BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

mercoledì 30 dicembre 2015

Numero 236 del 30 Dicembre 2015

Se proprio vogliamo seguire la consueta linea dei consuntivi di fine anno, non possiamo iniziare che con la crescita di “Blogfoolk” in termini di lettori, di contatti, di partenariati, di credibilità nel settore delle musiche tradizionali: siamo un punto di riferimento nell’editoria musicale italiana. Se l’anno che si conclude è stato pieno di soddisfazioni e di novità per noi e per voi, quello che avanza ci motiva sempre più a fare informazione e divulgazione nel mondo delle musiche world al meglio delle nostre possibilità, con il contributo dei nostri redattori e collaboratori, ai quali va il nostro ringraziamento, degli studiosi del nostro comitato scientifico, che ci spronano a mantenere alto il livello della nostra pubblicazione, dei partner (festival e fiere di settore internazionali), che ci hanno dato fiducia in questa stagione musicale. Altre novità arriveranno, ma ve ne parleremo a tempo debito. Per ora, ci congediamo dal 2015 con un ricchissimo numero 236, aperto dalla cover story dedicata a “Chrià”, disco del ritorno dei salentini Criamu. Il fondatore e leader Cosimo “Cavallino” Giagnotti ripercorre con noi le vicende del gruppo e ci parla di questo nuovo lavoro. Poi vi raccontiamo “A Piedi Nudi” del Duo Ammatte, composto dalla cantante Alessia Arena e dalla pianista Federica Bianchi, che ripercorrono il repertorio di Rosa Balistreri in occasione dei venticinque anni dalla scomparsa della folk-singer licatese. Ci spostiamo in Irlanda per la superba incisione di un trio di talenti della tradizione strumentale isolana: Dónal O’Connor, John McSherry, Seán Óg Graham, autori di “Ulaid”. Dal Caucaso, invece, arriva il disco consigliato della settimana “One Earth And Water” dell’ensemble polifonico georgiano Zedashe. Ha tutt’altra origine “Visions Of Truth” di Marcus Eaton, chitarrista e cantautore ben noto per la sua collaborazione con il suo mentore David Crosby, che ha prodotto il disco. I direttori artistici Ambrogio Sparagna ed Erasmo Treglia presentano la XXIII edizione del festival “La Zampogna”, che si svolgerà a Maranola e Formia il 16 e 17 gennaio prossimi, e di cui “Blogfoolk” è media partner. La lettura della settimana è “I Quattro Siciliani. La straordinaria vicenda di Rosario Catalano e del suo quartetto nell’America degli Anni Venti”, dell’etnomusicologa Giuliana Fugazzotto, volume con CD edito da Nota,  analisi delle vicende straordinarie di Rosario Catalano e del suo quartetto che negli anni Venti del secolo scorso raccolsero grande successo negli Stati Uniti. Non vi basta? Spazio  alla musica contemporanea con l’opera da camera “Katër I Radës. Il Naufragio”, ispirata alla tragedia di una motonave albanese affondata nel porto di Otranto, e commissionata dalla Biennale Venezia 2014 per il 58° Festival Internazionale di Musica Contemporanea. Chiude la nostra rubrica Suoni Jazz, per la quale proponiamo “Rebel Flame” dei Canto Generàl, con la partecipazione del batterista sudafricano Louis Moholo-Moholo. Ricordiamo ancora un lutto nel mondo folk, lo abbiamo già anticipato sulla nostra pagina facebook, a 63 anni se n’è andato Andy M. Stewart, cantante, autore e front-man dei SillyWizard, una delle band più importanti del revival scozzese tra la gli anni Settanta e la fine degli Ottanta. Per concludere in bellezza, anche quest’anno abbiamo scelto tra i dodici BF-CHOICE, il nostro disco dell’anno. Non è stato facile, visto che le belle opere non mancavano di certo. 
“Quaranta” del Canzoniere Grecanico Salentino è l’album dell’anno di “Blogfoolk”, perché è il segno di una storia che abbraccia passato e presente della musica salentina, in omaggio a Rina Durante, che fondò il CGS nel 1975, e a chi era al suo fianco nel portare all’attenzione le espressioni tradizionali locali.  Non solo, perché “Quaranta” è il segno di chi la traccia dei padri, in senso letterale e figurato, l’ha seguita, cantando il male di vivere contemporaneo con suoni antichi, senza passatismi non scordando la tecnologia del XXI secolo. “Quaranta” è dialogo con autori come Erri De Luca, con musicisti quali Ludovico Einaudi e Piers Faccini, con un produttore internazionale del calibro di Ian Brennan; è coscienza di una cifra artistica di tradizione contemporanea da parte di un ensemble che annovera nell’organico alcuni tra i migliori musicisti pugliesi. “Quaranta” non è autocelebrazione, è andare avanti. Se n’è accorta la stampa mainstream anglo-americana, e anche la nostra, se ne sono accorti i pubblici dei palcoscenici world, dove il CGC ha portato il Salento, mostrando capacità di stare in scena, di fare spettacolo, arte nella quale, purtroppo, gli artisti trad italiani non sempre primeggiano. Lo hanno compreso i critici della Trans Global World Music Chart e quelli di riviste prestigiose di settore come le britanniche “fRoots” e “Songlines”, dove giornalisti non di primo pelo che hanno riconosciuto che il CGS è la punta del fertile tessuto musicale del Salento. CONGRATULAZIONI al Canzoniere Grecanico Salentino e BUON ANNO a tutti voi da “BLOGFOOLK!

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
CONTEMPORANEA
SUONI JAZZ


L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Criamu – Chrià (Autoprodotto, 2015)

Nati per iniziativa di Cosimo “Cavallino” Giagnotti e dalla moglie Valentina Mazzotta, i Criamu sono una formazione salentina di base a Muro Leccese con alle spalle oltre un quindicennio di attività artistica, costellato da diversi album pubblicati e da numerosi concerti. Dopo i primi passi mossi in duo per soli chitarra, voce e tamburo a cornice, il gruppo si è allargato coinvolgendo le due sorelle Valeria (fisarmonica) e Katia  Giagnotti (voce e putipù), e più di recente anche Luigi (voce, tamburello, grancassa) e Federico De Pascali (mandola, mandolino). A caratterizzare la loro cifra stilistica è il desiderio di riproporre con rispetto la musica tradizionale salentina, senza però escludere la realtà che li circonda, anche dal punto di vista tecnologico. Tutto ciò si riflette in arrangiamenti improntati all’essenzialità, che esaltano le strutture ritmiche tradizionali su cui si inseriscono le trame acustiche del mandolino e della fisarmonica e la voce antica di Mino “Cavallino”.  A distanza di circa sette anni dal loro ultimo disco in studio, li ritroviamo con “Chrià”, disco che raccoglie undici brani originali ispirati alla tradizione musicale della loro terra. Abbiamo intervistato Cosimo “Cavallino” Giagnotti per ripercorrere la storia e l’evoluzione del gruppo, soffermandoci sulla genesi del loro ultimo lavoro.

Partiamo da lontano. Ci puoi raccontare come nascono i Criamu?
Criamu è il gruppo della mia famiglia e nasce tra il 1999 e il 2000 da un’idea mia e di mia moglie Valentina Mazzotta (chitarra classica e basso acustico). Nella prima formazione, oltre a mia sorella Valeria (fisarmonica) che è ancora nel gruppo, suonavano anche Alessandro Metruccio (voce e tamburo a cornice), Luca Rizzello (violino e chitarra) e Fernando Todisco (bouzuki). In seguito ci sono stati alcuni cambiamenti ed è entrata anche l’altra mia sorella Katia (voce e putipù), ed attualmente suonano con noi Federico (bouzuki, mandola e mandolino) e Luigi De Pascali (tamburreddru). 

Il nome Criamu è legato ad un luogo particolare…
Deriva dal nome del posto in cui si trova la mia casa in campagna a Muro Leccese, che si chiama Chriè. Criamu vuol dire stare insieme, creare insieme, ma anche il mio suono dal termine greco Chrià. In questo nome è racchiuso il concetto base della nostra ricerca musicale, infatti, oltre a riproporre i canti della musica tradizionale salentina, tutti i nostri dischi sono stati caratterizzati da brani originali.

Del 2001 è il vostro primo disco “Ballati Mule”….
“Ballati Mule” è il nostro disco di esordio e già in quel disco, nel quale riproponevamo alcuni canti della tradizione musicale del Salento ed in particolare alcuni brani di pizzica pizzica, era presente un brano originale “Quiddhu ca provu pe tie. In seguito abbiamo continuato a scrivere altri brani e penso per esempio a “Cem'a fà” che racconta la Notte di San Rocco a Torrepaduli che si tiene il 15 agosto di ogni anno. Come molti sanno io sono per metà di etnia rom, e i miei parenti andavano lì a ballare la danza delle spade, la cosiddetta danza a scherma. Si faceva festa, si aprivano le ronde, si ballava e la gente restava sbalordita dai loro balli, dai loro movimenti, dal loro spirito che mettevano in quella festa. Questa canzone nasceva come riflessione sul fatto che già allora si stava cominciando a rompere quell’amore profondo verso quella festa.

Come si è evoluto il suono del gruppo in questi quindici anni?
Il suono si è evoluto molto perché all’inizio eravamo proprio alle prime armi, e in questi anni siamo cresciuti tanto. Io non ero propriamente un musicista, mia moglie aveva quasi finito di studiare la chitarra, e mia sorella Valeria stava cominciando a suonare la fisarmonica, solo Luca Rizzello era già un musicista professionista. 
Dal nulla è nato, così, il nostro suono che attualmente, secondo me, ha raggiunto la sua maturità, e una sua compattezza tanto sul palco, quanto anche su disco. Rispetto al primo disco c’è un abisso perché c’è più conoscenza e più apertura verso altre sonorità.

