Dirtmusic - Lion City (Glitterbeat Records/Goodfellas, 2014)

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Quando la scorsa estate venne pubblicato “Troubles”, terzo album dei Dirtmusic, Hugo Race in una interessante intervista rilasciata a Ciro De Rosa e pubblicata sulle pagine di Blogfoolk, ci anticipò che le session di registrazione di quel disco, avvenute nel settembre del 2012 in una Bamako afflitta da profondi sconvolgimenti politici, avevano fruttato oltre trenta brani, e che avrebbero composto una trilogia. Puntuale così a distanza di un anno arriva “Lion City”, quarto disco del progetto Dirtmusic, nato da un’idea di Chris Eckman e Hugo Race, che raccoglie undici brani, nati nel corso di quella full immersion di due settimane nello studio Moffou di Salif Keita, ed alle cui registrazioni hanno partecipato anche altri artisti maliani come alcuni membri dei Tamikrest, Samba Touré, Aminata Traoré, Ibrahima Douf. In quei giorni terribili, Eckman e Race, riuscirono magistralmente a cristallizzare su disco le ansie e speranze per il futuro di questo gruppo di musicisti subsahariani, e così anche questo nuovo album come il precedente si caratterizza per una originale fusione di sonorità differenti che mescolando il tribalismo percussivo africano con le melodie griot e il rock occidentale, dà vita ad un linguaggio musicale che supera ogni differenza etnica, sociale, e culturale, superando ogni confine geografico. Laddove però “Troubles” si caratterizzava per un sound decisamente afro-rock, “Lion City” presenta i ritmi più rallentati, atmosfere meditative, e suoni dilatati, evocativi, dettati da tessiture elettroniche curate e dall’uso di echi e reverberi, che imprimono agli arrangiamenti un aura quasi mistica, segno evidente che le ispirazioni in quelle session informali e quasi improvvisate, furono tantissime e diversificate. 
Aperto dalle suggestioni trance ambient di “Stars Of Gao”, in cui spicca la partecipazione dei Super 11, combo proveniente da Takamba, il disco ci regala subito uno dei brani più intensi di sempre dei Dirtmusic, ovvero l’intensa e sofferta “Narha”, in cui brilla la sublime prova vocale di Aminata Wassidjé Traoré e la potente linea di basso che rimanda ai Massive Attack. I Tamikrest con Ousmane Ag Mossa (chitarra), Cheikhe Ag Tiglia (basso) e Aghaly Ag Mohamedine (percussioni) colorano poi di atmosfere blues desertiche la suggestiva “Movin' Careful” in cui mattatrice assoluta è la voce di Hugo Race. Se il ritmo più serrato caratterizza “Justice” in cui all’arpeggio riverberato della chitarra elettrica fa da contrappunto il timbro inconfondibile del balafon, la successiva “Ballade De Ben Zabo”, ci riporta alle ritmiche tipiche dell’Africa con il musicista maliano ad integrare la line-up dei Dirtmusic. Le atmosfere desertiche ritornano in “Red Dust” in cui spicca la voce di Samba Touré incorniciata da un intreccio di pattern elettronici e chitarre. Altro brano chiave del disco è lo spoken word di “Clouds Are Cover” nella quale il ritmo tribale degli djembèe e delle talking drum crea un tappeto sonoro perfetto su cui si muove la voce di Hugo Race. Lo strumentale Starlight Club ci introduce prima al ritmo graffiante di “Blind City”, cantata da Chris Eckman, e poi alla cinematografica “Day The Grid Went Down”, un brano minimalista nel quale sintetizzatori, beat elettronici e campionamenti di field recordings, fanno da sfondo alla voce hip hop maliana di MC Jazz. Il canto d’amore “September 12”, dedicato alla propria nonna del giovane senegalese Ibrahima Douf che conclude un disco profondo, intenso e pieno di eccezionali intuizioni musicali, e siamo certi verrà ricordato in futuro come una delle opere più compiute dei Dirtmusic. 


Salvatore Esposito