BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

sabato 29 agosto 2015

Numero 218 del 29 Agosto 2015

Partiamo dal Sud Italia, perché da qui, malgrado tutte le difficoltà e le questioni sociali irrisolte, provengono segnali di resistenza culturale, laboratori di progettazione, di riflessione sul rapporto tra musica e territori. Pensiamo all’estate musicale pugliese, che offre molto oltre il consumo della ‘taranta’ (termine odioso nell’accezione con cui è ormai usato in Italia): qui ci piace citare il garganico Carpino Folk Festival (di cui ci siamo occupati e di cui siamo stati media partner) o Suoni della Murgia, o in Campania, alla ventennale esperienza creativa dell’Ariano Folk Festival, alla fervente immaginazione caposseliana, che ha dato vita da qualche anno al Calitri SponzFest, di cui ci occuperemo prossimamente – e perché no – a  quella fucina culturale (con tanta musica live) che sta diventando La Luna e i Calanchi ad Aliano, in Lucania, promossa da Franco Arminio. O ancora alla proposta culturale di Paleariza in Calabria, che coniuga qualità ed esplorazione del territorio aspromontano e grecanico. Ma questi sono alcuni dei segnali, alcuni mediaticamente (e finanziariamente) forti, altri purtroppo meno, di un Sud che è ‘sangue vivo’. È indubbio che nel caso salentino, più noto, ci troviamo di fronte a una manifestazione diventata un brand di successo, che ha messo insieme musica ispirata alla tradizione orale locale e promozione turistica, con quell’immancabile gusto per l’esotico al quale non si può sfuggire e che può ben rappresentarsi con la ‘terra del rimorso’. Segno dell’alterità e dell’indicibilità di un passato tragico e di sofferenza, oggi riplasmato, nella cui ‘incomprensione’ si crogiola una frotta eterogenea di frequentatori del Salento del nuovo millennio. Dunque, non potevamo non occuparci de La Notte della Taranta, guardata da differenti punti di angolazione. Naturalmente, non ci fermiamo soltanto al raduno di massa di Melpignano, di matrice sempre più popular e sempre meno popolare, che ha visto quest’anno l’orchestrazione di Phil Manzanera, ma offriamo una panoramica su quello che è stato il Festival nel suo complesso, con i suoi concerti e incroci musicali anche rilevanti. Intervistiamo, poi, l’etnomusicologa Flavia Gervasi, membro del nostro comitato scientifico, la quale ci presenta la sua ricerca in itinere sulle abitudini di ascolto, le motivazioni e i gusti musicali del pubblico del concertone de “La Notte della Taranta”. Nello spirito della nostra proposta editoriale, mirante a far riflettere e far interagire ricerca e divulgazione, “Blogfoolk” sostiene e promuove tale importante studio, sottoponendo all’attenzione dei suoi lettori la compilazione del questionario online disponibile al seguente link: https://cawi.gmcricerche.com/ext/NdT. Ci spostiamo, poi, nell’avellinese per Ariano Folk Festival, la cui ventesima edizione ha avuto la frontiera come filo tematico, ossia quella linea che separa due territori, ma che è pure continuamente attraversata, che certamente Ariano Irpino, per la sua posizione strategica di cerniera tra la Campania e la Puglia, incarna perfettamente. La rubrica Memorie ritorna in Sardegna con Paolo Mercurio, che presenta il saggio “Peppe Cuga e Pietrino Curreli, riflessioni sull’ars poetica in limba”. Restiamo in Sardegna per parlare del magnifico “Novaera” dell’ensemble Cuncordu e Tenore de Orosei, prodotto dalla prestigiosa etichetta francese Buda Musique, che ci sentiamo di consigliarvi insieme al nu-folk britannico di “Conflict Tourism” del duo Gilmore & Roberts. Alla musica tradizionale di tutta Italia guarda l’esordio omonimo de Le Matrioske, mentre espressione dell’arte musicale del mondo mesopotamico, è il lavoro dell’oudista Ahmed Mukhtar, di