Sambene – Sentieri Partigiani. Tra Marche e Memoria (Fonobisanzio, 2018)

L’Accademia dei Cantautori di Recanati è una scuola di musica. Una scuola di musica battagliera, indipendente, coraggiosa, appassionata.  La sua fondatrice e direttrice si chiama Lucia Brandoni; è una musicista volitiva eppure dolcissima e ha l’ambizione di fare ricerca, di creare incontri, di portare avanti progetti, tra tradizione e innovazione. Con lei lavora un giovane cantautore di Fabriano, col quale condivide passione e modo di interpretare la musica. Si chiama Marco Sonaglia e se li si vede insieme e si parla con loro si capisce subito che pensano alla Canzone coniugando impegno civile a quello didattico, gioia nella musica a serietà nella ricerca, forza dell’esperienza sul territorio a solidità dello studio.  Dall’Accademia e da questi presupposti è nata l’idea di fondare un gruppo folk che desse spazio ai giovani di talento formatisi nella scuola e che desse anche spazio alla tradizione del canto popolare; il suo nome è Sambene, che in sardo significa “sangue”. L’esordio discografico però è davvero tutto marchigiano geograficamente, seppur universale idealmente. Perché Sentieri partigiani è un album di canzoni che raccontano dieci storie di Resistenza.  Il 25 aprile, a cena, davanti a una pizza e una birra, abbiamo chiacchierato con una parte del gruppo. Mancavano Veronica Vivani (voce) e Emanuele Storti (fisarmonica). C’erano però Roberta Sforza (voce), Marco Sonaglia (chitarra e voce), Michele Gazich (violino, viola, voce, pianoforte e produzione artistica) e Lucia Brandoni (fondatrice del gruppo, arrangiatrice vocale). Eravamo a Recanati, le luci erano spente sul Colle di Leopardi. Di lui però si percepiva come sempre la forza romantica. Un’occasione unica per conversare e parlare del disco Sentieri Partigiani, di folk, di tradizione, di vocalità, di partecipazione.

I Sambene sono una realtà nata all’interno dell’Accademia dei Cantautori di Recanati, fondata da te, Lucia. Ma come è accaduto di voler formare un gruppo di musica popolare?
Lucia Brandoni -  Volevo un gruppo folk all’interno della scuola. L’idea arriva da lontano ma l’esperienza è decollata due anni fa; in realtà c’era stato un tentativo precedente: i primissimi Sambene avevano una composizione diversa da quella attuale. Il perché di questa mia volontà non è difficile da capire: volevo portare avanti dei progetti che dessero la possibilità ai musicisti che si formavano all’Accademia, di suonare, provarsi, crescere, affrontare dei live. In questi progetti doveva esserci sempre la figura di Marco Sonaglia in qualità di Cantautore e Docente della Scuola. L’idea di un gruppo come i Sambene mi è nata anche dalla grande passione per il folk. Infine mi piaceva l’idea di rilanciare strumenti come organetto e fisarmonica, che sono nati qui, ma qui poco studiati e suonati. Insomma, un insieme di motivazioni: come dicevo, due anni fa ho scombinato tutto e ho messo in piedi l’organico di oggi. Mi interessava soprattutto lavorare tecnicamente su tre voci. 

Il gruppo continua ad avere una finalità didattica? 
Lucia Brandoni -  Più che didattica la chiamerei sperimentale: il nostro tipo tradizionale di vocalità si è perso via via; i gruppi di riferimento, che qui da noi si sono dedicati al folk, piano piano si sono contaminati, perdendo  le intenzioni delle origini: alcuni gruppi storici hanno messo  chitarra elettrica, basso, batteria…  io invece voglio tornare a un modo più autentico, ho l’esigenza di non far perdere la tradizione vocale di una volta e di salvaguardare certi moduli stilistici; per fare un esempio - spero non troppo tecnico - nella musica popolare di una volta certi modi di intrecciare voci ci possono sembrare addirittura stonati, perché quella musica si basava su meccanismi che non sono tonali. Io questa differenza la voglio salvaguardare; per capirci meglio: quando sono state registrate cose sul campo, poi nel momento di trascrivere sul pentagramma spesso ci si accorgeva che non era possibile, perché alcune note rispetto al nostro sistema tonale erano “non note”: io non voglio che tutto questo vada perduto.

