Lara Molino – Fòrte e gendìle (FonoBisanzio, 2017)

Abbiamo incontrato insieme Lara Molino e Michele Gazich: la cantautrice e il produttore, l’artista che ha creato e composto “Fòrte e gendìle” e l’artista che ha “vestito” l’opera. È stata l’occasione per farci raccontare del loro incontro, di tradizioni, di folk, di nuove strade per la canzone d’autore. E per parlare di terra d’Abruzzo.

Lara, cos’è per te la terra, geograficamente, come radice, come idea e come limes? E quando pensi all’Abruzzo lo pensi “donna”?
Lara Molino -  Questo disco è dedicato alla mia terra abruzzese, agli emigranti, ma soprattutto è dedicato alle donne. “Fòrte e gendìle”, la canzone che dà il titolo all’album è quella che sento più mia perché è ispirata alla vita vera di una donna, nata nel 1924, contadina, madre e moglie, che nonostante le avversità della vita, la povertà, la fame, la solitudine, la malattia, ha dato tutto per la sua famiglia e il suo lavoro, senza mai perdere la speranza. Questo brano  è una sorta di inno alla donna, è dedicato a tutte le donne del mondo,  alla loro generosità, la loro bellezza e forza. La terra d’Abruzzo, la mia terra, è forte e gentile come la donna a cui mi sono ispirata, con le sue maestose montagne, dalle vette aguzze, le pianure verdeggianti  e il mare: paesaggi dai grandi contrasti che rendono davvero affascinante questa regione che amo immensamente.  La terra inoltre è Madre e per questo va amata e rispettata, a volte difesa e aiutata. La storia e la cultura di questa “madre” rappresentano la mia identità, le mie origini e mi permettono di confrontarmi con il mondo con più serenità e fierezza.

Quanto ti senti somigliare a una di queste donne “antiche” a cui il disco è dedicato?
Lara Molino - Guardo alle donne “antiche” con molta tenerezza e un pizzico di nostalgia, ma sono felicissima di vivere ora il mio essere donna. La donna che racconto nella canzone “Fòrte  e gendìle” è sì “antica”, ma la sua forza, la sua determinazione, la sua generosità, sono molto vicine alle donne di oggi. 

Molti artisti sentono la lingua dialettale come l’unica in grado di farli esprimere pienamente e fino in fondo. A te come è andata questa prima volta?
Lara Molino - In effetti questo per me è stato il primo album in cui ho scritto e cantato in dialetto, ma ho iniziato diversi anni fa ad apprezzare la lingua abruzzese e a comporre le prime canzoni in vernacolo. Però era niente di più che un diversivo. Oggi,  grazie a questo disco, posso dire di conoscere meglio il mio dialetto e di aver imparato anche l’origine di alcune parole, come la “ruelle”, (vicolo) che viene dal francese “rue” (via). È stata una bella avventura registrare le canzoni, cercando di non sbagliare la pronuncia e nello stesso tempo interpretare al meglio i testi.  Ho comunque pensato di inserire nel booklet del CD anche le traduzioni in italiano e in inglese per essere capita da tutti e per portare il mio Abruzzo a tutti. Adoro cantare, ho cantato per anni in italiano, ma anche in inglese, francese e spagnolo. Questo progetto è nato e si è sviluppato con testi in vernacolo ed è meraviglioso che io l’abbia fatto, con coraggio e passione, fidandomi del mio produttore artistico, un artista sensibile e intelligente, il grande Michele Gazich!

Perché lo hai fatto? È il frutto di una ricerca o un omaggio necessario alla tua famiglia e alle tue tradizioni? È una nuova via, una parentesi, un ritorno o un passaggio?
Lara Molino - Ho realizzato questo disco perché probabilmente era giunto il momento di fare il punto sulla mia identità e le mie origini. Tornare indietro per andare avanti. È fondamentale sapere chi siamo, da dove proveniamo. Solo allora possiamo confrontarci e non confonderci con questo mondo globalizzato. Io credo che per amare gli altri e le loro diversità, devi conoscere e amare le tue o almeno ci devi provare.  Ho impiegato circa due anni per realizzare questo album, spronata dal Maestro Gazich che un giorno ebbe modo di ascoltare le mie canzoni e mi consigliò di credere  di più in questo tipo di repertorio. Inoltre  in famiglia siamo molto legati alle tradizioni abruzzesi e in particolare a quelle della mia città, San Salvo. Mio padre da tantissimi anni raccoglie documenti, foto, interviste. Ha scritto un centinaio di poesie in dialetto. Proprio dalle sue poesie sono partita per ottenere ciò che volevo. Un disco che parlasse di storie vere e di personaggi  reali, come “Zì Innàre lu pesciaròle” o il brigante Giuseppe Pomponio.

