Michele Gazich – Temuto Come Grido, Atteso Come Canto (FonoBisanzio, 2018)

Foto di Paolo Brillo
BF-CHOICE Michele Gazich ha vissuto un mese a San Servolo, ospite del progetto “Waterlines - residenze artistiche e letterarie”. Era l’ottobre del 2017. Dopo un anno da quell’esperienza è uscito un album imponente, forte, un grido di dolore e di resistenza, che avvicina due diversità: follia e ebraismo.  L’isola infatti è stata un manicomio dal 1725 al 1978. Ed era un manicomio anche l’11 ottobre del 1944, quando da lì vennero “ritirati” (questo il termine burocratico usato) gli ebrei ricoverati, per essere deportati e condotti a morte sicura. Sono rimaste però le loro cartelle cliniche, a conservarne la storia e l’anima. È attraverso questi aridi racconti medici che Michele ha incontrato le loro storie e di tutto questo ha fatto musica. 

Per prima cosa raccontaci come sei finito a San Servolo… 
Gli eventi sono precipitati rapidamente. A Venezia, nell’aprile del 2017, suonai e recitai ad “Incroci di Civiltà”, Festival di Letteratura attraverso il quale anche la Venezia di oggi recupera e conferma la sua attitudine all’incrocio, alla stratificazione feconda di culture. La mia bisnonna è nata a Istanbul, suo figlio a Saint Louis, mio padre a Zara e io a Brescia: porto nel sangue questo incrocio. Quel giorno, tra le altre cose, suonai Venezia 1948, che racconta la prima residenza della mia famiglia in quella città in un campo profughi, e “Dia de Shabat”,  canzone sull’incendio e la distruzione del quartiere ebraico di Salonicco. 
Foto di Paolo Brillo
Io non lo sapevo,  ma le mie canzoni già lo sapevano - le canzoni quasi sempre la sanno più lunga dei loro autori - e mi indicavano la strada verso San Servolo e i suoi ospiti, verso le loro storie. Ciò che suonai venne probabilmente ben compreso dalla direzione del Festival - connessa con l’Università Ca’ Foscari - e quasi subito mi fu proposto di ritornare in città, a San Servolo, per starci più a lungo, per un mese.

Che ricordi hai di questa esperienza? Cosa pensavi? cosa sentivi?
Per tutto il mese non mi sono quasi mai mosso dall’isola: passavo mattina, pomeriggio e notte a scrivere, ogni giorno, con regolarità. Ero solo ma allo stesso tempo non lo ero, perché oggi l’isola è abitata da studenti: coinvolgerli e farli interagire con me faceva parte del progetto. Io mi sento un professore mancato e ho adorato anche questo aspetto. La maggior parte del tempo però ero solo con le mie cartelle cliniche: ora nelle stanze buie degli archivi; ora nel mio studio pieno di luce e con le finestre sempre aperte sul mare, per sentirne la voce, la danza sonora; ora in cammino nel giardino dell’ex-manicomio a percorrerne le mura; ora, soprattutto di notte, passeggiando nei lunghi, silenziosissimi corridoi, dove riuscivo a sentire le grida, sempre. Credevo di impazzire, ma ho scelto fermamente di non permettermelo: il mio compito era raccontare. “La mia pazzia può attendere” pensavo: “qui devo fare qualcosa”.

Hai dovuto “scegliere” tra tante storie? O hanno “scelto” le cartelle cliniche?
Non ho “scelto” le cartelle cliniche che poi ho scelto: sono loro ad avermi chiamato, a non essere più cartelle ma persone. Ho cominciato a vivere con loro e le ho trascritte integralmente: questo è stato il lavoro più faticoso, che nessuno aveva mai fatto prima. All’interno degli Atti di un Convegno - svoltosi proprio sull’isola di San Servolo nel 1998, dall’inquietante titolo “Psichiatria e nazismo” -  ho trovato le prime tracce delle persone di cui poi mi sarei occupato. 