cui recensiamo “Music From Iraq”, pubblicato da Arc. A chiudere il numero non ci facciamo mancare lo sguardo sulla canzone d’autore italiana con “La La La”, nuovo album di Pietro Sidoti. Prima di lasciarvi alla lettura del numero 218, proprio nell’andare “in stampa” è arrivata la notizia dell’assegnazione del Premio Città di Loano per la Musica Tradizionale italiana a “Maggio”, album di Riccardo Tesi & Banditaliana (disco dell’anno anche per “Blogfoolk”, che ha premiato l’artista toscano all’interno agli stati generali della musica del MEI lo scorso gennaio). Scorrendo i primi dieci nomi, troviamo davvero il meglio di quanto pubblicato lo nel 2014 in Italia, artisti appartenenti a generazioni diverse, segno di una vitalità musicale spesso misconosciuta: dall’Orchestra Bottoni al Duo Bottasso, da Tre Martelli & Gianni Coscia a Lucilla Galeazzi, da Unavantaluna a Renat Sette/Elva Lutza, da Nando Citarella ai Liguriani, da Salvo Ruolo a Roberta Alloisio. Significativi e meritatissimi anche il Premio alla Carriera e il Premio alla Realtà Culturale, assegnati dalla direzione artistica e dall’organizzazione per i loro tragitti culturali, rispettivamente, alla gloria nazionale sarda, che è il maestro delle launeddas Luigi Lai, e agli occitani Lou Dalfin. Ricordiamo che i premi saranno consegnati in occasione del Festival che si svolgerà a Loano (SV) dal 25 al 27 settembre 2015. Ci auspichiamo che nell’esterofilia dilagante di questa provinciale Italia, questo fiore di artisti, votati dall’autorevole giuria di giornalisti e studiosi coinvolta per il Premio, possa avere sempre più spazio in programmazioni festivaliere nostrane, diverse da musica trad e folk, proprio come avviene nelle rassegne estere, a cui spesso si guarda.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Festival Itinerante e Concertone de La Notte della Taranta, Comuni della Grecìa Salentina (Le), 3-22 Agosto 2015

Nell’arco di diciotto edizioni, il Festival de La Notte della Taranta da evento a dimensione locale, incentrato sull’incontro tra la tradizione musicale salentina e i suoni del mondo, si è via via trasformato non solo in una rassegna sempre più ricca, ma anche in un brand di successo, che ha contribuito in modo determinante alla crescita turistica ed economica del Tacco d’Italia. Per comprendere le dimensioni del fenomeno basta dare uno sguardo ai dati relativi alla ricaduta economica sul territorio del festival (quindici milioni di euro secondo lo studio dell’Università Bocconi di Milano), e non è un caso che Stefano Cianciotta, ricercatore del think thank Competere.eu, abbia sottolineato come questo evento sia “un modello per tutto il Mezzogiorno. Un esempio riuscitissimo di come la cultura possa generare Pil. Basta ricordare che nel 1996 i posti letto nell’area della Grecìa Salentina erano poche decine e oggi sono oltre dieci mila. Ogni euro di denaro pubblico investito nel festival produce un ritorno sul territorio dalle 10 alle 12 volte superiore”. Alla crescita esponenziale dei dati economici e turistici, non ha però corrisposto un percorso virtuoso di tutela del patrimonio della cultura di tradizione orale, via via marginalizzato sino quasi all’irrilevanza, con buona pace della Fondazione Notte della Taranta, istituita essenzialmente con questo scopo. La tanto favoleggiata costituzione di un archivio sonoro, la promozione di attività di studio e di ricerca sulla musica e la danza tradizionale, la valorizzazione delle tecniche esecutive per gli strumenti e il canto della tradizione, sono solo alcune delle cose che ancora mancano per creare una solida base culturale al festival salentino, evitando lo spettro di una deriva sanremese (si veda quest’anno l’illuminata presenza dei grandi vecchi della sala stampa dell’Ariston). 