A proposito di questo, che rapporti hai con Michele Molino, come padre e come poeta?
Lara Molino - Con certezza posso dire che il lavoro svolto su questo disco mi ha permesso di capire meglio mio padre.  A volte, nonostante gli anni passati insieme, non conosciamo le persone, anche quelle che ci sono più vicine. La sensibilità di mio padre, il suo amore per questa terra sono eccezionali e io lo ammiro per tutto quello che fa. L’ho coinvolto in questo disco, per chiedergli tante cose che non sapevo sulle nostre usanze e tradizioni, per farmi raccontare di quando era bambino. In più la voce recitante che ascoltate nel disco, è la sua. Un’ incredibile e forse irripetibile esperienza per entrambi!

Quanta spiritualità e religiosità c’è in questo lavoro?
Lara Molino - Spiritualità non direi, forse religiosità, se parliamo delle canzoni “Lu Sand’Andonie” e “Lu fóche de San Tumasse”. Questi brani raccontano di tradizioni popolari tramandate nei secoli; sono quelle a cui tengo di più e mi piaceva raccontare queste nostre usanze. “Lu Sand’Andonie” è dedicata e ispirata alla figura di Sant’Antonio abate e racconta dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra il diavolo e il santo. La notte che precede il 17 gennaio, gruppi di cantori e musicisti girano per le strade del paese e cantano “Il Sant’Antonio”; in cambio ricevono dolci, vino e salumi.   “Lu fóche de San Tumasse” ci ricorda invece il grande fuoco che viene acceso nella piazza principale di San Salvo, ogni 20 dicembre;  è un’usanza cominciata nel 1745, anno in cui, in città, arrivarono le reliquie del patrono San Vitale; questo fuoco è un simbolo di festa, comunità, devozione, religiosità e fede.

Sei una musicoterapeuta. Ci racconti questa esperienza?
Lara Molino - Mi sono laureata l’anno scorso, ho fatto tirocinio nel frattempo e ancora prima volontariato. Penso che l’idea di fare qualcosa di più per gli altri, con la musica, mi sia venuta quando ho composto e inciso l’inno “Tra le mie braccia” per l’Anffas Onlus di Vasto. In quella canzone parlo dell’amore di una madre verso il suo bimbo down. Non è strappalacrime: è una vera canzone d’amore. Lì per la prima volta, conoscendo i ragazzi dell’associazione, sono venuta a contatto con la disabilità. Ho cantato diverse volte per loro e con loro, ma non mi bastava: avevo capito che mancava qualcosa. La musica fa bene a tutti, la musicoterapia ancor di più, può aiutare e addirittura far guarire.

Sei poi una polistrumentista. Come è nato il tuo rapporto con la musica?
Lara Molino - Sin da piccola sono stata affascinata dalla musica. Adoravo mia madre che cantava spesso per me e con me le canzoni di Mina, Gianni Morandi, Massimo Ranieri.  A tre anni i miei genitori mi regalarono una piccola chitarra-giocattolo con cui suonavo per ore, inventando canzoncine  senza senso. A cinque anni su un piccolo pianoforte con i tasti di plastica, da sola ritrovavo e suonavo le melodie dei canti natalizi. Ho dovuto aspettare i 13 anni per prendere lezioni di musica. Scelsi la chitarra perché mi piaceva la sua forma, il suono e il fatto che avrei potuto portarla con me ovunque. Subito dopo iniziai a cantare e comporre. Ho imparato poi a suonare l’armonica a bocca, diversi tipi di percussioni, me la cavo col pianoforte, ma il mio amore grande resta sempre la chitarra.

Questo è un disco molto lontano dalla tua vecchia produzione… oppure no?
Lara Molino - “Il mio angolo di cielo”, disco che precede “Fòrte e gendìle”, arrangiato e prodotto artisticamente da Massimo Varini nel 2009,  è un album pop-rock,  anche se all’interno ha una canzone in dialetto, “Pomponio”, in un’altra versione, molto diversa dall’attuale, più folk e più acustica. C’era già quindi un desiderio di svolta, che è avvenuta diversi anni dopo con questo album e dopo aver incontrato il Maestro Gazich. Negli anni intercosi tra i due dischi mi sono avvicinata a diversi stili musicali, il blues, il jazz, il folk e ho cominciato a capire che volevo sperimentare di più, percorrere strade diverse.