Allora ricominciamo dall’inizio: perché questo nome, “Sambene” (con l’accento grave sulla A), per di più sardo?
Lucia Brandoni -  All’inizio – come ti dicevo – il gruppo prevedeva solo una cantante, che è Veronica Vivani; lei ha origini sarde. Non si è trattato però di fare un omaggio a lei: noi volevamo indagare non solo sul repertorio popolare delle Marche ma anche su quello di altre regioni, quindi abbiamo scelto un nome che non fosse direttamente riconducibile alla nostra zona. Anche se, naturalmente, Sentieri partigiani è un disco che parla della nostra terra e i moduli stilistici del Centro Italia ci sono particolarmente congeniali; ma noi vogliamo fare anche musica salentina, sarda… E poi questo termine un po’ misterioso riconduce alla nostra cifra più congeniale, che è quella dell’energia: sambene vuol dire sangue, passione. Proprio come siamo noi.

Ricapitolando, avete un repertorio soprattutto del Centro Italia e l’intenzione è allargarlo. Come lo avete formato?
Lucia Brandoni -  In realtà facciamo anche alcuni pezzi dal repertorio toscano. Diciamo che era a tutti più congeniale riferirsi soprattutto al Centro Italia; per non parlare della difficoltà di comporre brani in un dialetto diverso dal nostro. Per cui come cover il nostro repertorio spazia sul territorio. Come brani nostri invece restiamo marchigiani. 

Faccio una domanda a Marco Sonaglia. Tu hai all’attivo già due dischi, sei partito da solo e poi hai incontrato questa realtà dell’Accademia, dove lavori ormai da tempo; infine sei stato coinvolto in un ruolo di primissimo piano in questi progetti corali della scuola. Come la vivi? Se da una parte è una crescita, non pensi che in qualche modo ti possano limitare?
Marco Sonaglia - No, me la vivo molto bene; innanzitutto per la compagnia bellissima e il feeling che c’è. A noi piace parlare della “famiglia Sambene”: famiglia nel senso buono del termine. Non è una privazione di autonomia, ma una cosa in più che faccio, come succede a molti cantautori che fanno cose da soli e cose insieme ad altri. 

E nella scelta del repertorio, considerando la volitiva direzione di Lucia, che ruolo ti riconosci? 
Marco Sonaglia - A volte scegliamo insieme, altre no: è lei il Direttore musicale e pensiamo che quello che sceglie per il gruppo sia giusto. E infatti, se vedi le scalette dei nostri concerti, è difficile che tu possa trovare cose fuori luogo e fuori contesto. 
Ora per esempio lavoreremo a una nuova scaletta per rinnovarci, anche al di là delle presentazioni del disco. Ed eccoci qui, pronti per nuovi repertori! 

Roberta, tu hai 27 anni: quando hai cominciato a pensare alla musica anche a livello professionale?
Roberta Sforza - In realtà all’inizio tutto è stato casuale, perché non facevo parte del gruppo; quando mi è stato proposto ho accettato con entusiasmo; mi piaceva il repertorio e dopo ho anche compreso l’intuizione di Lucia sulla compensazione vocale tra me, Marco e Veronica. E non si tratta di una compensazione solo vocale: io direi che è anche caratteriale. Funzioniamo anche a livello di relazione e questo si vede bene sul palco. 
Marco Sonaglia - Roberta era l’elemento mancante, con il suo tipo di voce.
Roberta Sforza - E mi sono trovata subito bene; col passare del tempo ho pensato che potesse diventare un progetto di una certa importanza. Credo sia stata proprio l’idea del disco a farci fare un salto, anche nelle intenzioni. È stato lì che ho capito che forse avevamo davvero qualcosa da dire. 