Come si è sviluppata la vostra ricerca musicale?
La musica tradizionale salentina è la base di partenza per una ricerca sonora a tutto campo che spazia attraverso i vari generi musicali che ascoltiamo io e mia moglie, dal reggae al dub fino a toccare la world music dall’India all’Africa in una visione molto globale. Il nostro intento è quello di proporre non semplicemente la musica da ballo, ma anche qualcosa da ascoltare per trasmettere al pubblico le nostre riflessioni sulla vita di oggi, i nostri testi parlano della crisi del lavoro come dei problemi che può avere una famiglia.

Qual è lo spirito che anima i Criamu nel 2015?
Ad animarci è il desiderio di proporre la tradizione salentina in modo diverso perché qui da noi si sta prendendo una brutta piega. Ci sono gruppi che propongono corsi di danza e tamburo a cornice di cui non c’è assolutamente bisogno perché la tradizione non va insegnata, va presa.  A me la musica tradizionale non l’ha insegnata nessuno, ho solo ascoltato, guardato chi suonava e l’ho riproposta. Non si ci può inventare dal nulla con la musica tradizionale. Oggi chiunque può prendere un tamburo a cornice e può suonare la pizzica pizzica con tutti questi controtempi e queste avventure ritmiche che non ci appartengono. I Criamu fanno qualcosa di completamente diverso. Continuando così non ci sarà nessuna salvezza per la nostra musica, ci sarà solo lo squallore umano che si vede sui social network. Su Facebook ci sono tutte queste ragazze che ballano sul palco con gonne larghe e sciarpe, ma nessuno si è mai chiesto come si ballava la pizzica pizzica. Questa musica non ha un abito tradizionale perché la gente ballava con il vestito che aveva, e soprattutto non c’erano passi particolari da fare, perché a differenza della tarantella calabrese o siciliana la pizzica pizzica è un ballo libero. Continuando così non si va da nessuna parte…

Dare nuova vita ai Criamu è stato come un tornare a casa…
Il grande impegno che richiedevano i Mascarimirì, il gruppo che ho creato con mio fratello Claudio, mi aveva un po’ allontanato dai Criamu, che come gruppo erano un po’ alla deriva anche con i concerti, e il nostro rapporto si stava rompendo. Negli ultimi quattro anni i ragazzi avevano perso motivazione perché mancavo io che sono un po’ l’anima del gruppo, ma c’era il desiderio forte di ritornare alla mia casa vera e propria perché questo gruppo è anche la mia famiglia, c’è mia moglie, le mie sorelle e Federico e Luigi che curano moltissimo la tradizione del “Santu Lazzaru”. Così con “Chrià” siamo ripartiti da zero.

Come nasce “Chrià”?
La nostra politica sui dischi è quella di fare un disco ogni cinque anni, ma “Chrià” arriva dopo sei, sette anni dal precedente, perché ho voluto che ci fossero tutti brani originali e questo ha richiesto più tempo. I Criamu sono il primo gruppo nel Salento a proporre un disco con undici brani inediti. In questo senso è stata molto importante l’esperienza con i Mascarimirì che mi ha permesso di conoscere molti artisti e confrontarmi con realtà diverse, è lì che nasce il mio “chrià”, la mia creazione. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Io ho curato le basi ritmiche con il tamburo a cornice, le percussioni e le nacchere, mentre Federico De Pascali che suona mandola e mandolino ha curato la parte musicale, insieme a mia moglie che suona la chitarra e mia sorella Valeria che suona la fisarmonica. Lui ha una visione molto aperta sulla musica, ed in particolare verso le sonorità mediorientali. 

Quali sono i temi del disco?
Il tema centrale del disco è, senza dubbio, l’amore, ma c’è anche una canzone che è “Sognando l’occidente” scritta da mia figlia che ha quattordici anni e nella quale è racchiusa una sua riflessione sull’immigrazione, sulla gente che sbarca sulle nostre spiagge e che viene usata per i traffici politici che si fanno in tutto il mondo. 

Uno dei brani centrali del disco è senza dubbio il singolo “Verde Lumìa”…
E’ un canto epico lirico che narra la storia di Verde Lumìa, appunto, una fanciulla sfortunata promessa in sposa dal padre al Conte Marco, tenutario di castelli. Lei però vuole un suo pari il conte Cibu, e quando il Conte Marco la va a prendere con tutti gli onori, lei gli chiede di lasciarla inviolata, e durante la notte fugge per raggiungere il conte Cibu, pregandolo di accoglierla ed assicurargli ancora la verginità.

Avete presentato il disco dal vivo questa estate, i concerti continueranno anche questo inverno?
Suoniamo molto durante l’estate e non ci possiamo lamentare. In questi mesi dopo l’uscita del disco  abbiamo fatto venti concerti e suoneremo anche la notte di Capodanno in Piazza a Presicce (Le). Chi verrà ai nostri concerti potrà acquistare il disco, che volutamente abbiamo scelto di distribuire solo noi, in alternativa può venire a comprarlo a casa nostra, dove si mangia, si beve e si canta. (Ride). Comunque a breve il disco sarà disponibile su tutte le piattaforme e negli store digitali.


Criamu – Chrià (Autoprodotto, 2015)
Nell’arco di quindici anni di attività artistica l’approccio alla tradizione musicale salentina dei Criamu è stato caratterizzato non solo dalla riproposta dei canti e dei ritmi della loro terra, ma anche da composizioni originali, nate da una accurata ricerca sulle liriche e sulle melodie popolari. Il loro nuovo album “Chrià” amplia il raggio della loro azione, proponendo undici brani inediti, nelle cui trame gli stilemi della tradizione si intrecciano ad esplorazioni sonore nei territori della world music e dell’elettronica, riflettendo la continua ed inevitabile trasformazione dell’identità territoriale, senza perdere il contatto con la radice. Tutto ciò è racchiuso anche nel titolo del disco che in greco vuol dire suono, e rimandando direttamente al nome del gruppo, evoca il desiderio di dare un seguito innovando a quanto lasciatoci dagli anziani cantori. La musica dei Criamu conserva, così, la memoria ritmica e pulsante della tradizione salentina che si sostanzia in arrangiamenti dal tratto contemporaneo in cui spiccano il tamburo a cornice e la voce di Cosimo “Cavallino” Giagnotti, le corde del mandolino e la mandola di Federico De Pascali e della chitarra di Valentina Mazzotta, le sinuose melodie della fisarmonica di Valeria Giagnotti, il tutto impreziosito dal tamburo a cornice di Luigi De Pascali e dai colori vocali di Katia Giagnotti. Ad aprire il disco è il ritmo trascinate di Amante, introdotta dal recitato di Roberto Molle ed impreziosita dal violoncello di Elenia Imperiale. Si prosegue con la pizzica pizzica “Mara a mè” nella quale il mandolino di Federico De Pascali guida la linea melodica su cui si intrecciano le voci di Mino “Cavallino” e di Katia Giagnotti. Se “La Malatia” è un sofferto canto d’amore caratterizzato dal ritmo del tamburo a cornice e dalla melodia della fisarmonica, la successiva “Verde Lumìa” è un canto narrativo di grande suggestione. La travolgente pizzica pizzica “Na Na Na Bellu L’Amore Ci Lu Sape Fà!!!!!” apre poi la strada a “Sfortuna” in cui protagonista è la voce di Mino “Cavallino” e la fisarmonica di Valeria Giagnotti.  Le sonorità arabeggianti di “Sognando l’Occidente” avvolgono un testo che racconta il dramma degli immigrati che approdano sulle nostre spiagge, mentre “Core Infrantu” è un altra pizzica pizzca nella quale spicca tutta la potenza ritmica dei Criamu. Le sonorità world permeano che permeano “Ritrattu” ci conducono verso il finale con le trasciananti “La Vita Mea” e “Tronu” che suggellano un disco energico e vibrante, un piccolo assaggio di tutta la vitalità che i Criamu sprigionano sul palco.


Salvatore Esposito 

Duo Ammatte – A Piedi Nudi. Omaggio A Rosa Balisteri (Radici Music Records/Egea, 2015)