Insomma, quella sensazione di progressivo “cupio dissolvi” che aleggiava lo scorso anno, sembra essere nel 2015 qualcosa di più che un rischio reale, e ciò anche alla luce delle recentissime dimissioni dal comitato scientifico de La Notte della Taranta da parte del Prof. Eugenio Imbriani. Ridurre la storia e la memoria del tarantismo ad una serie di favolette accattivanti adatte all’audience di Facebook, veicolare una tradizione attraverso post e video piuttosto irritanti, ridurre un patrimonio culturale al numero di like, o peggio ancora abbandonarsi alla convinzione che basti la comparsata di un big della musica italiana per accendere i riflettori sulla cultura orale di una terra, sono sintomi inequivocabili della svendita di una primogenitura per un piatto di lenticchie. Fortunatamente, il Salento è una terra di resistenze culturali importanti, e nonostante l’autolesionismo militante della politica, sarà difficile plasmare a proprio piacimento o mettere da parte memoria, tradizione, e cultura orale. Un esempio ne è certamente la rassegna la Notte Incanta, organizzata dall’Associazione Sottotraccia, e che parallelamente alle tappe del festival itinerante ha proposto, all’interno di suggestive location, una serie di eventi di grande spessore culturale come la proiezione del docufilm “Gitanistan – Lo Stato immaginario delle famiglie rom-salentine” di Pierluigi De Donno e Claudio Giagnotti, la presentazione di “Verde Lumia” il nuovo singolo dei Criamu, e del libro “A nuda voce. Canto per le tabacchine” di Elio Coriano, ma soprattutto la performance narrativa e teatrale “L’antropologo a domicilio” di e con Paolo Apolito. Venendo più direttamente al festival itinerante, le sedici tappe che hanno attraversato la Grecìa Salentina, hanno registrato ben trecentoventimila presenze, un record favorito anche da una programmazione ricchissima. 
Aperto dal progetto speciale “L’America andata/ritorno” dei Nidi D’Arac con la partecipaizone del duo argentino Bolando, il Festival ha regalato poi diversi appuntamenti da non perdere come la tappa del 4 Agosto a Castrignano de’ Greci con i siciliani Matrimia, e i campani Spaccapaese e Marcello Colasurdo, quella del 7 Agosto a Sogliano Cavour con Bandadriatica che ha presentato un progetto speciale con i Tukrè, e l’omaggio a Sergio Torsello nella sua Alessano il 12 agosto con Ambrogio Sparagna e i Solisti dell’Orchestra Popolare Italiana. Un discorso a parte lo merita la tappa leccese, con i concerti di Lucilla Galeazzi, la quale ha presentato dal vivo il suo ultimo disco “Festa Italiana” accompagnata da una band stellare in cui spiccava la chitarra di Giuseppe De Trizio, e di Bombino che ha confermato di essere un animale da palcoscenico in grado di macinare live act travolgenti. Non sono mancate le occasioni in cui i musicisti salentini si sono confrontati con alcuni ospiti stranieri, come nel caso dell’esplosivo concerto dell’11 agosto con protagonisti Antonio Castrignanò e Fanfara Tirana, o la magnifica serata del 18 agosto a Sternatìa con l’incontro tra Officina Zoè e la cantante norvegese Marie Boine, o ancora la tappa conclusiva in cui Enza Pagliara è stata affiancata sul palco dal marocchino El Mehdi Nassouli e dall’ensemble Unda Maris. La conclusione del festival, come di consueto, è stata affidata al concertone finale, tenutosi sabato 22 agosto nella splendida cornice del piazzale dell’ex Convento degli Agostiniani di Melpignano (Le). Ad aprire le danze sono state le note della banda dell’Associazione Musicale Grecìa Salentina, che ha attraversato in lungo ed in largo il centro cittadino, prima di concludere il suo giro in mezzo al pubblico, che stava via via riempiendo il vasto prato di fronte l’ex convento degli Agostiniani, fino a raggiungere la cifra record di duecentomila presenze (secondo le fonti locali). 