Prima ancora del disco è arrivato Michele Gazich, un amico con cui avete un rapporto che arriva da molto lontano. Vorrei sapere come è andata.
Lucia Brandoni -  L’amicizia arriva da lontano; siamo sempre rimasti in contatto e ogni volta che Michele veniva in Abruzzo, poi faceva sempre un salto a Recanati. Ci vedevamo, parlavamo, ci dicevamo di lasciar maturare le cose e aspettare la giusta occasione per far qualcosa insieme. Comunque quando abbiamo inaugurato l’Accademia, nel 2012, Michele c’era, insieme con Massimo Priviero. 
Michele Gazich - Vero! Era un progetto a due voci che avevamo con Massimo e che abbiamo presentato all’Accademia. 
Lucia Brandoni - E comunque io volevo un violino: lo volevo suonato bene, da qualcuno che avesse una formazione classica ma una cifra folk. E quindi Michele era perfetto. 
Michele Gazich - Il nostro è stato un avvicinamento progressivo; con Lucia abbiamo una formazione che condividiamo, per cui anche una visione comune su molte cose, in particolare sullo strumento: è una cosa che mi porto dentro il fatto che il violino abbia varie anime: è lo strumento della più alta speculazione intellettuale ma è anche fieramente popolare. Io ritengo la musica l’arte dell’incontro e noi ci siamo incontrati progressivamente, con grandissima calma: ci abbiamo messo 15 anni a fare questo disco, però ne è valsa la pena. Piano piano ho conosciuto sempre meglio Lucia, poi anche Marco, con cui condivido tante altre cose oltre alla musica: oggi con lui abbiamo parlato solo di 
Elio Petri e so che la prossima volta che prenderemo in mano il violino e la chitarra insieme, loro sapranno che abbiamo parlato di Elio Petri! Per quel che riguarda questo disco, nella sua realizzazione hanno avuto un peso alcuni anni fa degli incontri avuti nell’ambito delle Giornate della Memoria, dove c’eravamo io e uno storico e mescolavamo i ruoli. In quella circostanza abbiamo riflettuto sul concetto di memoria in maniera più ampia, fino ad includere la guerra partigiana. E quando si è aperta la riflessione sulla realizzazione di queste canzoni che mantenevano un rapporto diretto ed empatico con queste storie vere di partigiani, ho detto: sì, facciamolo! 

Entrando nello specifico del disco, spiegatemi come sono arrivate nella vostra vita le storie che racconta.
Lucia Brandoni - Noi siamo i figli dei Gang: li adoriamo e li abbiamo sempre seguiti; a loro riconosciamo il merito di non aver mai mollato certi temi, come quello della Resistenza; certe loro canzoni ci hanno insegnato tanto. Un fan dei Gang, ma anche nostro, un giorno – mentre stavamo pensando di fare un disco ispirato a De Andrè – ci ha detto che da molto tempo stava facendo delle ricerche partite dal Cimitero di Tolentino. Ci chiese se volevamo scrivere delle canzoni partendo dalle storie che aveva raccolto. Allora io l’ho spinto a mandarmi dei testi. Lui si chiama Luca Lisei. Le storie che ci mandò erano molto interessanti ma Luca non è un paroliere e quindi prima abbiamo fatto anche noi delle ricerche e poi abbiamo deciso di provare. E abbiamo anche deciso di dedicare le canzoni non a dei concetti ma a delle persone che volevamo far rivivere. 

Una scelta molto particolare e militante la vostra. Ed è poi un disco di Canzoni d’Autore che si ispira al Canto Sociale. E questo in un momento storico particolare dove tutto sembra andare politicamente e civilmente in altre direzioni. 
Michele Gazich - Beh ma non è certo un caso che questa intervista si svolga il 25 aprile. E vorrei anche chiarire una cosa che mi sta a cuore: se non fosse per i partigiani noi non saremmo qui a parlare di qualsiasi cosa. Di qualsiasi cosa e non solo di questioni politiche; il fatto che possano parlare di qualsiasi qualcosa anche quegli altri che non celebrano il 25 aprile lo si deve sempre ai partigiani che hanno lottato. Questa è una cosa che mi ha spinto immediatamente a empatizzare con il progetto. 
Lucia Brandoni - Noi, per storia personale, sentivamo proprio la necessità di dire come la pensiamo: è un disco schieratissimo politicamente, nel senso alto della parola; è come se il canto popolare tornasse un po’ all’origine.