Artista fiorentina ma di origine siciliana, Alessia Arena è un artista poliedrica con alle spalle una solida formazione in ambito classico, spesa tra lo studio del canto lirico presso il Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze e quello della musica barocca, e una lunga esperienza artistica. A partire dal 2012 ha intrapreso un personale percorso di ricerca sulla musica tradizionale siciliana, dedicandosi allo studio del repertorio di Rosa Balisteri, e successivamente dando vita al Duo Ammatte, insieme alla talentuosa pianista e clavicembalista Federica Bianchi. In occasione del del venticinquestimo anniversario dalla morte della cantante siciliana, il duo ha dato alle stampe il disco “A Piedi Nudi. Omaggio A Rosa Balistreri”, nel quale hanno raccolto dieci brani del suo repertorio rileggendoli per soli voce, clavicembalo e percussioni. Considerata la voce per eccellenza della tradizione musicale siciliana, Rosa Balistreri (1927-1990), dopo una vita assai tormentata, cercò riscatto nella musica reinterpretando il corpus dei brani raccolti dall’etnomusicologo siciliano Alberto Favara alla fine del 1800, e grazie a questo prezioso lavoro, venne scoperta da Dario Fo che la volle tra le protagoniste dello spettacolo “Ci ragiono e Canto”, accanto a Giovanna Marini e Caterina Bueno. Donna libera ed indomita, la Balistreri fu tra le voci più amate dagli intellettuali degl’anni Sessanta e Settanta, i quali nella sua voce seppero cogliere l’inquietudine e le sofferenze che l’avevano segnata, e che seppe tramutare in puro lirismo con la sua voce. Negl’anni che ci separano dalla sua morte, innumerevoli sono stati gli artisti che hanno reinterpretato il brani del suo repertorio, e laddove spesso abbiamo assistito a riletture calligrafiche, in alcuni casi è stato possibile cogliere sfumature inaspettate che esploravano lati meno noti dell’intensa vocalità della Balistreri. Uno di questi è certamente “A Piedi Nudi” del Duo Ammatte che ha scelto di percorrere un sentiero nuovo, dando vita ad un lavoro che esplora le sorprendenti connessioni tra la musica tradizionale siciliana e quella barocca, ed in particolare il basso ostinato, asse portante dello stile improvvisativo che lega il repertorio popolare a quello colto. Come suggerisce già il loro nome che in siciliano indica appunto l’estero dell’improvvisazione, il Duo Ammatte ha spostato più avanti il confine dell’interpretazione in ambito popolare, rileggendo i brani tradizionali come fossero arie e recitativi dando vita ad un affresco sonoro di grande sugggestione. Dalla folia al passamezzo fino a toccare la ciaccona, durante l’ascolto si ha modo di cogliere i colori sonori che caratterizzano i vari brani. Ad aprire il disco è la splendida versione del canto d’amore “Mu Votu e Mi Rivotu” a cui segue l’intesa e drammatica “Terra Ca Nu Senti” nella quale spicca il contrabbasso di Francesco Tomei a sostenere la scansione ritmica su cui si inserisce la melodia del clavicembalo. Lo scioglilingua “Chiovi, chiovi, chiovi” per sola voce e percussione, ci introduce al canto di lavoro “Sant’Agata, ch’è à Autu lu Suli” nella quale viene evocato in modo superbo la sofferenza di chi lavorava nei campi bruciati dal sole della Sicilia. Se “I Pirati a Palermu”, che arriva dal repertorio di Ignazio Buttitta, si caratterizza per il dialogo tra il clavicembalo e il contrabbasso suonato con l’archetto, la successiva “Ti Nni Vai” brilla per l’intensa interpretazione vocale della Arena e la brillante improvvisazione al piano di Federica Bianchi. Si prosegue con le belle versioni di “Avò”, impreziosita dalla viola da gamba di Rosita Helena Ippolito, e della solare “Oi olà”, che ci conducono verso il finale con “E Iu Suli Intinni Intinni” e il divertissment vocale a due voci “L’Anatra”. “A Piedi Nudi” è, dunque, un disco importante, che ci svela un lato poco esplorato del repertorio tradizionale siciliano, cogliendone in modo superbo le connessioni con la musica barocca. 


Salvatore Esposito

Dónal O’Connor, John McSherry, Seán Óg Graham – Ulaid (Autoprodotto, 2015)

Diamo conto della superba incisione di tre nomi altisonanti della musica tradizionale irlandese. Sono Donal O’Connor (violino e tastiere), membro di At First Light, figlio dell’altrettanto rinomato fiddler Gerry O’Connor e della compianta Eithne Ní Uallacháin (dei Lá Lúgh), John McSherry (uilleann pipes, low whistles), che da parte sua appartiene a una schiatta di musicisti di rango di Belfast (anche lui suona con At First light, ma lo ricordiamo con Tamlin e Coolfin), e Sean Óg Graham (chitarre acustiche ed elettriche, basso e organetto), colonna degli swinganti Beoga. Tutti musicisti nella contea nord-orientale di Antrim, da cui il titolo “Ulaid”, che evoca l’antica popolazione dell’Irlanda settentrionale, che ha dato il nome alla storica regione dell’Ulster. Nella scelta del repertorio il trio non si limita a presentare materiali della propria area di elezione, che pure abbondano, ma si muove tra note bretoni (“The Return to Madagascar”), svedesi (“Polska Polka”) e asturiane (“Asturian 5/4”). Non c’è ombra di routine nel modo di affrontare gli strumentali, i meriti crescono ad ogni ascolto di “Ulaid”: che sia la combinazione tra un valzer dedicato ad un grande uomo del Nord, il poeta Seamus Heaney, e una polka in 3/4, o che siano gli smaglianti violino e cornamusa di “Mórshiúl na Mara” o ancora dinamismo e perfetto accordo d’insieme di ”Na Magha Reel” e della superlativa “No Room To Wriggle in The Cauldron” . Ancora, si valorizzano le sfumature melodiche e ritmiche in “Punching Holes in the Music”, volano le pipes di McSherry nel set “The Ramblers”. Un disco che è bilanciamento di tecnica, libertà e freschezza di suono. www.ulaidmusic.com 


Ciro De Rosa

Zedashe - Our Earth And Water (Living Roots Music, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Situata nel Caucaso nell’area al confine tra Europa ed Asia, la Georgia ha avuto sempre una forte identità culturale essendo stato un crocevia fondamentale di scambi sulla Via della Seta nonché uno dei primi regni cristiani. L’avvento del Comunismo durante l’annessione all’Unione Sovietica, nonostante osteggiasse fortemente ogni pratica legata alle tradizioni popolari, non ha impedito che queste venissero in qualche modo preservate, e ciò anche grazie all’opera di tanti gruppi musicali che continuarono a riproporle clandestinamente. E’ il caso ad esempio degli Zedashe, ensemble di base nelle città medioevale di Sighnaghi, nella Georgia orientale, rifondato dopo la caduta del Muro di Berlino dalla musicista e ricercatrice Ketevan Mindorashvili, la quale ha iniziato a riportare alla luce i canti tradizionali messi da parte durante il periodo comunista, dando vita ad un costante work in progress che l’ha vista, insieme al gruppo, recuperare antichi manoscritti, effettuare ricerche sul campo con gli anziani informatori e successivamente rielaborare musicalmente tutto il materiale. Sono tornati, così, alla luce canti polivocali provenienti dal repertorio legato alla liturgia cristiana ortodossa, ma anche i canti e le forme coreutiche legate alla tradizione popolare del Kiziqian. In questo senso significativa è stata anche la scelta di conservare il nome originario del gruppo che rimanda ai vasi di terracotta nei quali ogni anno viene raccolto il vino per gli antenati e che vengono sepolti sottoterra insieme al pane tostato. L’evocazione di questo rituale legato al ciclo della vita, dal passato al presente, riflette l’appassionato approccio dell’ensemble verso la ricerca estesa progressivamente fino ad estendere il loro raggio d’azione ad altre regioni della Georgia come Rach'a-Lechkhumi, Guria, Kartli, e l'Abkhazia, e basata non solo sulla riproposizione dei canti, ma anche sulla conservazione delle tecniche musicali proprie delle varie aree. A caratterizzare il loro approccio musicale è anche l’uso di una grande varietà di strumenti tradizionali come i liuti georgiani a tre e quattro corde (panduri e conghuri), il doli (tamburo orizzontale a mano), garmoni (fisarmonica delle montagne Tusheti), e l’areofono ch'iboni (cornamuse in pelle capra).
Il gruppo, attualmente formato da Tamila Sulhanishvili (voce, garmoni e pandori), Vano Chincharuli (danza e percussioni), Irakle Kanchurashvili (voce e danza), Teona Taralashvili (danza), Alexander Matiashvili (danza, voce, cornamuse e panduri), Valiko Janiashvili (danza, cornamuse e panduri), Guliko-Ana Jabashvili (voce e danza) e Enek Peterson (voce), nel corso degli anni, si è esibito in tutto il mondo, e parallelamente all’attività musicale e discografica, ha dato vita a numerose attività didattiche con workshop e corsi di musica popolare dedicati ai bambini. “Our Earth And Water” è il loro settimo disco e raccoglie ventisei brani registrati dal vivo presso la Pheasant’s Tears Winery di Sighanaghi, che nel loro complesso ci offrono una dettagliata panoramica del complesso ed affascinante universo delle tradizioni musicali caucasiche, spaziando da polivocali a melodie strumentali, dalle danze tradizionali al repertorio liturgico. Durante l’ascolto è un susseguirsi di brani dalla sorprendente forza evocativa dei melismi vocali come nel caso dei canti di festa “Supruli”, “Rachuli Supruli”, “Maghlit Gardamokhed” e “Dzveli Supruli”, del canto d’amore “Ghrublebi”, o ancora di perle dimenticate come “Amiranis Perkhuli” danza tradizionale praticata in cerchio che rimanda al dio Amiran la cui vicenda mitologica ricalca quella di Prometeo. Ancora da segnalare lo splendido canto per il matrimonio “Apkhazuri”, dal repertorio dell’Abkhazia e i canti di lavoro “Orovela” e “Heri-Oga” il cui ritmo evoca le dure condizioni dei contadini. “Our Earth And Water” è, insomma, un disco illuminante che ci consente di scoprire tutto il fascino e la ricchezza della tradizione musicale caucasica. 