Mentre il sole era ancora alto, ha preso il via il ricco programma del pre-concertone, la cui apertura è stata affidata alla spumeggiante performance dei Tamburellisti di Otranto, ensemble composto per lo più da bambini, i quali con il loro entusiasmo e la loro vitalità hanno sin da subito animato la platea. Di pari intensità sono stati, poi, il tributo ad Uccio Bandello di Cardisanti e Mimmo Cavallo, e la performance del cantautore Pino Ingrosso che ha proposto il suo nuovo progetto artistico “Note di un viaggio”. Calata ormai la sera, il palco è stato illuminato dalla scenografia, ideata dal designer Fabio Novembre, con il grande ragno circondato da una ragnatela di luci, sfondo perfetto per l’eccezionale set del Canzoniere Grecanico Salentino, che ha celebrato i suoi quaranta magnifici anni con la partecipazione della compagnia di danza verticale Cafelulè e dello scrittore Erri De Luca, già autore della toccante ed attualissima “Solo Andata”. Dopo il cambio di palco, nel corso del quale è stato presentato un breve ed accorato video tributo all’indimenticato Sergio Torsello, al quale era dedicata l’edizione di quest’anno del festival, è salita sul palco l’Orchestra de La Notte della Taranta, diretta dal Maestro Concertatore Phil Manzanera e dagli assistenti Enza Pagliara (voce) ed Antonio Marra (batteria), e composta da Alessia Tondo, Ninfa Giannuzzi, Stefania Morciano, Alessandra Caiulo, Antonio Amato (voci), Antonio Castrignanò, Pietro Balsamo, Giancarlo Paglialunga (voci e tamburi a cornice), Riccardo Laganà, Carlo “Canaglia” De Pascali, Roberto Chiga, Martina Zecca (tamburi a cornice), Gianluca Longo, Massimiliano De Marco, Attilio Turrisi (corde), Roberto Gemma (mantici), Silvio Cantoro (basso), Alessandro Monteduro (percussioni), Nico Berardi (fiati), e Claudio Prima (organetti). 
Mentre la grande ragnatela sullo sfondo si colorava di sfumature sempre diverse, Manzanera con la sua inseparabile Fender Stratocaster bianca, ha schiuso le porte alla sua visione della tradizione musicale salentina, studiata in questi mesi con grande passione e trasposto, attingendo ad un'ampia raccolta di registrazioni sul campo, dalla  quale è stata tratta la maggior parte dei brani in scaletta. L’apertura è stata affidata alle sole voci con il canto d’amore “Dove vai bella fanciulla”, proposta in un crescendo strumentale elettrico con la chitarra di Manzanera e la batteria di Marra, a guidare rispettivamente la linea melodica e quella percussiva. Nell’alternarsi delle voci femminili dell’orchestra sono arrivate poi in successione la trascinante “Pizzica De Partire” dalle registrazioni di Carpitella del 1960 e “Mamma La Rondinella” dalle field recordings di Lomax del 1954. Rispetto al passato, è emersa sin da subito una cura particolare per le voci, mai sovrastate dalla potenza ritmica dell’orchestra, e curatissime anche dal punto di vista stilistico. A seguire il canto in griko “Agapimu Fidela Protinì”, una versione che non ha reso giustizia  alla voce di Antonio Amato, e una travolgente “Pizzica di Torchiarolo” con protagonista assoluta la voce piena ed intensa di Enza Pagliara. Successivamente è salita sul palco Anna Phoebe della Trans-Siberian Orchestra, per una eccezionale versione di “Awaken” tutta giocata sul dialogo tra il suo violino e l'orchestra, seguita dalla corale “Cuccuruccu” con tutte le voci a dividersi le varie strofe. Gli arrangiamenti di Phil Manzanera seguono con scrupolo le melodie tradizionali, senza stravolgerle, aggiungendovi qua e là qualche sorpresa, come un assolo, un interplay con i fiati o i mantici, il tutto perfettamente amalgamato con la poderosa sezione ritmica in cui a primeggiare è stata la batteria di Antonio Marra, che a tratti sembrava rimandare alla percussività, che caraterizzava certi passaggi dell’edizione diretta nel 2003 da Stewart Copeland. 