E da qui l’incontro tra folk e la musica d’Autore?
Marco Sonaglia - Sono le due anime dei Sambene.
Lucia Brandoni - Noi partiamo dal presupposto che senza la musica popolare non ci sarebbero stati i De Gregori, i Fossati, un certo Guccini. Loro nascono dal mondo popolare; per noi non è l’unione tra due cose separate, non è nemmeno una unione: le due cose si sono incontrate molto prima di noi.
Michele Gazich - Questo è il punto chiave che mi ha spinto a fondare un’etichetta: io ho percorso sempre questa fusione di canzone d’Autore e musica popolare; un anno fa per esempio ho pubblicato il disco di una cantautrice abruzzese, Lara Molino: non era un album per topi da biblioteca ma un disco di canzoni “qui e ora”. E se posso aggiungere una cosa, su questo disco dei Sambene ma anche su altri, molto ha inciso il lavoro di Paolo Costola, il tecnico del suono con cui lavoro. Il nostro è un incrocio fecondo perché io sono un musicista con competenze di fonica e lui un tecnico del suono con competenze musicali importanti; così anche per Sentieri Partigiani è stato molto più che un tecnico: è stato anche lui parte del progetto. 

Lucia, intendi allargare ancora l’organico?
Lucia Brandoni - No, preferisco restare in questo tipo di situazione acustica; come ti dicevo, voglio lavorare ancora più a fondo sulle voci e comporre anche pezzi senza strumenti. Sarà dura ma con tre voci “che cantano” come le loro si può fare: le voci che cantano sono quelle che restano “su” ugualmente quando levi lo strumento. In testa poi ho anche l’idea di fare un disco con mie musiche che diano spazio all’organetto. Ho un motivo personale: è stato l’argomento della mia tesi di laurea. Io ho studiato con Roberto Leydi, una persona che mi resta nel cuore. Glielo avevo promesso: è un modo per dirgli grazie. Però l’organetto non è uno strumento così antico: è nato alla fine dell’Ottocento. Molto più antico è il canto a batocco, il modo di usare la vocalità che voglio io. 

La tradizione è una cosa che anch’essa si rinnova! Se prima c’era il canto a batocco, poi è subentrato l’organetto, che ora viene considerato tradizionale e così via. Non pensi che si possa portare avanti la tradizione rinnovandola? 
Lucia Brandoni - Ho indagato molto su questo tema. Le strade sono due: quella della contaminazione, oppure quella della fedeltà ai modelli originali. In realtà anche rimanendo fedele, ciò che farai non sarà mai quello che sentivi cento anni fa, fosse solo per la diversa tecnica di emissione vocale. L’elemento del rinnovamento lo trovi quindi comunque. Io penso però che già quando tu prendi un brano - che magari hai raccolto nella filanda di Jesi negli anni Quaranta - e lo metti su disco, quel brano muore. Se poi lo reinterpreti non è più quello che doveva essere. È un’altra cosa, forse più accessibile all’ascoltatore, ma così il brano per me lo uccidi due volte. 

E tu, Michele, come la pensi?
Michele Gazich - Io ho firmato la produzione artistica di questo disco, ma con Lucia abbiamo avuto un rapporto dialettico; però, se c’è una cosa che amo di lei è la dolcezza. Abbiamo interagito e discusso, ma su questo piano: non abbiamo mai litigato. La questione della tradizione è complessa ed è un dibattito irrisolto. Se pensiamo agli affreschi  della Cappella Sistina ci chiediamo: era meglio lasciargli il fumo o no? 
Lucia Brandoni - Comunque ognuno di noi pensa di aver individuato la purezza originaria, ma in realtà è difficile. Ognuno ha la sua idea: quello che conta è che pur essendo di estrazione popolare le canzoni vogliano parlare per l’oggi e non per il passato. Anzi, se ho avuto un ruolo come coautore, è stato quello di creare una connessione tra guerra partigiana, anni Settanta e contemporaneità; è un disco scandalosamente attuale purtroppo. La guerra civile non è finita là: è in corso! 
Marco Sonaglia - Su Nunzia siamo riusciti a citare due maestri della musica d’autore: uno è Guccini (“come tutti gli eroi erano giovani e belli”) e l’altro è Michele Gazich: “l’Italia oggi è in guerra”. Un cantautore del passato e uno del presente. 