Salvatore Esposito

Marcus Eaton – Versions of Truth (Route 61, 2015)

Chitarrista e cantautore originario dell’Idaho, Marcus Eaton è uno dei musicisti più apprezzati della West Coast, non solo per aver collaborato con gente del calibro di David Crosby e Jackson Browne, ma anche per essere il figlio d’arte: suo padre è Steve Eaton, le cui canzoni sono state cantate, tra gli altri, da Art Garfunkel, Annie Murray, Glen Campbell, The Righteous Brothers, Ann Murray, Lee Greenwood e The Carpenters. Dopo aver pubblicato due dischi come indipendente, si è segnalato al grande pubblico con la sua band The Lobby con “The Day The World Awake” uscito nel 2003 per la MCA/Universal, e successivamente ha debuttato come solista nel 2006 con “Story Of Now” che gli ha consentito di esibirsi come opener per Dave Matthews, Bob Dylan, Nils Lofgren, e Dr. John. La svolta nella sua carriera è arrivata però nel 2010 quando con “As If You Had Wings” ha catturato l’attenzione di David Crosby che dapprima lo ha chiamato a suonare nel suo “comeback album” “Croz” nel quale Eaton cofirma anche due brani “Slice Of Time” e “Find A Heart”, e successivamente ne è diventato anche il mentore, producendo il suo quarto album “Versions Of Truth”, pubblicato dalla lungimirante etichetta italiana Route 61 di Ermanno Labianca, da sempre attentissima ai fermenti artistici d’oltreoceano. Ad affiancare Eaton nel disco c’è un gruppo di straordinari musicisti nel quale spiccano Lee Sklar al basso, Jeff Young e James Raymond alle tastiere, Ann Marie Calhoun al violino, oltre ovviamente allo stesso David Crosby che la cui voce impreziosisce tre brani. Si tratta di un disco elegante e di grande spessore che rimanda al rock acustico della West Coast contemporanea, mescolando influenze che spaziano da Marshall Crenshaw a Robert Palmer, da Donald Fagen a Lindsey Buckingham, il tutto impreziosito dal suo originale stile chitarristico e da testi raffinati e densi di poesia. L’ascolto svela, così, tredici brani di pregevole fattura nei quali ad emergere, oltre allo stile chitarristico di Eaton, è anche la sua voce intensa ed ispirata come raramente ci è capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Ad aprire il disco è la splendida “Up And Over” in cui la melodia che ci riporta dritto al sound West Coast degli anni Settanta avvolge magicamente la voce di David Crosby. Si prosegue prima con quel gioiello pop che è “Flying Through The Fire” in cui spicca il violino della Calhoun, e poi con la gustosa “I Will Be Your Shade” nella quale ritroviamo la voce dell’ex Byrds, e che insieme al brano di apertura vale per intero il prezzo del disco. Le altrettanto affascinanti “Better Way” ed “Invisible You” ci conducono nel cuore del disco dove spiccano la delicata “Reverie”, il funky irresistibile di “Barbie” in cui brilla il basso di Sklar” e “Picture Of You”, una bella canzone d’amore ispirata da una visita alla Galleria degli Uffizi a Firenze. La solare “Sunrise Let's You Down” apre la strada verso il finale con “The Sting” caratterizzata dal dialogo tra pianoforte ed hammond e “Calm Beneath”, un omaggio a “If I Could Only Remember My Name” ed alle sue sonorità oniriche. Insomma “Versions Of Truth” ha tutte le carte per diventare un classico della West Coast, con buona pace di qualche critico che considera questo sound ormai fuori tempo massimo. 


Salvatore Esposito

I giorni de “La Zampogna”, 16 e 17 gennaio a Formia e Maranola

Tutti all’arroccato borgo di Maranola (LT), in posizione panoramica sul golfo di Gaeta, per la ventitreesima edizione del festival dedicato agli aerofoni a sacco (www.lazampogna.it). In realtà, in questi anni la rassegna musicale si è affermata come avvenimento centrale nel panorama della world music in Italia, punto d’incontro – com’è – tra musicisti, costruttori di strumenti, studiosi, in un’intensa due giorni di mostre, concerti all’aperto e nelle storiche chiese, immancabili jam session. Quest’anno con una dedica speciale al compianto Sergio Torsello il festival aprirà i battenti, al Teatro Remigio Paone di Formia, sabato 16 alle 18.30, per poi trasferirsi a Maranola, nel piazzale di Torre Cajetani, per il ‘concerto saporito’ (h. 21.00): la serata di degustazioni, musica e balli live intitolata “Le Virtù e le Bifere”. La domenica mattina, si inizierà alle 10.00 con le musiche processionali per zampogne e ciaramelle e i canti devozionali dal Salento intonati da Anna Cinzia Villani all’edicola della Madonna degli Zampognari, cui seguirà la ‘rituale’ offerta di zeppole, dolci e caffè da parte delle premurose signore del vicolo. «Perché venire a Maranola?», chiediamo a Erasmo Treglia, musicista, discografico, ideatore e direttore artistico del festival con Ambrogio Sparagna. «Perché è un’occasione unica per entrare nel vivo di una tradizione millenaria legata alla zampogna e agli strumenti pastorali. La Mostra Mercato è, infatti, un momento speciale nel corso dell’anno per gli appassionati e i musicisti per acquistare nuovi strumenti, per prendere contatti, per conoscere nuovi progetti musicali». Con ventitré anni di Festival – parte dell’European Forum Of World Music Festivals, gemellato con il festival “canto a braccio” di Borbona (Rieti), l’estone Viljandi Folk Music Festival, il festival sardo “Lollas” di Villaputzu e il festival marocchino “Flauto e arti beduine” di Bouarfa – cosa ci si deve aspettare? 
Per Sparagna, nodo centrale è «l’ulteriore conferma di un movimento che è cresciuto sensibilmente, coscienza di non essere solo per gli addetti ai lavori, ma movimento articolato, dove c’è stata una grande ricerca sulle questioni espressive e sul piano creativo. Oggi questi strumenti sollecitano oramai attenzione e ricerca da parte di gruppi ma anche individuali. In tutti questi anni, abbiamo spinto affinché questo mondo diventasse, per così dire, di serie A. Possiamo confermare che questi strumenti hanno raggiunto una maturità di coscienza perché non più fenomeno esclusivo. È il dato che esce fuori anche dalle proposte che facciamo, come il presentare il notevole strumentario della liuteria di Marco Tomassi (sarà presentato al pubblico il primo Catalogo Strumenti della Liuteria Montecassino, ndr)». Nel fitto programma di quest’anno ci sarà un laboratorio sulla costruzione del nay, il flauto di canna, a cura del rinomato costruttore tunisino Slaheddine Manaa. Tra i seminari, segnaliamo “Ciaramelle a braccio”, a cura del Festival di Borbona e “Musette e Sordelline”,  con protagonista un musicista e studioso di grande rilievo come Eric Montbel. Sentiamo ancora l’organettista: «Ponendo sempre l’attenzione agli studi sulla zampogna, ci fa piacere che un francese dica che il ruolo della zampogna sia centrale nella storia della diffusione degli strumenti a sacco, visto che, normalmente, i francesi hanno una sorta di etnocentrismo molto forte. 
Nel caso di Eric questo non esiste, ma effettivamente la zampogna per la sua storia e per il suo carattere organologico costituisce, di fatto, la madre di tutti gli strumenti a sacco». In oltre due decadi di manifestazioni, ci si chiede se il pubblico è cambiato; sentiamo ancora Sparagna: «Il pubblico è cresciuto, anche se noi in questi anni non abbiamo voluto allargare a forme da sagra paesana così come invece altre esperienze, in maniera più o meno volontaria purtroppo hanno proposto. Abbiamo avuto sempre un orientamento chiaro ed esplicito che Maranola era un luogo nel quale ci si incontrava sul concetto di ricerca. Di fatto questo si è conservato e largamente sviluppato. Se pensiamo a come era all’inizio, quando eravamo gli addetti ai lavori… Adesso parliamo di svariate migliaia di suonatori in Italia: non siamo solo addetti ai lavori». Quest’anno ci sarà un focus sul Salento, con i due concerti nella Chiesa S. Luca Evangelista (ore 15.00-17.30), che vedranno di scena il super trio Anna Cinzia Villani Claudio, Cavallo Giannotti e Giovannangelo De Gennaro in “Tamburreddhu A Uce” e i Kalascima in quartetto acustico. «Facciamo l’iniziativa in collaborazione con Puglia Sounds. È significativo che quando sono andato alla Notte della Taranta, delle zampogne non c’era traccia (in Puglia era comunque già molto attivo sul piano creativo e di sperimentazione sullo strumento un musicista del calibro di Nico Berardi, ndr). Oggi ci sono tanti giovani musicisti che suonano questo strumento in situazioni tradizionali, oltre che con gruppi. 
Il tentativo è anche raccontare come questo strumento è entrato in una parte di Italia che aveva la caratteristica di averlo dimenticato. Anche se nelle testimonianze, nei reportage antichi la musica si faceva con le zampogne, da molti anni questo strumento aveva perso una pratica in quella parte della Puglia». A seguire, nella Chiesa SS. Annunziata (dalle ore 18.00), ci sarà il Bordone Sonoro con le zampogne da Monti Aurunci, Ausoni e Mainarde. Tra le altre attività domenicali, la mostra “Pastori in cammino”,  allestita nella chiesa S. Maria ad Martyres e “Festa, farina, forma”, in cui il liutaio Alfonso Toscano ci porterà a conoscere l’artigianato nella tradizione agropastorale dell’area cilentana. Singolare incontro sarà quello proposto da “Storia di Ragno”. «Ragno è un tacabanda, – racconta Treglia – uno dei musicisti tradizionali di San Biagio Saracinisco (FR), che utilizza contemporaneamente, oltre alla zampogna, una cassa legata dietro alle spalle e un piatto. In occasione del Festival racconterà la sua esperienza di musicista itinerante, che permetterà di conoscere più da vicino la tradizione antica dei musicisti girovaghi della Valle di Comino». Come da diversi anni, non mancheranno i riconoscimenti. Il Premio La Zampogna 2016 sarà assegnato a un artista che ha valorizzato con il suo lavoro alcuni aspetti della tradizione musicale italiana (il nome sarà comunicato nella conferenza stampa di mercoledì 13 gennaio); istituito anche il premio ai giovani musicisti, attraverso il quale il Festival intende promuovere ragazzi e ragazze interessati agli strumenti musicali della tradizione popolare. 
Andrà a due suonatori che, nonostante la giovane età, hanno accumulato tecniche ed esperienza, e sono molto attivi nel perpetuare la tradizione delle novene e nel riproporre il repertorio profano e sacro. «Non è un concorso, - si affretta a dire Ambrogio Sparagna - ma un premio simbolico a giovani che stanno scegliendo questi strumenti, questa musica come propria forma di emancipazione culturale. Non facciamo concorsi per premiare dischi o gruppi: quella roba là non ci interessa. Piuttosto, ci interessa la partecipazione a questo mondo, non l’adesione soltanto estetica. È un’altra delle caratteristiche che questo festival ha sempre mantenuto, perché noi abbiamo sempre avuto gli anziani come guida: ma un certo tipo di anziano, non genericamente. E i giovani prendono anche questo modello nella complessità. Abbiamo individuato dei ragazzi che vengono proprio da queste esperienze, ma che ripropongono non soltanto degli strumenti, ma anche la ritualità che intorno a questi strumenti si va a generare. È una cosa che teniamo ad affermare in maniera forte. La zampogna non è uno strumento generico, è uno strumento che oltre ad avere un peso specifico particolare, va sempre collegato alla sua funzione primaria, che è quella di una fortissima dimensione cerimoniale. Chi, giovane, partecipa a questa esperienza deve entrare in un mondo che è diverso da quello degli altri strumenti. Il Premio è promosso dall’ACEP e dall’Unemia e vede l’importante patrocinio della SIAE». Se aveste un budget di un milione di euro come accade in altre parti d’Europa per i festival folk, in cosa sarebbe diverso il Festival “La Zampogna”? 
Sentiamo Sparagna: «Prima di tutto, la cosa che farei è incentivare un’attività didattica: farei una grande scuola, una grande orchestra, un’attività formativa che abbia una serie di iniziative connesse durante tutto l’anno. Non farei un festival esclusivo soltanto sul piano dello spettacolo, ma curerei anche la dimensione dello studio e della pratica. Faccio un esempio, di cui parlo sempre: in Galizia non c’erano le gaite, sono state inventate, come non c‘era la tradizione di suonarle in tutta una serie di rituali. O meglio, era una prassi molto, molto dimenticata. Quindi, il lavoro che è stato fatto è stato ricoprire la cornamusa galiziana, tanto che oggi è diventata uno strumento di massa, e parliamo di decine e decine di migliaia di suonatori che accompagnano ogni momento della vita della collettività Se ne avessi la possibilità, lavorerei sotto questo profilo, ma questa, come si dice: è un’ipotesi del terzo tipo… irrealizzabile in Italia. D’altronde è quello che sempre ho fatto, anche quando facevo la Notte della Taranta, o è quello che faccio all’Auditorium Parco della Musica a Roma. Ma tutto ciò non viene accolto, ma in maniera assolutamente incongrua e direi anche stupida, perché se c’è la possibilità che uno strumento possa cambiare le sorti di un territorio è solo attraverso questo tipo di attività. La cultura popolare deve essere parte di un processo più ampio, e non soltanto un evento esclusivo di un periodo dell’anno, come purtroppo sta avvenendo in alcune zone del nostro Paese dove lo show business alla fine comanda e toglie respiro a un’acquisizione che dovrebbe essere sempre il più possibile capillare e legata alle nuove generazioni»