Uno dei vertici della serata, è arrivato con lo struggente e commovente canto in griko “Klama”, interpretato magistralmente da Ninfa Giannuzzi, la quale non ha mancato di ricordare il suo autore Franco Corlianò, anche lui scomparso prematuramente qualche mese fa. Le voci potenti di Antonio Amato e Pietro Balsamo hanno regalato poi al pubblico una bella versione di “Pizzica di Martano”, ma gli applausi sono stati tutti per Antonio Castrignanò con l’anthem corale “Aria Caddhripulina”, dal repertorio di Pino Zimba. Nella seconda parte del concertone, il viaggio sonoro intessuto dalla Stratocaster di Phil Manzanera dal Salento tocca il Sud America con il suggestivo strumentale “Nuevo Espiritu” che sfocia prima nel canto narrativo “La Cecila” con le voci soliste di Antonio Amato, Stefania Morciano e Antonio Castrignanò, e poi nell’omaggio ad Uccio Aloisi con “Fiore di Tutti i Fiori”. Se ad un primo ascolto, la scelta di colorare gli arrangiamenti con nuances sudamericane, a tratti sembra non cogliere nel segno svuotando di drammaticità un canto come “La Cecilia” e facendo perdere quella semplicità poetica che caratterizza “Fiore di Tutti i Fiori”, con i brani successivi acquista un tratto differente, come ha dimostrato la bella versione di “Puttana Le Perdisti” con protagoniste le voci di Ninfa Giannuzzi e Pietro Balsamo, ma soprattutto lo spaccato in cui a rubare la scena è stato il chitarrista flamenco Raul Rodriguez con “Razon De Son” e una splendida “Pizzica degli Ucci”. All’Orchestra si è aggiunta poi anche la voce e la chitarra di Andrea Echeverri, la quale ha proposto “A Eme O” dal repertorio dei colombiani Los Aterciopelados, e una bella rilettura del canto griko “Oriamu Pisulina”. 
Si è ballato ancora con Alessia Tondo e Enza Pagliara che hanno interpretato la “Pizzica di Cisternino”, ma la prima grande sorpresa della serata è arrivata quando il palco ha accolto il batterista nigeriano Tony Allen e lo storico bassista dei Clash Paul Simonon. Questa sorta di supergruppo ha proposto una strabordante versione di “Secret Agent” con la complicità della chitarra di Raul Rodriguez e dell’Orchestra. Andrea Echeverri ha commosso poi con la sua personalissima interpretazione di “Pinguli Pinguli”, che ha introdotto alla terza ed ultima sezione, in cui a spiccare sono state “Pizzica di Aradeo” con protagonista la voce di Antonio Amato, e l’inedito e croccante strumentale “Pizzica Manzanera” in cui è tornata a brillare la chitarra dell’ex Roxy Music. Dopo il canto d’amore “Aremu Rendineddha” cantato da Alessandra Caiulo,  un boato del pubblico ha accolto sul palco Ligabue, il quale, dopo aver eseguito i tradizionali “Ndo Ndo Ndo” e “Beddha Ci Dormi” con Alessia Tondo, ha proposto “Il Muro del Suono” e “Certe Notti” dal proprio songbook. Una scelta quest’ultima su cui preferiamo sorvolare, ritenendola assolutamente fuori luogo, e del tutto inutile anche per lo stesso Ligabue, al quale non mancano certamente le occasioni per mettere in luce il proprio repertorio. Il finale è ancora tutto da ballare con la seconda parte della “Pizzica di Aradeo”, “Pizzica di San Vito” e la corale “Kalinifta” che ha chiuso il concertone. L’edizione 2015 de La Notte della Taranta porta con sé una latente insoddisfazione, e non per l’opera del Maestro Concertatore, al quale va riconosciuto grande impegno e dedizione nell’approcciare la tradizione salentina, ma piuttosto per la gestione generale di questo evento, che dovrebbe fungere da biglietto da visita di una storia millenaria, e di una cultura dalle radici ben radicate, ma che al contrario quest’anno sembra aver ricercato a tutti i costi un'anima pop, che non gli appartiene. Al direttore artistico Luigi Chiriatti, al quale va riconosciuto il merito di aver costruito in tempi brevissimi un programma comunque di grande pregio, spetterà il compito di dare un volto nuovo a questa manifestazione. Alle Istituzioni spetterà non ostacolare la cultura con scelte politiche, ma semplicemente favorire la tradizione di un territorio con un'azione amministrativa  efficace.