E quindi per concludere, non ci resta che camminare su questi sentieri. Dove portano i Sambene, dove portano tutti noi e dove portano in particolare te Roberta, che sei il futuro?
Roberta Sforza - Il sentiero era già tracciato: è quello dell’impegno civile! Forse non avrei continuato con tutta questa convinzione se non fosse stato così: a un certo punto l’esigenza era comunicare qualcosa che mi stava a cuore; non avevo e non ho ancora un altro strumento così forte che mi consenta tutto questo. E la mia direzione è quella di un impegno sempre maggiore.



Sambene – Sentieri Partigiani. Tra Marche e Memoria (Fonobisanzio, 2018)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Sentieri partigiani è un album di una semplicità disarmante, perché i brani che lo compongono cantano di Resistenza. Ne cantano con rettitudine, con la certezza di essere dalla parte giusta della barricata, in questa guerriglia che non è mai finita e che – per quanto a lungo rimasta sotterranea – non ha mai smesso di colpire il Paese con colpi micidiali. Ora siamo in un’epoca in cui si ripropone direttamente alla luce del sole. Decidere di esordire con un disco che racconta storie di partigiani è una scelta chiara, che può arrivare anche a stupire. I Sambene scelgono l’Antifascismo come base della loro vita e ne applicano il senso più profondo in quello che sanno fare meglio: la musica. I partigiani protagonisti delle dieci canzoni inedite contenute nell’album hanno vissuto, hanno sacrificato la loro giovinezza, nella maggior parte dei casi la loro stessa esistenza, per la “cara Patria, che tanti sacrifici chiede ai suoi figli”, come scrisse ai genitori uno di loro: il giovane Eraclio Cappannini, prima di essere ucciso dai tedeschi. Canzoni che quindi raccontano di persone coraggiose, come fossero dei piccoli ritratti a olio, impressi su una tela con colori accesi. Dieci storie tra le tante che hanno permesso il riscatto di un popolo distrutto da una guerra perduta.  I partigiani erano una minoranza, ma da soli hanno saputo ridare senso alla parola “onore” per il Paese. Siamo stati vessati da una occupazione cruenta e iniqua e mortificati dalla fuga della Monarchia e di Badoglio. Cosa sarebbe stato dell’Italia senza il riscatto partigiano? È stata resistenza al Nazismo. Ma è stata soprattutto una guerra senza quartiere al Fascismo, quella che ancora combattiamo. È questa un’epoca in cui si parla del Fascismo in maniera astorica. Sembra quasi essersi trattato di una passeggiata di salute, fatta seguendo un tale forse un po’ burbero, ma in fondo buono. Non è andata così. Il Fascismo ha risucchiato libertà, diritti, speranze, macchiandosi di veri e propri orrori, come il Delitto Matteotti  o le Leggi Razziali. Bisogna tornare a raccontarlo ogni giorno ai nostri figli. A quelli che dicono: “ma ancora parliamo di fascismo?” I Sambene ne parlano eccome. Il loro è un disco militante, senza sfumature e compromessi; corrisponde perfettamente alle idee dei componenti del gruppo. Non fa sconti, non dice mai “se”. Con vero impegno civile sono andati a recuperare il sangue da queste Storie, ritrovate in gran parte da Luca Lisei, appassionato di ricerca tra i cimiteri storici delle Marche: un fan dei Sambene e dell’Accademia dei Cantautori da cui il gruppo nasce, ma soprattutto un fan dei Gang, a cui i Sambene si ispirano nelle idealità e nella partecipazione civile. A volte anche nel sound. La chiave di lettura più importante di questo disco è quella di aver tentato di far parlare quei partigiani venuti dal passato - ma ancora pienamente vivi - attraverso il loro esempio, senza sostituirsi agli storici, senza fare pedante filosofia. Tutt’altro. Il gruppo di Lucia Brandoni ha casomai fatto attualità attraverso la memoria, un po’ come facevano gli antichi cantastorie, mettendo