Ciro De Rosa

Giuliana Fugazzotto, I Quattro Siciliani. La straordinaria vicenda di Rosario Catalano e del suo quartetto nell’America degli Anni Venti, Nota 2015, pp.160, Euro 20,00, Libro con Cd

A partire dalla fine dell’Ottocento fino ai primi anni Trenta del Novecento tantissimi italiani emigrarono negli Stati Uniti cercando migliori fortune nel sogno americano, lontano dalla povertà e dalle dure condizioni che caratterizzavano le campagne. Si calcola, infatti, che da Ellis Island a New York, la porta d’ingresso per gli emigrati d’oltreoceano, passarono quasi cinque milioni di italiani che, insieme ai pochi bagagli, portarono oltreoceano con sé anche la cultura e la musica delle loro terre. Questo esodo senza precedenti giocò un ruolo importante nella formazione della cultura multietnica del Nuovo Mondo, tant’è che la nascente industria discografica non perse tempo nel capitalizzare tale fermento, arrivando a coinvolgere molti immigrati nelle loro prime registrazioni (spesso effettuate anche in Europa) che vennero pubblicate su dischi in vinile 78 giri, opportunamente divise per cataloghi legati ai vari gruppi etnici e linguistici. In questo senso molto importante fu l’apporto degli italiani dei quali restano circa ottomila matrici di registrazioni contenenti materiali tradizionali registrati in quegli anni e che spaziano dal repertorio strumentale per banda o da ballo, ai canti regionali. A gettare nuova luce su questo immenso corpus musicale, spesso sconosciuto ma di straordinario valore sociale ed etnografico, è il rigoroso lavoro di ricerca compiuto dall’etnomusicologa siciliana, Giuliana Fugazzotto, la quale partendo dalla sua collezione privata avuta in eredità dal nonno, ha studiato, catalogato, analizzato e digitalizzato oltre cinquemila brani musicali scritti, composti ed interpretati dagli immigrati italiani negli Stati Uniti dal 1900 al 1930. A distanza di cinque anni dalla pubblicazione del prezioso “Sta terra nun fa pi mia. I dischi a 78 giri e la vita in America degli emigranti italiani nel primo novecento”, edito da Nota nel 2010, che forniva una prima contestualizzazione sistematica del fenomeno, la ricercatrice siciliana ha recentemente dato alle stampe, sempre per la casa editrice friulana, il volume “I Quattro Siciliani. La straordinaria vicenda di Rosario Catalano e del suo quartetto nell’America degli Anni Venti”, che concentra la sua attenzione sulla storia di Rosario Catalano (direttore e mandolinista), Giuseppe Tarantola (clarinettista e compositore di gran parte del loro repertorio), Girolamo Tumbarello e Carmelo Ferruggia, ovvero i Quattro Siciliani, gruppo formato da immigrati italiani che lasciarono la Sicilia per cercare fortuna in America e bene presto diventarono una delle formazioni importanti ed apprezzate nel panorama discografico italo-americano degli anni Venti. Aperto da una esaustiva introduzione sulla nascita e lo sviluppo della produzione discografica etnica in America, il volume ci porta alla scoperta del repertorio della musica da ballo italiana, delle tendenze musicali dei primi anni Venti, per soffermarsi sull’attività musicale dei Quattro Siciliani in America e su quella di Rosario Catalano come manager e discografico. Non manca un approfondimento sulle problematiche relative all’editoria musicale del Primo Novecento con i problemi di copyright legati al brano “Cielito Lindo” e la disputa sulle royalties, così come illuminante per il diffondersi della musica da ballo in Italia è il focus sull’attività dei Quattro Siciliani di ritorno dagli Stati Uniti. A completare il tutto c’è una esaustiva discografia dei vari gruppi presi in esame, realizzata da Richard K. Spottswood, e un corposo apparato iconografico con le digitalizzazioni di preziosi documenti d’archivio che vanno dalle copertine dei dischi alle locandine, dai primi contratti discografici a fotografie inedite. Il disco allegato con ventitré brani digitalizzati dai dischi a 78 giri, incisi fra il 1917 e il 1927, offre un imperdibile affresco sonoro, necessario per il lettore per comprendere l’importanza musicale e le influenze che ebbero negli anni a venire questi straordinari musicisti. Per quanti volessero poi approfondire le metodologie di lavoro della Fugazzotto consigliamo la lettura di “Ethnic Italian Records. Analisi, conservazione e restauro del repertorio dell’emigrazione italo-americana su dischi a 78 giri” edito nel 2015 da Documenta, emanazione editoriale dell’attivissima Biblioteca della Sardegna, con sede a Cargeghe (Ss). 


Salvatore Esposito

Admir Shkurtaj - Katër I Radës. Il Naufragio (AnimaMundi, 2015)

Sono passati quasi vent’anni dalla terribile tragedia dell’affondamento della motovedetta albanese Katër i Radës che colò a picco nel canale di Otranto nel 1997 a causa dello speronamento da parte di una corvetta italiana che tentava di respingerla dalle coste salentine. Morirono circa cento tra donne, uomini e bambini, fuggiti dalla guerra civile che stava insanguinando la loro terra, alla ricerca di un futuro migliore. Per ricordare questo tragico avvenimento, il pianista e fisarmonicista albanese, ma salentino d’adozione, Admir Shkurtaj ha composto “Katër I Radës. Il Naufragio” un'opera da camera su libretto di Alessandro Leogrande, portata in scena per la prima volta nell’ottobre dello scorso anno alla Biennale di Venezia nell’ambito della Cinquantottesima Edizione del Festival Internazionale di Musica contemporanea, con la coproduzione dei Cantieri Teatrali Koreja di Lecce e la regia di Salvatore Tramacere. A differenza dei suoi precedenti lavori “Mesimé” del 2012 e “Feksìn” del 2014, incentrati prettamente sulla riproposizione in chiave contemporanea per pianoforte solo della tradizione musicale salentina, quest’opera vede Shkurtaj alle prese con un ensemble di otto strumentisti composto dallo stesso musicista albanese (fisarmonica, oscillatori analogici), Marco Ignoti (clarinetto, clarinetto basso), Giorgio Distante (tromba, live electron ics), Jacopo Conoci (violoncello), Vanessa Sotgiu (pianoforte) e Pino Basile (cupa cupe, percussioni), a cui si aggiungono le voci di Simona Gubello, Maria Luisa Casali (soprani), Marzia Marzo (mezzosoprano), Stefano Luigi Mangia (voce sperimentale) e Alessia Tondo (voce popolare), gli attori Emanuela Pisicchio, Anna Chiara Ingrosso e Fabio Zullino, nonché il coro polifonico albanese Violinat e Lapardhase. Mescolando elementi di musica classica, jazz ed echi dei canti polivocali della tradizione albanese, Shkurtaj ha dato vita ad un’opera non legata semplicemente alla memoria della tragedia che si consumò nel canale di Otranto, ma piuttosto evoca in modo assai toccante il dramma di chi riuscì a salvarsi e di quanti vi persero la vita con le loro storie, i loro pensieri e le loro speranze tradite. Dopo il grande successo raccolto dal vivo, quest’opera è diventata anche un disco pubblicato dall’etichetta salentina AnimaMundi con il sostegno di Puglia Sound e registrato presso i Sud Est Studio di Guagnano (Le) tra il 18 e il 19 maggio del 2015. Nel complesso l’album conserva intatta tutta la potenza evocatrice racchiusa nell’intreccio narrativo, e sebbene il solo audio ci privi dell’emozione che può nascere dall’azione scenica, ascoltando attentamente si riesce a percepire chiaramente le sfumature, i chiaroscuri compositivi e le suggestioni che caratterizzano l’alternarsi di recitavi, strumentali e parti cantate. Traccia dopo traccia, tra dissonanze, interludi lirici, spaccati rumoristici e spaccati di pura musica sperimentale si ripercorrono i momenti che precedettero il dramma con le voci della sala comando della nave della Marina Italiana, la fuga dalla guerra, l’imbarco dal porto di Valona, e poi ancora l’attraversata di quella strisca di mare che separa Italia ed Albania fino all’impatto. “Katër i Radës. Il Naufragio” è, dunque, un lavoro di grande pregio nel quale la musica contemporanea si confronta la musica tradizionale, estendendo il percorso di ricerca cominciato da Shkurtaj con i due dischi per piano solo. 


