Dirtmusic – Bu Bir Ruya (Glitterbeat Records, 2018)

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“Bu Bir Ruya” è il quinto album dei Dirtmusic, progetto di due inquieti girovaghi musicali , uno statunitense e l’altro australiano, che hanno fatto dell’incontro tra indie-rock e world music la cifra del loro sodalizio artistico. In questo episodio della loro storia, iniziata come trio con Chris Brokaw nel 2007, e che dal 2013 prosegue in duo, Chris Eckman (già con Walkabout e boss della stessa Glittebeat) e Hugo Race (ex Bad Seeds) sono entrati in orbita con Murat Ertel, leader e saz man dei Baba Zula, formazione turca specializzata in visioni psichedeliche, nei cui set si realizzano performance audiovisive a cavallo tra arti diverse: musica, danza del ventre, teatro e poesia. Il saz, strumento di origine curda della famiglia dei liuti suonato da Murat (nella versione divan saz dal suono profondo ed anche in veste elettrificata), fa da cesura tra il passato, rappresentato dalle tradizioni pre-islamiche, sciamaniche e dalle radici anatoliche e il presente tra musica elettronica, post-punk e rock’n’roll. Registrato alla fine del 2016 – pochi mesi dopo il tentativo di golpe militare turco – in un garage nei sobborghi di Istanbul, della megalopoli sul Bosforo risente il clima di grande tensione e di incertezza degli ultimi anni. Le sonorità sono spesso apocalittiche e allucinate, gli stati d’animo tetri. Se perdersi a Istanbul è stato forse il cliché di una generazione, in questo lavoro l’obiettivo è certamente ritrovarsi, ritrovare un contatto con se stessi e con l’ambiente circostante e, certamente - a proposito del clima che si è creato tra i musicisti-, anche incontrare gli amici nel segno della musica. L’album, infatti, racconta una storia di confini, o meglio dell’incontro tra confini diversi per arrivare al loro superamento. 

Viaggiatori o profughi, questo percorso alla ricerca di un’identità è certamente carico d’angoscia. Le suggestioni della cosiddetta drone music che, facendo uso di bordoni (note basse ripetute ossessivamente) come base ritmica costante, costituiscono un “ambiente sonoro” dentro il quale immergersi, danno anche un’impronta dai connotati mistici. Il risultato di questo insolito incontro è “Bu Bir Ruya” dalle atmosfere intimiste, liquide, cavernose e cupe. È qualcosa di sognante, di inquietante, che si insinua come fumo sotto una porta, si espande e dilaga. Un tappeto percussivo leggero ma ossessivo, voci calde e sussurranti, grida femminili che tagliano la ritmica, musica che si autoalimenta e si porta sempre un po’ più in là, spostando confini interiori e limiti musicali. Il viaggio è stato accompagnato anche da altri musicisti della scena musicale turca: la canadese Brenna McCrimmon, una delle cantanti del repertorio turco più note a livello internazionale, Ümit Adakale alle percussioni (darbuka, davul, bendir), Gorkem Şen, inventore dello yaybahar, la cantante Gaye Su Akyol di Istanbul, che ha assimilato stili e generi del mondo musicale anatolico e propone un rock psichedelico. Si apre l’album con uno dei brani più interessanti “Bi De Sen Sӧyle”, chitarre elettriche liquide e melanconiche di Eckman e Race su incalzanti percussioni con la voce dark di Hugo Race, che recita in un onirico spoken word, mentre in lontananza si odono voci di donne e, in chiusura, uomini che scandiscono una litania. 
Le tracce due e cinque, “The border crossing” e “Safety in numbers” propongono un’atmosfera psichedelica. Mentre “Go the distance”, la terza traccia, è una cupa, ritmata canzone, “Love is a foreign country”, la quarta, è animata dalla voce evocativa e seducente di Gaye Su Akyol, una delle più interessanti nuove proposte turche. Negli ultimi due brani, momenti particolarmente originali dell’album, “Outrage” dal sound dub e la title track “Bu Bir Ruya”, fa capolino lo yaybahar, nel quale le vibrazioni delle corde vengono trasmesse tramite molle a spirale ai tamburi e, trasformate in suono dalle membrane che echeggiano sulle molle, si traducono in un suono surround ipnotico. In “Bu Bir Ruya” non si sono perse le influenze delle precedenti collaborazioni espresse negli album “BKO”, “Troubles” e “Lion City”, pubblicati tra il 2010 e il 2014, con gli splendidi artisti maliani Tamikrest , Fadimata Walet Oumar dei Tartit e alcuni componenti della Symmetric Orchestra di Toumani Diabate (di cui Blogfoolk ha parlato in "Ritorno a Bamako" e Dirtmusic - Lion City). Sospensioni e avanzamenti, onde e dune, chitarre touareg e grida di donne africane baluginanti come lampi nel buio, echeggiano ancora. Immergersi in questo lavoro complesso e stratificato e, ad ogni ascolto, lasciarsi ammaliare da un nuovo aspetto o dettaglio, potrebbe essere la ricetta per catturare lo spirito sensibile ed ambizioso di “Bu Bir Ruya”: l’ibridazione è alla base di ogni nuova creazione. 


Carla Visca 


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