così in piedi un progetto culturale di alto livello, giammai anacronistico. Anzi, come già detto, tanto più attuale visti i venti populisti che stiamo attraversando. Quando l’impegno civile si trasforma in musica ci guadagnano tutti, al di là di ogni altra considerazione che va fatta da un punto di vista artistico. Considerazione che però è il momento di fare. Come già  scritto si tratta di dieci canzoni vibranti e militanti, come accade ogni volta in cui spontaneamente – cioè in maniera onesta e non strumentale -  il canto sociale e di testimonianza si confonde e si identifica con la canzone d’autore.  Il Canto èda sempre uno dei più importanti strumenti simbolici della Politica, ma anche più semplicemente dei Valori, che siano di pace o solidarietà o invece ripercorrano strade di guerra e dolore. E questo accade perché sa esaltare il senso di appartenenza. Nella Storia dell’Italia del Dopoguerra, il Canto Popolare ha vissuto momenti fulgidi; fondamentale è stato quello in cui ha incontrato la musica d’autore, a partire dalla fine degli anni Sessanta.  Cos’altro sono stati molti cantautori di allora se non i padri di una stagione contemporanea del canto sociale? Una chiave nuova per raccontare: lasciare il Coro per raggiungere direttamente le coscienze individuali, cantandone le istanze, i valori, gli ideali, i ricordi e le testimonianze. Ma non possiamo tacere che dopo di loro è tornato il silenzio, a parte qualche eroico grido, peraltro benedetto. E allora è chiaro come questo disco dei Sambene non sia affatto casuale in questo rinnovato clima di guerra civile. E ne consigliamo l’ascolto per due ragioni principali; la prima è di carattere intellettuale: in un’epoca in cui tutti si riempiono la bocca della parola “popolo”, ci sembra particolarmente vincente l’idea di dare voce a storie di persone piene di coraggio e quindi di persone semplici, perché il coraggio è oppure non è. Senza sfumature. La seconda è invece di carattere musicale: in un discorso che si inserisce nella storia del canto popolare, questo album concilia in maniera naturale il Coro e la coscienza individuale, la passione dell’inno all’introspezione della Canzone d’Autore.  Sentieri Partigiani è quindi un disco d’Autore eppure corale.  I protagonisti della sua realizzazione li sentiamo insieme ma anche uno per uno nel loro apporto. In particolare sentiamo la forza della musica d’autore nella chitarra di Marco Sonaglia e quella del Canto sociale negli arrangiamenti vocali di Lucia Brandoni, in questi giochi di intreccio delle tre voci così diverse del gruppo; e sentiamo la mano sicura di Michele Gazich, con la sua produzione, di cui si scorge la pennellata, senza l’inutile invasione di colori. Non sempre va così e va riconosciuto un merito quando c’è.  Per non parlare dell’indispensabile apporto del violino, così elegante eppure così popolare, così leggiadro, eppure così pieno di sangue. E poi Gazich e i Sambene si sono incontrati sul doppio sentiero della militanza civile e dell’amore per la musica popolare: non poteva che andar bene. Infine coralmente si sente il lavoro di tutti nella composizione dei testi, così appassionati, senza paura di essere retorici, come del resto accade sempre nel canto popolare. Perfetti gli ospiti musicali, al punto da sembrare parte del gruppo: non potevano che essere i Gang. Commovente e decisa, in punta di lacrima, la lettura fatta dall’attore Giorgio Montanini delle parole lasciate da Eraclio Cappannini.  Insomma, a Recanati si sono incontrate delle anime. Nel tempo e nello spazio. E si sono incontrate nel posto più adeguato: quello deputato all’insegnamento e alla difesa della Cultura e della Memoria: nell’Accademia dei Cantautori. Cioè in una scuola. 


Elisabetta Malantrucco
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