglienza. A simboleggiare il progetto è la melagrana, «frutto fatato che fin dalla mia infanzia ha dispiegato su di me tutta la sua meraviglia, legato alle fiabe che mi venivano raccontate dalle donne della mia casa»,  racconta ancora Pontrandolfo. Coltivato fin dall’antichità in tutto il bacino del Mediterraneo, è il frutto dell’unione feconda, dalla forte matrice simbolico-religiosa per le tre religioni monoteiste del Mare Nostrum. Le tre cantate-performance materane, distribuite nei giorni 13, 14 e 15 settembre, si annunciano memorabili. Ne abbiamo parlato con l’ideatrice e direttrice artistica Caterina Pontrandolfo.

Caterina Pontrandolfo
Come nasce “Peace Women Singing/Matera Mater Melodiae”?
Matura in questi anni di studio sul canto di tradizione orale lucano e sui canti di tradizione mediterranea. Al canto va aggiunta la mia formazione di attrice e autrice. Ho immaginato di poter raccontare questo mondo attraverso il canto, costruendo performance che potrei definire di teatro-canto o  di canto-teatro, in cui la principessa del lavoro è la tradizione orale. Ho cercato di riavvicinare quel mondo, visto che non si tratta di una ricostruzione storica o di ambienti: è un avvicinarsi emotivo a questo mondo della tradizione orale, che dal mio punto di vista ha avuto un ruolo centrale nella storia dell’umanità. Quindi, i laboratori che ho condotto negli anni e le performance sono diventati sempre più ampi per cercare di raccontare il Mediterraneo tutto, cercando le similitudini, cercando una culla comune. Da qui il desiderio di mettere insieme una pluralità di Paesi, connettere attraverso il canto alcuni luoghi mediterranei. Matera 2019 è stata il traino, l’occasione giusta per rendere possibile un progetto così elaborato, che aveva necessità di risorse finanziarie. La Regione Basilicata ha avuto un’attenzione verso il progetto e sta permettendo la realizzazione in collaborazione con altre associazioni culturali.

Il Mediterraneo, luogo di intensa interazione storica ma anche di differenze: come hai individuato i punti di contatto?
Quando sono partita non sapevo cosa avrei potuto trovare. Avendo declinato il progetto al femminile – perché le partecipanti sono tutte donne – ho trovato queste comunanza. Andando a ricercare i canti nelle tradizioni della Cabilia o quelli che arrivano da Creta, dalla Catalogna e da Barcellona, anche se in quest’ultimo caso appaiono più mediati dalla cultura cittadina, mi sono resa conto che c’era un filo comune: penso al canto della raccolta delle olive lucano, una forma della quale abbiamo trovato espressioni quasi identiche nella Cabilia. Ancora, ai canti del matrimonio e delle spose, alle ninna nanne, alla partica del moroloja e dei lamenti. Il mondo femminile trova spazio nel canto: per questa via femminile è palpabile una radice comune, al di là di tutte le differenze che conosciamo. L’esperienza ha toccato solo tre Paesi, ma c’è una comunanza attraverso questo elemento femminile, come se ognuna da una sponda richiamasse con la stessa tessitura dei canti l’altra parte del Mediterraneo. 
Gruppo Cabilo
Questo mi ha davvero impressionato, perché non pensavo di avere trovare un dato così forte. Se vero che da noi molti canti non sono più funzionali, in luoghi come la Cabilia la tradizione è attiva, un po’ come la nostra cultura del Sud di cinquanta anni fa. La scelta è stata quella di farsi cantare i canti effettivamente cantati dalle donne, perché esiste lo stesso racconto femminile dei canti, che sembra narrare un’unica storia. Senz’altro l’esperienza in Cabilia è stata la più importante, ma anche quella a Creta è stata significativa. Il motivo del successo è che ho ristretto il campo, chiedendo di eseguire una certa tipologia di canti. I tre gruppi di donne si sono stupite delle comunanze: a Matera ci sono le “matinate”, a Creta ci sono le “mantinate”.  Sussistono analogie anche nei paesaggi, come fosse la la storia di un unico paesaggio: ho visto luoghi molto simili alla Basilicata. Cosicché le similitudini sono più grandi delle differenze, parlando di terre simili accomunate da tradizioni agro-pastorali. C’è un rimbalzo di espressioni, che cantano gli stessi momenti della vita e dell’amore, che noi ci siamo lasciati un po’ dietro. Altro dato interessante è che in Cabilia la cultura berbera ha subito l’islamizzazione, che è stato un passaggio non proprio in linea con la loro cultura autoctona. C’è una complessità in quei luoghi che si sfugge moltissimo, che non percepiamo da quest’altra sponda… 