E come nasce l’incontro con Michele Gazich? Da lui cosa cercavi e cosa hai trovato in effetti?
Lara Molino - Ho incontrato Michele per la prima volta a Vasto, dopo un suo concerto. Un amico comune, Roberto Ronca (la persona che ha realizzato la copertina del mio disco), mi invitò ad andarlo a sentire. Rimasi molto colpita dal suo violino e dal suo carisma. Ho avuto così modo di conoscere la musica e i dischi di Michele. Il tutto poi è stato molto naturale.  È nata un’amicizia, una stima reciproca e la promessa che se avessi composto più brani in vernacolo e realizzato un disco con un repertorio folk, sarebbe stato lui il mio produttore artistico e arrangiatore.  Un’esperienza molto importante per me, che mi ha permesso di crescere come artista e come persona: ora ho maggiore consapevolezza di me, della mia musica, di ciò che voglio essere e fare. Infine, questo incontro ha portato al disco un sound più internazionale ed era proprio quello che volevo.

A Michele Gazich non posso che fare la stessa domanda: come nasce l’incontro e cosa cercavi da Lara? Come mai hai scelto di partecipare a questo disco?
Michele Gazich - Sono molto legato all’Abruzzo, per tanti motivi. In particolare alla sua estremità a sud, la zona di Vasto e San Salvo, che ho frequentato molto intensamente, soprattutto negli ultimi dieci anni, dapprima in concerto e poi per gli studi etnomusicologici che mi hanno condotto all’album “La via del sale”. Nel corso di questi anni si è lentamente ma saldamente sviluppata l’amicizia con Lara. Ad un certo punto lei mi ha chiesto di lavorare insieme; io le ho detto di sì, ma ero interessato a qualcosa che fosse legato al suo territorio e alla sua lingua. Lentamente (sì: questa è la preziosa parola-chiave di questo lavoro!), Lara mi ha fatto conoscere suo padre e le poesie che aveva scritto, che sono state il primo spunto per le canzoni. In Lara cercavo - e ho trovato - un’artista in grado di appropriarsi delle sue tradizioni e trasformarle in qualcosa di nuovo: non folk per topi da biblioteca, ma canzoni nuove, vere e vibranti di verità per l’oggi. Sogno una rinascita della canzone di matrice folk nel nostro paese: lasciatemi sognare, sono un idealista, se no non farei questo lavoro; i tempi mi sembrano maturi. Mi piace farmene portatore, attraverso la mia persona e la mia etichetta discografica FonoBisanzio.

Come ti senti in questa veste di produttore artistico?
Michele Gazich - Adoro farlo. L’ho fatto intensamente in passato, soprattutto con Massimo Bubola, che ho affiancato in cinque produzioni artistiche, poi con Luigi Maieron e altri. Mi piace mettermi a lato di un altro artista: non desidero sempre la posizione centrale, perché mi piace osservare, accompagnare, incontrare un altro essere umano. Il massimo sforzo del produttore è cercare di calarsi nella sensibilità dell’artista con cui collabora, essere maieuta, capire cos’ha in mente. Questo ho imparato osservando altri produttori molto più bravi di me in USA, mentre ero in session con Mark Olson o Mary Gauthier, ad esempio.  La cosa peggiore che avrei potuto fare sarebbe stato trasformare un album di Lara Molino in un album di Michele Gazich. Spero, invece, che suoni come un album di Lara Molino prodotto da Michele Gazich!

Tu dici che queste non sono brani per topi da biblioteca e che sogni una rinascita della canzone di matrice folk in Italia. Come vivi personalmente l’incontro tra folk e musica d’autore? Lo immagini davvero nel futuro della musica italiana come una nuova fonte, una nuova strada, un nuovo messaggio?
Michele Gazich - Sì, come dicevo prima, lo ritengo una strada importante da percorrere. Credo che sia necessario che la nostra canzone d’autore si rinsangui attraverso le nostre musiche tradizionali, cioè smettendo finalmente di fare karaoke su melodie di matrice anglosassone o statunitense, fatte salve naturalmente tante luminose eccezioni. Ne guadagnerà in verità e in profondità. Il dialogo con la tradizione non riguarda solo la melodia, ma anche i testi, che si ricaricano di senso e forza, inglobando ed assorbendo testi tradizionali: “Folk process” di cui parlava il musicologo Charles Seeger. Come racconto anche nella prefazione all’album di Lara, mi ha quasi commosso, in questa direzione, la realizzazione della canzone Scénne d’óre (Ali d’oro): “la cellula germinativa è stata una filastrocca, o meglio un frammento di filastrocca insegnato a Michele Molino da sua nonna; Michele l’ha poi incorporato in una sua poesia; Lara ha poi trasformato il testo della poesia in testo di canzone; io stesso, infine, ho scritto la musica. Il tutto suona come un insieme coeso, ma è stato il prodotto di tante generazioni e di tanti cuori”.