Foto di Alice Bellati
Hai deciso di mettere assieme due cosiddette “diversità”: ebraismo e pazzia, in un’epoca particolare. È chiaramente una scelta coraggiosa e complessa, perché anche solo occuparsi di un lato della questione appare enorme. Pensi di esserci riuscito? Sei soddisfatto del risultato?
La tematica della follia percorre da sempre la mia opera artistica. Ricorderai che uno dei miei gruppi musicali, con il quale ho prodotto non molti anni fa una trilogia di album, si chiamava “La Nave dei Folli”… E anche le tematiche ebraiche sono presenti ovunque nel mio lavoro. Ti faccio un elenco di mie canzoni in cui sono presenti: “Come Giona”, “Fuoco nero su fuoco bianco”, “Il latte nero dell’alba”, “Shekinah”, “Dia de Shabat” e molte altre. Un’altra mia ossessione è poi Venezia: altra diversità rispetto ad ogni altro luogo. E qui sono sempre ritornato con misteriosa fedeltà per tutta la vita e qui mi auguro di avere l’ultima residenza terrena. Tutte le mie ossessioni, in sostanza, si sono trovate a convergere in quel mese a San Servolo e ho scritto in maniera inusualmente rapida, quasi posseduto dalla necessità di farlo.

Il titolo del disco è ispirato a una frase di Michel Foucault. Parliamone.
Foucault è da sempre stato un faro. La sua Storia della follia nell’età moderna è un libro che rileggo costantemente e che certamente ha influenzato e dato forma alle mie riflessioni - artistiche e non - sulla tematica. La citazione, da cui è tratto esplicitamente il titolo, è contenuta nel saggio “La follia, l’opera assent”e, che si può leggere in traduzione italiana negli “Scritti letterari” di Foucault, pubblicata da Feltrinelli: “E ci si stupirà senza dubbio per il fatto che noi abbiamo potuto riconoscere una così strana parentela tra ciò che per lungo tempo fu temuto come grido e ciò che per lungo tempo fu atteso come canto”

E quindi a questo punto approfondiamo le tue fonti di ispirazione filosofica e umana, il tuo “trascorso” culturale, civile e sociale, ma anche personale e familiare; insomma: tutto quello che in qualche maniera ti ha condotto fino a qui.
Foto di Raffaella Vismara
Un po’ ne abbiamo già parlato: le tematiche ebraiche e il tema della follia hanno innervato tutto il mio percorso artistico e umano. Ho suonato le mie canzoni sui treni della memoria in viaggio con gli studenti verso Auschwitz e Birkenau; ho suonato al Senato Spagnolo, sempre in una Giornata della Memoria (lì il fascismo è ancora vicino nel tempo). La mia “Guerra Civile", inoltre, viene combattuta ogni giorno attraverso il mio lavoro. Ho anche scritto una canzone, già dieci anni fa, con questo titolo: “E’ Guerra Civile/La domenica impiccano i poeti/E’ Guerra Civile/In piazza l’acqua lava il sangue”. Io sono nato a Brescia: lì il sangue in piazza è stato effettivamente lavato dai pompieri - il giorno della strage di Piazza della Loggia -  per alterare le prove. Gesto di valore fortemente simbolico, peraltro. Non posso non portare in me una coscienza civile, considerato il luogo dove sono nato. E poi mi hanno sempre sconvolto le dinamiche espulsive della società, nei confronti dei diversi: artisti, poeti, ebrei, etc. Le ho anche subite. Quante volte i diversi vengono reclusi, messi in gabbia, uccisi? Se vuoi farne esperienza, fai un giretto la domenica in un centro commerciale e assisterai all’impiccagione dei poeti: non troverai mai un libro di poesia: “Dio sopravvive nei dettagli/nelle crepe dei centri commerciali”, ribadisco sempre in “Guerra Civile”. Molti libri di cucina però, molta evasione di vario genere. E intanto, mentre tutti sono distratti, magari ritorna il 1938.

Foto di Debora Locci
Credi nella forza dell’arte e della musica per raccontare? Qual è lo scopo, se c’è, che ti prefiggi, portando avanti un progetto simile e tanti come questo?
Viviamo nell’epoca della postmemoria: i testimoni diretti del periodo storico di cui narro sono ormai morti quasi tutti.  Oggi quindi gli artisti hanno la grandissima responsabilità di costruire case di memoria: il racconto, lo storytelling, il ricordo, attraverso la trasfigurazione artistica, divengono cruciali. Un lavoro come questo quindi vuole invitare alla riflessione in questo mondo contemporaneo che sembra andare alla deriva verso nuove violenze, nuove esclusioni, nuove guerre. 