Come si sono sviluppati i laboratori?
Il primo passaggio è stato cercare contatti con alcuni Paesi, anche attraverso l’Istituto Ramon Llull di Cultura Catalana di Barcellona e delle Isole Baleari e l’artista catalana Rosa Zaragoza, che lavora sul canto e con cui avevo già collaborato. Ha riunito intorno a sé artiste catalane e maiorchine. Nella Cabilia algerina sono state coinvolte le artiste dell’Associazione Axxam Nda a Ali di Tizi Ouzu,  che svolgono un lavoro culturale sulle proprie tradizioni culturali. 
Gruppo Cretese
A Creta, abbiamo lavorato con un’importante realtà come il teatro Omma Studio di Heraklion, legato a Eugenio Barba e all’Odeon Teatret. Tutti loro sono stati i mediatori sul campo. La prima richiesta è stata di raccogliere i canti sulla base del filo conduttore: canti di trebbiatura, mietitura, raccolta delle olive, canti all’altalena… In base all’elenco sono arrivati degli input. Ognuna delle artiste ha cercato alcuni di questi canti, io stessa ho inviato dei materiali lucani. Il secondo passaggio è stato l’arrivo in questi Paesi, dove ho incontrato le donne riunite dalle associazioni di cui dicevo prima. Durante gli incontri sono emerse anche altre cose, altri canti: soprattutto, è emerso il territorio comune da indagare. È successo straordinariamente in Cabilia, dove c’è un patrimonio ricchissimo: un fiume di canto, ma  anche a Creta... A partire dallo scambio dei repertori c’è stato, poi, il laboratorio tra teatro e canto. In ogni Paese abbiamo fatto una performance per trovare il codice comune dell’azione teatrale che avremmo poi tutte portato a Matera. Lo scambio è avvenuto su una linea precisa: il cantare insieme e creare una piccola tessitura gestuale, per raccontare questo mondo al femminile che affiora dal cantare. Le performance hanno dato a ogni gruppo anche la percezione del lavoro complessivo da portare a Matera.

Si può individuare un tratto centrale nell’approccio al canto?
In realtà non è un lavoro sul coro o sulla coralità, è un voler tentare di avvicinarsi emotivamente a quel modo di vivere. Ciò richiede non solo il canto, ma anche una minima contestualizzazione sulla scena, senza un intento storico, più sul piano di vicinanza emotiva. Cantare il matrimonio o il lutto 
Gruppo Catalano
poggia su sentimenti molto forti, di gioia e dolore, sentimenti di cui ci si riappropria cantandoli, ridando alche la funzione di strategia per esprimere il proprio sentire o superare difficoltà di vita dura, soprattutto per le donne.  Le collaborazioni italiane sono bellissime: il Teatro Potlach di Fara Sabina e il Pat di Matera, che si dedica all’infanzia. Il Potlach metterà tutta la sua sapienza di costruzione idi spettacoli grandiosi in giro per il mondo: la terrazza di Palazzo Lanfranchi di Matera sarà invasa da un giallo campo di grano, da un tessuto lungo metri e metri. Oppure, ci sarà il mare che le donne porteranno lungo una processione: si tratta di un tessuto blu cobalto. Si lavora sui simboli, quindi sui colori, sui tessuti. Ci saranno i corredi, perché la tessitura è un dato che accomuna il femminile del Mediterraneo. Dietro tutto questo c’è una specie di urlo sommesso per dire che, nonostante tutte le differenze, c’è qualcosa che dovrebbe farci pensare che veniamo da un’unica grande storia che è questa la culla di civiltà che è stata di fondamentale importanza per la crescita dell’umanità.

È pensabile uno sviluppo ulteriore del porgetto, che porti al coinvolgimento di altri Paesi del “Piccolo Mare”?
Sarebbe una cosa bellissima non fermarsi qui, per portare alla luce altri patrimoni di canti. Spero si possa continuare, ampliare e toccare, magari, quei Paesi più complicati... Spero che le istituzioni che stanno collaborando stiano percependo il piccolo seme importante. Quindi, c’è il desiderio di continuare a lavorare su questo aspetto, è naturale, tuttavia, progetti di ampio respiro hanno difficoltà di realizzazione e necessitano di altre risorse. 
Foto di gruppo
Ad ogni modo, me lo auguro, perché è il mio progetto più ambizioso, legato al canto e alla mia storia artistica: un’importanza che sento sulla mia pelle. Può essere un affacciarsi nuovamente su questo nostro mare, vederlo da un altro punto di vista e cogliere la straordinaria vicinanza: abbiamo scoperto l’umanità, la pietà. Questa cosa si sente negli attraversamenti, sembra di parlare un’unica lingua anche nelle relazioni. Può essere molto bello andare a ricercare ancora…

Come si articolerà lo spettacolo?
In realtà Matera Mater Melodiae sarà distribuito in tre diverse performance. Il giorno 13 è in programma la Cantata Prima, a partire dal pomeriggio intorno alle 17.00. Dopo la Processione del Mare lungo le vie della città, alla terrazza di Palazzo Lanfranchi ci saranno i “Canti del grano, del pane e delle spose”: la materia che riguarda queste funzioni. Naturalmente, sarà anche il trionfo del pane materano. Sempre nello stesso luogo, la sera del 14, andrà in scena la Cantata Seconda, una performance chiamata “Canti notturni, delle acque, delle lune e delle madri”. Ci saranno le ninna nanne, ma anche canti che evidenziano i rapporti intergenerazionali. Il 15 dal pomeriggio, la Cantata Terza, al Parco del Cimitero Vecchio, dove daremo il senso anche al canto del dolore con “Canti di Passione, dolci e dediche del canto”. Il Parco ha una Via Crucis nella quale ci rimbalzeremo i canti di Passione delle tre tradizioni e faremo le dediche del canto ai cari. Sarà un momento per andare i cantare in luoghi delle città che sono lasciati da parte. Potrà partecipare anche il pubblico, che potrà dedicare un canto. Poi mangeremo i dolci…

Come documenterete lo spettacolo?
Sarà tutto registrato, ci sarà la testimonianza video di tutto quanto e con la regia di Luigi Monardo Faccini realizzeremo un film documentario. 
Per maggiori informazioni www.materamatermelodiae.it


Ciro De Rosa

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