Continuerai in questa strada di produttore artistico? I nuovi tuoi progetti quali sono?
Michele Gazich - Nell’immediato mi attende la produzione di “Sentieri partigiani – tra Marche e memoria” dei Sambene. Ho ricevuto l'invito da Lucia Brandoni, anima dell'Accademia dei Cantautori di Recanati e direttore musicale dei Sambene. Sono canzoni che parlano di partigiani: storie vere raccolte di prima mano anche da testimoni viventi. Canzoni percorse dalla tradizione folk delle Marche. Piccole novelle formato canzone. Canzoni necessarie, soprattutto oggi.

Lara Molino e Michele Gazich lavoreranno ancora insieme?
Michele Gazich - Sicuramente sì. Non potremmo fare altrimenti! Ci siamo sentiti proprio questa mattina, per programmare concerti, incontri, etc…
Lara Molino -  Sono sicura di sì. Mi auguro che si troveranno tante altre occasioni per suonare e creare ancora, insieme.



Lara Molino – Fòrte e gendìle (FonoBisanzio, 2017)
Accade spesso che un artista scelga di spiegare nelle note di copertina o nel comunicato stampa il senso del titolo dato alla sua opera. L’ha fatto anche Lara Molino, col suo “Fòrte e gendìle”, album pubblicato con la FonoBisanzio di Michele Gazich, per l’occasione produttore artistico. Ma non c’era bisogno: raramente come in questo caso le cose riescono a combaciare e a corrispondere perfettamente. Questo disco è proprio forte e gentile. E forte e gentile è Lara Molino, la sua voce potente e allo stesso tempo delicata, la sua capacità di interpretare il dialetto della sua terra abruzzese con generosità, spontaneità e finezza; e si sa che l’Abruzzo è terra particolare, dura e aspra verso i monti, severa e grandiosa verso il mare: le sfumature dei suoi dialetti le somigliano.  Forti e gentili sono poi le storie narrate, raccolte dal Michele Molino, poeta e padre di Lara, voce parlata del disco e anima “storica”, finestra aperta sulle tradizioni, in questo lavoro, scritto e interpretato da una cantautrice contemporanea, nello spirito, nella volontà, nella ricerca musicale. Lara Molino è una polistrumentista, una musicoterapeuta e di dischi ne ha già pubblicati vari; ha abbandonato per il momento la vocazione rock e si è avvicinata al mondo delle sue radici e della sua terra; non poteva che farlo in modo originale, personale, moderno, forte e gentile come la donna protagonista della canzone omonima che ha dato appunto il titolo al disco. Una donna vera - si chiamava Nicoletta Zappetti – che ha rinunciato a ogni aspirazione per dedicarsi al lavoro, alla fatica, alla famiglia e che ha tenuto duro con la forza della fede.  Una donna antica quindi, e una donna italiana, una donna coraggiosa. E non è certo l’unica storia vera narrata nelle dieci tracce del disco. C’è per esempio quella dello spavaldo brigante Pomponio o quella del pescivendolo Innàre che preferisce il baratto alla moneta; c’è la vita di ogni emigrante, ma anche quella dei folletti notturni, dispettosi come ogni folletto merita di essere. Non mancano certo le tradizioni popolari religiose, come quella de “Lu fòche de San Tumasse” acceso prima di Natale e quella dell’andar cantando dopo Natale la sfida infinita tra “lu demonio” e “lu Sand’Andònie”; e c’è quel canto popolare ortonese, di lavoro, “Casche la lìve”, la cui melodia fu cara anche a Domenico Modugno con la sua “Amara terra mia”. Troviamo traccia del produttore artistico Michele Gazich, che scrive la musica di “Scénne d’òre”, (Ali d’oro), trasformando una filastrocca per bambini in incanto. D’altronde Michele Gazich – così a suo agio nella produzione artistica – ha maneggiato gentilmente questo lavoro di Lara Molino; si è mosso con delicatezza e si sente. Perché questo è un disco che suona limpido, diretto, mai invadente; la traccia folk non diventa mai pesantemente minacciosa; il tratto resta d’autore e quando c’è il violino, la terra d’Abruzzo con la sua voce di donna diventa poesia.



Elisabetta Malantrucco
Foto di Roberto Vincoli Ronca (2-3), Antonino Vicoli (4-5) e Debora Locci (1)
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