Salvatore Esposito

Canto Generàl featuring Louis Moholo-Moholo – Rebel Flame (Ognu, 2015)

Nato con l’intento far rivivere il “Suono Africano” nato tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta da quei musicisti fuggiti dal Sud Africa in Inghilterra, durante l’apartheid e la prigionia di Nelson Mandela, Canto Generàl è un collettivo jazz a geometria variabile che sin dalla sua formazione abbiamo visto esibirsi ora come big band ora con line-up più ristrette, sempre animato da grande ispirazione. Come lascia intendere il nome del gruppo, mutuato da una poesia di Pablo Neuda, nella loro cifra stilistica si riflette il quel grido di libertà racchiuso nelle composizioni di Dudu Pukwana, Mongesi Feza, Johnny Dyani, Harry Millier e Louis Moholo-Moholo, che ripropongono conservandone intatto il messaggio ancora drammaticamente attuale. A partire dagli anni Novanta, il collettivo Canto Generàl ha suonato in numerosi festival nazionali ed internazionali, oltre a pubblicare lo strepitoso disco “Viva La Black. Live at Ruvo” registrato dal vivo, nel corso del Talos Festival, in formato big band con Louis Moholo-Moholo, Keith Tippett e Julie Tippetts. Il loro nuovo album “Rebel Flame”, vede protagonista Canto Generàl in veste di quintetto composto per l’occasione da un esplosivo Pino Minafra alla tromba, Roberto Ottaviano sorprendentemente al sax contralto in luogo del soprano, il talentuoso Livio Minafra al pianoforte, l’impeccabile Roberto Ballatella al contrabbasso già protagonista in “Viva La Black”, e l’immarcescibile Louis Moholo-Moholo alla batteria. Registrato dal vivo il 6 luglio 2007 a Tivoli in occasione della Tredicesima edizione del festival Along Came Jazz (con l’esclusione del brano conclusivo proveniente dal concerto al Perpignan Jazz Festival), l’album è stato pubblicato dalla prestigiosa etichetta inglese Ogun Records guidata da Hazel Miller, moglie del contrabbassista sudafricano Harry Miller, e presenta sette brani che nel loro insieme restituiscono intatta tutto il dinamismo e la vitalità del quintetto sul palco. Il drumming inimitabile di Moholo, l’eclettico approccio pianistico di Livio Minafra, le scansioni ritmiche di Ballatella e l’incandescente dialogo dei fiati di Pino Minafra e Roberto Ottaviano sono gli ingredienti di questo disco, nel cui concept è racchiuso, come scrive Onori nelle liner notes, il desiderio di questo collettivo di unire il sud di due emisferi, l’Italia e il Sud Africa, facendo emergere storie, identità e passioni. Si parte con l’improvvisazione strumentale tra piano e sax contralto di “Intro to A Song” che naturalmente ci conduce a “A Song – Except from “Frames”” di Keith Tippet, nella quale a brillare è il sound corale del quintetto con i fiati e la sezione ritmica in grande evidenza. La straordinaria versione di “Orage Groove” di Harry Miller con il suo ritmo trascinante e la splendida linea melodica costruita dagli ottoni, ci conduce alla ballata “Angel Normali” di Dudu Pukwana guidata dal drumming di Moholo e chiusa da una coda polifonica tutta da ascoltare. Si prosegue con due brani tratti dal repertorio di Keith Tippett ovvero la magmatica “Thoughts To Geoff” e quel gioiellino che è “Dedicated to Mingus”, in cui spicca il dialogo tra il piano e i fiati, fino a giungere alla title-trck firmata da Roberto Ottaviano, Pino e Livio Minafra. “You Ain’t Gonna Know Me ’Cos You Think You Know Me” di Mongezi Feza chidue un disco brillante che non mancherà di regalare grandi emozioni all’ascoltatore. 


Salvatore Esposito

giovedì 24 dicembre 2015

Numero 235 del 25 Dicembre 2015

Per onorare le Feste, la redazione di “Blogfoolk” vi regala un numero 235 ricchissimo, aperto dalla cover story, dedicata a “Synfuniaa” di Davide Van De Sfroos. Il cantautore laghée racconta questo suo nuovo lavoro, nel quale rilegge il suo repertorio insieme alla Bulgaria National Symphony Orchestra. Dalle acque del lago, scendiamo nel prolifico Salento per presentare il progetto “Voci per un presepe”, nel quale brani natalizi della tradizione sono stati ripresi da Rocco Nigro e interpretati dalle principali voci della scena locale. A fare da compendio al disco sono i racconti di Wilma Vendruccio. Ci spostiamo in Calabria, per andare alla scoperta degli Almafolk e del loro album “Volamu li vesti”. Restiamo nel Mediterraneo, trasferendoci, però, nell’area di Valencia, per conoscere la tradizione del ‘cant d’estil’, proposta dal cantante, autore e chitarrista Carles Dénia in “L’home insomne”, che è il nostro Consigliato Blogfoolk della Settimana: un disco entrato nella rosa dei migliori cinquanta album del 2015 votati dai critici della Transglobal World Music Chart. Restando nella penisola iberica, ci occupiamo di “Agua en la boca. Au-delà du Fado” della cantante lusitana Maria Berasarte. Da oltreoceano, invece, arriva il box set di 5 CD+libro+DVD “Folk Song Of Another America. Field Recordings from the Upper Midwest, 1937-1946”, curato da James P. Leary: un notevole lavoro, che mette insieme preziose registrazioni, raccolte da ‘songcatchers’ del calibro di Sidney Robertson, Alan Lomax e Helene Stratman-Thomas. Altri storici documenti sonori sono acclusi al volume “Musiche tradizionali di Aggius”, curato da Marco Lutzu, rivisitazione critica dei materiali d’archivio ereditati dalle campagne effettuate dal CNSMP nel borgo gallurese. In chiusura, ecco il consueto sguardo sul jazz con “My Chet My Songs” del contrabbassista Riccardo Del Fra e uno speciale della rubrica Italian Sounds Good. Da ultimo un pensiero va Riccardo Marasco, straordinaria voce della Toscana, scomparso recentemente ed a cui dedichiamo questo numero..

Ciro De Rosa 
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
LETTURE
SUONI JAZZ
ITALIAN SOUNDS GOOD

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Sinfonia Laghée. Intervista con Davide Van De Sfroos

Ad un anno dalla pubblicazione dell’eccellente “Goga e Magoga”, Davide Van De Sfroos torna con “Synfuniia”, disco che raccoglie una selezione di brani tratti dal suo repertorio riarrangiati dal Maestro Vito Lo Re ed incisi con la Bulgarian National Radio Simphony Orchestra. Si tratta di un lavoro di grande forza evocativa che esalta la dimensione narrativa e cinematografica dei brani del cantautore laghée, consentendo all’ascoltatore di scoprire tutte le sfumature poetiche dei testi. Abbiamo intervistato Davide Van De Sfroos per farci raccontare come è nato questo progetto, senza dimenticare un approfondimento retrospettivo sul rapporto con la musica tradizionale e  l’evoluzione del suo songwriting.

Come nasce “Synfuniia”?
“Synfuniia” più che da una gestazione personale è arrivato come un dono quasi piovuto dal cielo perché non conoscevo il maestro Vito Lo Re prima che lui si presentasse con questa idea. Oltre ad essere un direttore d’orchestra è anche un mio fan e secondo lui diversi brani del mio repertorio si prestavano ad arrangiamenti sinfonici, così mi ha proposto una scaletta di brani e mi ha chiesto se andasse bene. Ho detto subito di si. Poco tempo dopo mi ha fatto ascoltare l’arrangiamento di due brani con un’orchestra per farmi capire come si sarebbe indirizzato il lavoro, e dopo aver provato ad aggiungere la mia voce, ho capito che non sarebbe stata una cosa astrusa. Questo lavoro avrebbe funzionato e poteva essere una bella esperienza. Il maestro Lo Re ha così cominciato a lavorare sui vari brani su cui poi ho aggiunto la mia voce.