Salvatore Esposito

Le foto del concertone sono tratte dalla pagina ufficiale de La Notte della Taranta

Ariano Folk Festival, Ariano Irpino (Av), 20-23 Agosto 2015

L'Ariano Folk Festival ha compiuto vent’anni e per questa importante edizione ha scelto il tema Frontera, quella linea che separa due territori, che certamente Ariano Irpino, in provincia di Avellino, per la sua posizione strategica di cerniera tra la Campania e la Puglia, incarna perfettamente. Luogo di passaggio tra est e ovest, tra sud e nord, ha rappresentato un crocevia per molti scambi, commerciali e culturali. È al tema della frontiera che si sono ispirate le scelte musicali, in una cascata di suoni e colori iniziata il 20 e conclusa il 23 agosto, con selezioni rigorosamente di qualità, come l’AFF fin dagli inizi ci ha ben abituato. Realizzato anche grazie al patrocinio e al contributo di Regione Campania e Comune di Ariano Irpino, il festival è stato curato dai suoi inizi (quasi per un gioco tra amici) dall’associazione Red Sox ed è cresciuto fino ad oggi diventando uno dei più interessanti e ricchi appuntamenti estivi per le musiche del mondo. La novità logistica di questa edizione è stata la dislocazione dei concerti del Folkstage nella nuova location di piazzale Calvario, spazio in cui è stato possibile collocare, uno di fronte all’altro, due palchi gemelli: il Tribunal stage e l’Altitlan stage sui quali, in alternanza, è stato assicurato un flusso ininterrotto di musiche per tutta la serata. E ora veniamo al dunque, ovvero ai concerti delle quattro serate dell'AFF: inizio il 20 agosto con i ritmi brasiliani di Forrò Mior, le calde sonorità dell’Orchestra Cesaria Evora, l’impegno travolgente dei Mau Mau. Si è continuato il 21 con il tropical pop di Hollie Cook, i ritmi reggae di El V and the Gardenhouse feat. Sergent Garcìa e Batida con sonorità a cavallo tra Lisbona e l’Angola. 
Ancora, per sabato 22 una serata tutta italiana con i siciliani Tinturia, il vicentino Luca Bassanese e la piccola orchestra popolare, per chiudere con i salentini Mascarimirì feat. Nux vomica dalla Francia. Gran finale domenica 23 con i portoghesi Dead Combo, la cumbia di Sergio Mendoza y la orkesta, per concludere con gli attesissimi Calexico, la band di Tucson, Arizona, che mescola in un insieme ricercato rock, atmosfere western e mariachi. Al termine di tutte le serate è andato avanti fino a notte fonda un dj set con Lord Sassafras e dj Scratchy. Hanno affiancato i concerti, le attività collaterali con una notevole ricchezza di proposte: dall’Aperiworld con le tapas irpine al Bookzone per reading teatrali, letture e presentazioni di libri; dal torneo Folkscacchi in villa comunale alla Cinezone con masterclass di fotografia e proiezione di film: non ultimo “Il sale della terra” di Wim Wenders sull’opera del fotografo Sebastiao Salgado. La Villa Comunale è stata al centro di diverse attività, come il Relaxafolk (spazio stretching) e lo Spazio teatro con annesso laboratorio. Anche presso il Corazone, allestito presso il baretto che si affaccia sul panorama della vallata, non sono mancati momenti affidati ai DJ. Nel piazzale Convento intorno all'area del doppio palco sono stati, inoltre, allestiti stand enogastronomici, tra i quali quelli curati dall’associazione di ristoratori irpini I mesali, che hanno predisposto ogni sera menu con i piatti della tradizione e un’offerta di vini selezionati. Infine, come ogni anno, il campeggio presso il boschetto Pasteni ha ospitato per la notte i visitatori ed è anche stato teatro di DJ e live set. Il Folkart, attivo da otto anni, in cui muri vecchi e abbandonati vengono ricoperti di segni e colori, quest'anno è stato affidato a Fabrizio Sarti, in arte SeaCreative, artista di Milano. 