Nello scegliere la veste sonora del disco, che strada hai intrapreso?
Ho scritto le canzoni in un mese e le ho registrate in pochi giorni: ho privilegiato l’urgenza, facendo l’opposto di quanto fatto nel mio album precedente, “La via del sale”, costruito in anni e anni di lavoro, anche in studio di registrazione. Questa volta invece ho registrato praticamente dal vivo, con tre musicisti solidali e amici, che mi hanno assistito e hanno partecipato a questo psicodromma fatto di sussurri, ma anche di grida. La mia voce, di solito su toni pacati, si è aperta anche all’urlo, all’invettiva, al pianto. Marco Lamberti era alle chitarre e al bouzouki; Paolo Costola - che è anche il tecnico del suono di tutti i miei album - ha suonato il basso; Alberto Pavesi la batteria. Ho sempre pensato che per cambiare suono non serve cambiare studio: basta appunto cambiare suono. 
Foto di Valentina Pippolo
Ci sono pochi ospiti, ma fondamentali: il leggendario Gualtiero Bertelli, che ha cantato con me in veneziano; Rita Tekeyan, armena, che ha cantato in ebraico (!) e Raoul Moretti all’arpa.

Tutto questo si è inserito all’interno di altri tuoi progetti. Quali?
Negli ultimi anni ho lavorato strettamente con Mary Gauthier, live e in studio. “Rifles and Rosary Beads” è un album che ha scritto con i soldati americani, reduci da orrendi fronti: Iraq o Afghanistan soprattutto. Sono canzoni che mostrano i disastri della guerra dall’interno e ogni canzone è una persona. Lo stiamo ancora portando in tour e già abbiamo fatto più di cento concerti. Certamente il lavoro fatto su questo album ha influenzato le mie metodologie: ogni brano è una persona anche nel mio e anche il mio è stato pensato a lungo ma registrato in fretta; entrambi i dischi bruciano di passione civile. Come dicevo prima, oggi gli artisti sono chiamati all’impegno, altrimenti è meglio che lascino perdere. Nel frattempo ho anche lavorato - con Eric Andersen - a un album dedicato a Heinrich Boll, che ha tragiche risonanze profetiche sull’Europa di oggi. Tutto si tiene, tutto ha avuto un senso profondo in quest’ultimo biennio della mia vita.

E parliamo anche della tua etichetta discografica e dei lavori che ha realizzato e che va a realizzare. 
Ho fondato la FonoBisanzio dieci anni fa, con l’intento di produrre altri album, oltre ai miei: la vita è troppo breve per guardare solo se stessi allo specchio. Ultimamente ce l’ho fatta e gli album hanno avuto un notevole riscontro. Ho sempre pensato che non bisogna confondere la crisi della discografia con la crisi della creatività: viviamo in realtà in un’epoca di grande creatività, anche per quanto riguarda la canzone, come avviene in tutti i periodi di cambiamento. Ho pensato di mettermi al servizio (di metter al servizio ciò che ho acquisito in questi anni a livello di scrittura, di produzione artistica, ma anche di molte altre cose più pratiche) di progetti sconosciuti ai più, ma di cui intuivo il potenziale. Il mio obiettivo è valorizzare la Canzone d’Autore di matrice folk: ho prodotto, per ora, gli album di Lara Molino, dei Sambene, e, a breve, uscirà l’album della cantautrice siciliana Sara Romano. Sono felice del riscontro ottenuto. Confesso che ci speravo: ho amato molto questi progetti.

Che bilancio fa della sua carriera Michele Gazich?
Mi fa piacere che non sia ancora finita.