Com’è stato registrare con un orchestra sinfonica?
E’ stato molto interessante tanto dal punto di vista emotivo quando da quello musicale perché per la prima volta le canzoni sono state cantate senza chitarre e senza gruppo, ma si reggono sul tappeto sonoro dell’orchestra. Mi sono trasformato quasi in un narratore delle mie canzoni e la musica è diventata quasi una colonna sonora. Questo disco non è dunque una collaborazione tra orchestra e band come nel caso dei Deep Purple o Metallica o tutti gli altri musicisti che hanno fatto questo tipo di esperimento, ma è molto più simile al lavoro fatto da Peter Gabriel, il quale ha usato solo voce e orchestra. Ho dovuto cavalcare questa struttura apparentemente più complessa ma che mi ha dato più possibilità di apertura ed elasticità. Sono riuscito a stare in equilibrio sulla ritmica ed allo stesso tempo mi sono lasciato andare come espressività, quindi da un punto di vista della resa mi sono trovato molto bene.

Come avete scelto i brani?
La scaletta dei brani è stata inizialmente proposta dal maestro Lo Re, e abbiamo ne abbiamo spostato solo un paio, ma sostanzialmente andava bene, perché lui aveva in mente già la visione di ogni brano. Lui mi ha spiegato ogni brano ed io sono riuscito a capire come voleva indirizzare il lavoro, di alcuni avevo una percezione e mi aspettavo quello che poi è arrivato, per altri non ho avuto la possibilità di afferrare subito quello che sarebbe successo ma poi ho compreso tutto quando ho ascoltato gli arrangiamenti e sono stato favorevolmente colpito.

Quanto è stato importante riscoprire la dimensione narrativa e cinematografica dei tuoi brani attraverso gli arrangiamenti dell’orchestra?
Incidendo questo disco, più della dimensione narrativa, ho riscoperto la dimensione cinematografica di questi brani. Non l’avevo però dimenticata perché sono stati sempre una sorta di cortometraggi avendo un inizio ed un epilogo, mentre in altri casi addirittura prevedevano un azione cinematografica. Tutto questo riletto ed arrangiato con la Bulgarian National Radio Symphony Orchestra, specializzata in colonne sonore, mi ha consentito di riscoprire una visionarietà simile a quella di un certo cinema, e questo tanto nei brani movimentati come “Yanez”, “Il Duello” quanto in quelli più lenti, meditativi ed onirici. Questo è stato un grande regalo perché ogni tanto bisogna provare a cambiare scenario per riscoprire quello che magari si era dimenticato.

In “Synfuniia” manca uno dei brani più lirici del tuo repertorio e forse quello che meglio si sarebbe adattato a questa dimensione sinfonica, ovvero “40 Pass”. Come mai?
E’ strano anche che non ci siano anche altre ballads che si sarebbero prestate molto, però ovviamente se cominciavamo a fare il conto degli esclusi, avremmo dovuto pubblicare un disco quadruplo ed è già stato molto costoso e complesso fare questo lavoro. Certo hai ragione ci sarebbe stato molto bene, e non è escluso che in qualche modo forse in acustico con il pianoforte possa essere portato nei due concerti che faremo, perché sappiamo benissimo la valenza di questo brano. La verità è che è strutturato già in modo classico con il pianoforte che aggiungere tutta l’orchestra sarebbe stato forse superfluo, come ne “Il Cavaliere Senza Morte” che è il brano che forse ancor di più ha qualcosa di lirico, ed anche in quel caso forse questo lavoro sarebbe stato inutile. Il maestro Lo Re ha preferito basarsi su brani che nessuno si sarebbe aspettato in questo arrangiamento sinfonico.

Tra i brani più sorprendenti nell’arrangiamento sinfonico c’è senza dubbio “Aquadulza”…
L’arrangiamento di “Aquadulza” ti fa pensare alle onde del lago, quindi ci stà anche quella. Dal punto di vista della sorpresa si ha certamente un capovolgimento di scenario, ma non si resta delusi perché questi arrangiamenti ti fanno vedere il brano sotto un'altra luce. E’ chiaro che questi arrangiamenti non sono nati per fare il paragone con l’originale perché quelli resteranno tali e non saranno cambiati, queste sono versioni diverse, momentanee per fargli fare un giro con un vestito differente. 

Oltre ai due concerti in programma, ci sarà anche un tour con l’orchestra sinfonica?
Un tour no perché è un po’ improponibile dal punto di vista logistico e dei costi. Sulla carta l’esperienza finisce qui. Il disco esce quasi a Natale e a questo seguiranno i due concerti. Poi ripartirò in tour in chiave molto folk, nel tentativo di ritornare a casa, alle origini, al roots, a quel genere che mi ha portato fortuna con brani come “La Balera”, “La Ninnannana del Contrabbandiere”, “De Sfroos”, e “La Curiera”, quei brani legati a quello spirito del territorio, alle atmosfere dell’osteria, alle leggende del lago, alle storie raccontate sottovoce tra camini e stanze da letto. Dopo tutti questi viaggi, queste contaminazioni sonore, Davide Van De Sfroos ha l’esigenza di tornare a casa sua, e lo farà con un tour molto folk che si terrà tra l’inverno e la primavera.  

Facciamo un passo indietro nel tempo. Qual è il tuo rapporto con la tradizione della tua terra…
Il mio rapporto antropologico con la mia terra è stato veramente assoluto e capillare, basti pensare che ultimamente ho seguito il progetto di una docufiction “Terra e Acqua” durato tre anni e ho girato sul territorio con una piccola equipe cinematografica con un regista e un fonico e abbiamo fatto venti film di un’ora l’uno, e quatto guide cartacee. Ho fatto un percorso che può essere paragonato a quanto fatto da Lomax per il Blues dal punto di vista antropologico. Ho cercato di riscoprire leggende, modi di essere, modi di dire, luoghi di interesse storico, ma anche curiosità gastronomiche legate al territorio. La mia musica è molto legata al territorio perché parla di cose e zone che sono a me vicine, con il mio dialetto, quindi c’è anche un discorso cultural linguistico alla base, tuttavia lo capisce anche un cretino che non è una musica folkloristica che si identifica con il territorio perché qui non abbiamo una radice forte come ci può essere nella tammurriata o nella pizzica. La musica tradizionale del lago di Como non esiste in modo così nitido, ci sono le bande, ci sono dei canti, delle ninne nanne, i suonatori di flauto ma sono legate la folklore tradizionale. Io faccio una musica che è folk perché ci sono tutti gli ingredienti del genere a partire dai testi, però ho sempre spaziato nel rock, nel blues, nel reggae, nelle ballad, nello storytelling e in questo caso anche nella musica sinfonica. Ho fatto un lavoro molto personale dal punto di vista musicale, ovvero quello di trasferire nei miei brani quello che era la mia percezione musicale. E’ stato come una rete che passava e che attraverso gli anni ha trattenuto vari elementi. Ho passato una vita ad ascoltare tantissima musica anche d’oltreoceano, e sono rimaste impigliate in questa rete molte sfumature, ma la mia musica non è mai qualcosa di poggiato sulla sostanza folk.

Parlando del tuo processo creativo come nascono i tuoi brani in laghée?
Nel modo più naturale possibile, senza nessuna contraffazione o esagerazione. Non è che mi sono dovuto sforzare di tradurre in dialetto delle canzoni che avevo pensato in italiano. Le mie canzoni nascono in dialetto perché prendono vita da scenari e da circostanza che avvenivano in laghée. Se mai si può parlare di iperealismo, e non un lavoro cubista perché si va trasformare qualcosa in un altro modo per fare qualcosa di diverso dagli altri. E’ un modo quasi geloso di conservare le cose come sono nate, ed ogni passaggio superfluo sarebbe stato un alterazione. 
Certo non c’è l’immediatezza della comprensione come potrebbe accadere con un testo in italiano, ma la mia musica non è un esperimento mainstream o da classifica. In Italia c’è un po’ di preconcetto sul dialetto e se si sente parlare di dialetto spesso si equivoca e si pensa che gli sta per arrivare un disco legato al tempo che fu, se non si ha la pazienza di ascoltare di cosa si tratta. Ho notato però che la gente ha apprezzato molto, e più era lontana dalla Lombardia e più vedeva questo esperimento come qualcosa di esotico, come del resto io mi sono esaltato ascoltando i gruppi della Sicilia, del Salento o ancora Fabrizio De Andrè che cantava in dialetto genovese. Dal punto di vista del risultato dire che sono molto soddisfatto perché tutti hanno capito, ed anche imparato queste canzoni. 

Come si è evoluto in questi anni il tuo songwriting?
Per me è stato sempre importante scrivere canzoni che venissero tanto da dentro me quanto anche dall’esterno. La musica era il tappeto su cui camminavano le storie, e serviva che fosse semplice ed immediata. e quindi usavo il country come ne “La Balera”, “La Curiera”, “Nona Lucia” aggiungendovi anche una vena comica, un po’ anche scurrile. Poi però si cambia, si cresce, si invecchia e si comincia a pensare a cose più complesse, si inventano mondi, si percepiscono più cose, ci sono più incastri. Non sarei stato più credibile se avessi ignorato tutto questo, quindi era necessario cantarlo. Arriva anche il momento in cui capisci che dentro di te ci sono dei vulcani in eruzione, puoi avere momenti difficili, di depressione, di dubbio ed è necessario condividere anche questo con la tua chitarra. Diversamente ci sarebbe un tuo lato che stai forzatamente tarpando perché non gli consenti di dire quello che vuole dire. 
Nel nome di una lealtà anche con me stesso, ho cercato di inserire anche dei testi che erano anche un po’ più visionari, come erano un po’ quelli del primo Bob Dylan o di quei cantautori dell’epoca che facendo uso anche di sostanze avevano visioni un po’ psichedeliche. Nei dischi “Pica”, “Yanez” e “Goga e Magoga” sono arrivato al massimo del garbuglio generale di quelle cose che mi attraversavano e piano piano sono riuscito a sciogliere il tutto, a farle uscire e a condividerle con l’ascoltatore. In “Goga e Magoga” ci sono dei brani come “Calderon de la stria” o “Mad Max” che sono colmi di simbologie, racchiudono visioni un po’ profetiche, un po’ poetiche e questo era essenziale che emergesse. Adesso che questa esperienza è stata fatta, mi sento più libero anche di fare cose differenti. Era un passaggio necessario, però l’ho fatto. 

Un esempio di canzone simbolica è proprio “Il Calderon de la Stria” che hai ripreso anche in “Synfuniia”…
E’ un brano che nasce da un flusso mentale, come quando si fa la meditazione caotica o quando si va dallo psicologo. Ti metti lì e racconti un sogno, tipo “Motopsycho nightmare”, qualcosa che tu accendi e fai venir fuori questa tua visione, e ogni volta che la ascolti cominci a capire cose che nemmeno tu hai colto quando l’hai scritta. La capisci man mano come fossi un analista altro da te. Santa Klaus con in mano un Montenegro e poi c’è il ginecologo che dice non avrei fatto il ginecologo se avessi avuto fantasia, questa è una frase reale detta dal ginecologo che ha fatto nascere i miei figli una notte alle tre… Ci sono immagini taglienti come “la solitudine è un ventaglio complicato che devi saper aprire e chiudere con maestria” perché tutti vogliamo essere un po’ solitari ma non ci piace essere soli. Il limite è molto labile. E poi “hanno fatto naufragare anche le navi in bottiglia e qualcuno ne segue la scia”, perché sono riuscito a farmi perdere anche le cose che sembravano sotto controllo. La canzone “Chi” nasce allo stesso modo e quella frase “il figliol prodigo dell’aritmetica conta i minuti con le pose… questa è una frase rocambolesca ma il figliol prodigo della matematica sono io perché sono discalculico ancora tuttora. Ritorno al calcolo che ho abbandonato come un figliol prodigo per dare riposo al martello pneumatico del tempo che non mi lasciava più spazio. Arrivo anch’io a richiedere indietro i numeri che non ho frequentato o la scienza o la fisica quantistica che mi appasisone perché l’ho lasciata da parte da ragazzino ma ora ho bisogno di loro.

“Goga e Magoga” è un disco molto tuo, molto profondo che amplia la tua ricerca interiore cominciata in brani come “Long John Xanax” e “Donna Luserta”…
Sono due brani molto complessi, coraggiosi, è un outing in cui ho raccontato a cuore aperto i miei problemi. Io sul parlare d’altri, o canzoni sulla mia famiglia, o ancora sui sentimenti non mi piacciono perché metto in ballo gente che non sono me stesso. Non ho mai avuto mai grandi firewall nel parlare di me. Sto cantando e potete tranquillamente sentire come sto, diversamente cantiamo canzoni sulle pene d’amore o sulla casetta in canada. Se devo parlare del me stesso intimo lo faccio senza problemi, quando devo parlare delle relazioni con gli altri sono più protettivo. “Goga e Magoga” nella sua stessa struttura ha la simbologia di uno psicofarmaco perché ha otto brani ansiolitici e otto brani antidepressivi. Otto brani che servono per calmare e otto brani che martellano perché devono scuotere. Questa cosa l’ho capita mentre lo stavo facendo. C’erano dei brani che servivano a controbilanciare gli altri, e che tutti dovevano stare dentro questo disco. E’ un disco bipolare anche nella struttura, è un disco complesso che non tutti hanno capito, soprattutto quelli che si aspettano i brani più danzerecci lo hanno tenuto come una cosa aliena, strana, a tratti anche pericolosa. Non tutti sono riusciti a farsi coinvolgere da questo disco. 

Vale la pena saper educare il proprio pubblico…
Non bisogna calar le braghe davanti a tutto perché sappiamo che va bene per tutti, altrimenti non avrei fatto il disco con l’orchestra, o questi ultimi tre dischi. Vale la pena essere onesti e credibili con se stessi e fare le cose che ti esaltano in quel momento, se le fai avrai sempre la voglia di stare sul palco. Se fai qualcosa perché devi farlo presto o tardi questa stanchezza si vedrà.

Spesso hai incontrato le musiche del Sud Italia, sfatando il mito di artista radicato al nord Italia. Cito in questo senso la tua partecipazione alla Notte della Taranta dove hai cantato “Cesarina in medley con Porta Romana” in duetto con Antonio Castrignanò…
La vita artistica, personale, e sociale di una persona conta di più delle tante piccole etichette e presunzioni che specialmente una certa stampa si ostinava a darmi perché la notizia era più interessante se ci fosse qualcosa di politico di mezzo, piuttosto che basarsi semplicemente sulla mia musica. Credo che la politica non mi abbia mai amato particolarmente e non vedo perché io debba aver amato la politica, per cui il mio sottrarmi ad essa è sempre stato dichiarato e non me ne pento. Ci sono persone ed anche dei cantautori che si basano sulla politica e se ne servono. Io ho scelto un modo di approcciare il mio lavoro molto distante da essa, anche se musica e politica spesso vanno a braccetto. Nella mia musica c’è la vita della gente, la loro politica umana non quella partitica, per quella ci sono cantautori molto più preparati di me e molto più fiduciosi in un partito di me. Non avendo una parte spiccatamente politica non ho mai voluto farmi coinvolgere, quindi ho cantato per tutti. C’è voluto del tempo per farlo capire, certo al Sud lo hanno capito molto prima che di tanti altri al Nord, e venendomi a sentire, ascoltando quello che avevo da dire hanno capito bene quello che cantavo, e lo dimostrano le tante collaborazioni in Sardegna, e in Salento. In tantissimi casi mi sono incontrato con Eugenio Bennato il quale mi fa ogni volta la stessa domanda: “ma sei proprio sicuro che nella tua famiglia non c’è qualche meridionale?” A lui sembra strana la facilità con cui riesco ad immedesimarmi nei brani anche in dialetto del sud, dal campano al lucano, al salentino. Allo stesso modo è accaduto anche con altri, quando ho usato non solo il mio dialetto ma anche il loro. 
Quando vai in una regione poter portare un po’ della loro lingua è come portarsi a casa i suoi formaggi, le sue specialità o le fotografie che hai fatto. Per me questa cosa di essere uscito dalla Lombardia per raccontare la mia terra è stata la linfa vitale della mia musica, perché se avessi voluto rimanere qui a cantare con chi sapeva quel dialetto sarebbe stato un suicidio artistico, personale e anche umano.

Questo legame con le musiche del sud Italia emerge anche sul palco dei tuoi concerti…
“Santu Paulu” e “Kalinifta” le abbiamo suonate spesso sul palco, a volte anche interfacciate con canzoni che arrivavano da altre regioni.

Concludendo, hai parlato del prossimo tour con cui ritornerai alle origini. Il prossimo disco sarà sulla stessa scia?
Il prossimo disco nascerà con l’intento di riportare tutto a casa, di ritornare a sonorità folk sia esso nella concezione più intima o più movimentata. Vedremo in che modo e in che stile, però siamo ancora lontani perché non ci sono ancora i brani, ma l’intenzione di muoversi in questo senso c’è.


Davide Van De Sfroos – Synfuniia (Batoc67/Universal Music, 2015)
“Quando una canzone viene creata, qualunque sia la sua struttura, comincia ad esistere e a muoversi per conto suo nell’universo di tutti coloro che la ascoltano. Ne resti il padre ma non il padrone assoluto e a quel punto le sue possibilità diventano infinite. Se una canzone nata sul tavolo di un’osteria viene invitata a corte dall’imperatore, può farsi mille problemi, temere di essere stata presa in giro o di non far parte di quel mondo, che così facendo non conoscerà mai. Oppure può godersi il viaggio e ringraziare per l’invito. Il maestro Vito Lo Re ha trasformato queste canzoni in vere e proprie colonne sonore e quindi, proprio ad ognuno di voi auguro di farsi il proprio film, ascoltandole”. Così Davide Van De Sfroos presenta “Synfuniia” progetto speciale realizzato per festeggiare i suoi cinquant’anni e che lo vede rileggere quattordici brani del suo repertorio riarrangiati per l’occasione dal Maestro Vito Lo Re ed incisi tra Roma, Sofia e Cantù con la Bulgarian National Radio Simphony Orchestra. Sebbene a prima vista questo disco potrebbe sembrare un tentativo di inserirsi nel filone della moda dei dischi orchestrali che ha contagiato artisti italiani ed internazionali, già al primo ascolto si ci rende conto come i brani del cantautore lombardo vivano una vita nuova, svelandosi in tutta la loro forza evocativa, e mostrando in piena luce il tessuto narrativo e cinematografico su cui sono nati. Spogliati dagli arrangiamenti folk-rock e rivestiti dagli arrangiamenti orchestrali di Lo Re, le canzoni di Davide Van De Sfroos diventano i movimenti di una affascinante sinfonia per musica e parole che prende vita sulle acque del Lago per svelarci ora le sue storie ora spaccati introspettivi ora ancora momenti di leggerezza. La voce di Davide Van De Sfroos regge magnificamente il confronto con l’orchestra di quaranta elementi che lo accompagna ed è veramente impossibile non lasciarsi catturare dalle rocambolesche storie de “Il Duello”, di “Grand Hotel”, di “Yanez” o ancora de “La balera”, così come di grande intensità  sono le riletture brani più introspettivi come “El Calderon de la stria”, “Goga e Magoga” e “Mad Max”. Il vero vertice del disco arriva però sul finale con il trittico composto da “Il dono del vento”, “De Sfroos” e “Ninna nanna del contrabbandiere” con quest’ultima che brilla in tutta la sua semplicità poetica. Non resta, dunque, che aspettare il 30 e il 31 gennaio quando Davide Van De Sfroos porterà sul palco del Teatro Arcimboldi di Milano questo sorprendente progetto, si tratterà di due eventi unici che si preannunciano davvero da non perdere.


Salvatore Esposito