Michele Gazich – Temuto Come Grido, Atteso Come Canto (FonoBisanzio, 2018)
Ci sono storie che aspettano di essere raccontate. Aspettano un tempo infinito se necessario. Sopravvivono alla noncuranza, alla muffa, all’incomprensione, all’aridità, all’incoscienza. Non importa: prima o poi trovano il modo. Ed allora – come fa la luce che si espande improvvisa da un piccolo foro di una parete bianca – le voci di quelle antiche storie si sovrappongono, occupano lo stesso spazio, coprono ogni altro suono. Diventano grido di liberazione, forte, qualche volta minaccioso, altre volte pieno di lacrime come in uno Stabat Mater dell’Umanità. È questa la prima impressione che si ricava da questo nuovo lavoro di Michele Gazich. Forse sarebbe più adeguato parlare di impatto emotivo, perché non è possibile che quel grido di dolore (atteso come canto) non arrivi alle coscienze e ai cuori di chiunque lo ascolti, anche se della vicenda non conosce nulla. Eppure tutti dovrebbero conoscerla: è la storia dell’umanità tutta, che soffre nella sua fragilità di fronte alla follia – questa sì – di chi non sa vivere la diversità come risorsa, come sorella, come fonte di arricchimento e crescita. Gazich con questo lavoro punta proprio in alto, perché di diversità, storicamente considerate il massimo della devianza, qui ce ne sono addirittura due: la follia e l’ebraismo, in un connubio mortale se ci si trova in un manicomio a Venezia, nell’ottobre del 1944. L’11 ottobre per la precisione: data in cui i “matti” ricoverati a San Servolo (vero e proprio luogo di detenzione per i portatori di disagio mentale dal 1725 al 1978) di “razza ebraica” vengono ritirati dagli occupanti nazisti. Sì: le cartelle cliniche parlano di ritiro, un ritiro che attraverso le rotaie di un treno portava direttamente dentro Auschwitz. “Temuto come grido, atteso come canto” racconta proprio questa storia ed è il risultato dell’interessante “Progetto Waterlines” – residenze artistiche e letterarie: Gazich infatti, nell’ottobre dello scorso anno, si è rinchiuso tra le stanze silenziose di quell’antico monumento alla follia umana (quella dei cosiddetti “sani”) per l’intero mese. L’unica compagnia gli studenti che ora usano San Servolo come residenza e le cartelle cliniche dei pazienti… solo a immaginarla questa sua avventura mette i brividi: sembra di sentire il silenzio di questi luoghi, il gelo delle pareti, il freddo di quelle cartelle. Eppure in quelle righe Gazich ha incontrato quelle anime, su quelle pareti ha visto riflesse le loro immagini, tra quei corridoi silenziosi ha sentito piene le grida e la paura e l’oscenità di quella detenzione, usata come cura e come parete oscura, tra due mondi forse ugualmente folli. Proprio da lì è nato un disco - il nono a nome di Michele Gazich - che arriva dritto, come un pugno nello stomaco; fa pensare a certi film di Pasolini: poesia, morte, schianto del cuore, disperazione che urla… urla come Gazich, con la sua voce spezzata e i suoi testi, meticolosi fino a sfidare la pedanteria (vincendo a mani basse), impietosi, diretti, lirici: insomma, veri. Ogni storia narrata, ogni anima risvegliata in quei corridoi ha la sua casa sonora, popolare e folk: è un disco davvero ben “vestito”, da Paolo Costola che ha suonato il basso, da Marco Lamberti che si è occupato di chitarre e bouzouki e da Alberto Pavesi che ha suonato batteria e percussioni e ovviamente da Michele Gazich col suo violino e la sua viola.  Eppure sembra quasi strano parlare di musica, mentre un cantastorie racconta verità che non vogliamo ricordare e spesso vedere: quando lo fa e il messaggio arriva dirompente come una bomba anarchica di inizio Novecento, allora è tutto il lavoro a essere un miracolo; non si capisce più cosa traini il carro, quale sia il motore che lo fa camminare così bene. Quando si ascolta per la prima volta questo disco si resta suggestionati, attoniti, con gli occhi spalancati che non riescono davvero a vedere, perché quello che arriva è il riflesso di una realtà che acceca nel suo orrore. Il titolo dell’album è una citazione di Foucault: non è un caso; a lui sarebbe piaciuto. Come abbiamo già avuto modo di dire a Gazich, questo lavoro meriterebbe uno spettacolo teatrale, itinerante, che arrivasse oltre confine: il confine delle anime che sembrano non provare più nulla di umano, che sembrano possedute da forze negative e impure, dal Maltamè ebraico-veneziano, testimoniato in questo disco anche da un brano -  forse il più bello - che vede la partecipazione della voce della bravissima cantante armena Rita Tekeyan e dell’arpa di Raoul Moretti. C’è anche un altro ospite straordinario in questo disco: Gualtiero Bertelli, voce e fisarmonica in “Anna, te scrivo”, delle canzoni di questo album la più toccante, straziante e disperata, dietro al suo rassicurante andamento di valzer (in realtà forse proprio per questo). Infine ogni brano è spiegato nel ricco ed esaustivo – accuratissimo – libretto di quaranta pagine, in cui si trovano i testi delle canzoni, parti delle cartelle cliniche e indispensabili note storiche. Cos’altro? Naturalmente tutta la forza, la misericordia e l’eleganza del violino di Michele Gazich. 


Elisabetta Malantrucco
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