Insomma, il tema della frontiera ha portato una scorpacciata di ottima musica con le sonorità e i contenuti delle musiche del mondo, ma anche tanta apertura a proposte variegate di letteratura, teatro, cinema, socializzazione. Per quanto riguarda i concerti che abbiamo seguito, la prima serata del festival, giovedì 20, ha offerto musica super energetica accanto a set più tranquilli, attesi specialmente da un pubblico ‘maturo’. I concerti si sono aperti con il sestetto Forrò Mior e i suoi ritmi brasiliani. Il repertorio ha incluso anche reggae, qualche milonga e brani di Gilberto Gil. I suoni ‘sporchi’ della loro performance hanno registrato un impatto molto gradevole e hanno invitato alle danze. A seguire i suoni agrodolci dell’Orchestra Cesaria Evora, ensemble capoverdiano formato principalmente dai musicisti che suonavano con Cesaria, e che, dopo la sua scomparsa si è ricompattata per ricordarla in un concerto al Kriol Jazz Festival di Capo Verde. La conclusione dei concerti della serata ha visto la partecipazione di una band icona del folk mestizo italiano: i torinesi Mau Mau, con il loro carico di frenetica energia grazie al quale hanno raccontato le storie delle radici, in primis quelle dell’emigrazione. Nella serata di sabato 22 è continuato il fuoco della musica italiana, con i siciliani Tinturìa ed il loro linguaggio che mescola in toni leggeri pop, rock, reggae e rap con il dialetto siciliano, in cui sono composti i loro testi. Oltre che dell’amore per la Sicilia, hanno trattato temi di rilevanza sociale ed hanno tributato un omaggio a Modugno cantando “‘u Piscispada”. 
Subito dopo, Luca Bassanese con la Piccola Orchestra Popolare: molto interessante il suo concerto, a cavallo tra ecologia, fantasia e passione civile, con importanti risvolti teatrali che riteniamo vadano ulteriormente sviluppati. Anche Bassanese ha affrontato, nei testi dei brani e nei piccoli aneddoti che ha raccontato, il precariato e l’emigrazione ed ha ricordato la figura di Don Andrea Gallo, prete di strada e partigiano. La sua esibizione si è conclusa in modo quasi rocambolesco con il brano “Fuck austerity”. Conclusione di serata travolgente con i salentini Mascarimirì, la band storica guidata da Claudio Cavallo Giagnotti, rom salentino, che della pizzica pizzica ha fatto una bandiera. Dopo gli inizi degli anni Novanta con la musica delle tradizioni, i Mascarimirì hanno sperimentato la commistione tra linguaggi musicali approdando ad un dub tarantolato dai ritmi ipnotici. Nel loro live hanno ospitato i nizzardi Nux vomica, che hanno innestato il ritmo della farandola e delle pratiche del Carnevale. In conclusione, questa edizione ha avuto grande successo, con proposte musicali valide e interessanti e con grande pubblico, anche a giudicare dalle folle osservate ai concerti. Si consolida la notorietà dell’AFF come appuntamento estivo di qualità, organizzato in un’area interna che, generalmente, non organizza iniziative che esercitano un tale richiamo. Ci si potrebbe chiedere come andare avanti su questa linea e se il successo del festival riesca a generare anche altro, nel senso di iniziative culturali permanenti nel segno dell’apertura, dell’accoglienza e dell’integrazione tra popoli diversi. Una riflessione è d’obbligo, per incanalare queste belle energie positive verso nuovi obiettivi. 


Carla Visca

Ti piace La Notte della Taranta? Le ragioni del successo del grande festival della musica salentina: una ricerca sociomusicologica in itinere

Circa duecentomila spettatori, lo scorso 22 agosto hanno affollato il concertone della diciottesima edizione de La Notte della Taranta, diretta quest’anno dallo storico chitarrista dei Roxy Music, Phil Manzanera. Cosa attira ogni anno a Melpignano una folla oceanica di curiosi e appassionati? Cosa si aspetta questa folla dal concertone? Perché ci ritorna? Le abitudini di ascolto, le motivazioni e i gusti musicali del pubblico del concertone sono al centro di una ricerca internazionale di sociologia della musica, diretta da Flavia Gervasi, docente e responsabile del laboratorio di sociomusicologia dell’Observatoire international de création et de recherche en musique (OICRM), presso l’Università di Montreal (Canada). Blogfoolk sostiene e patrocina questo progetto di ricerca, proponendo la compilazione del questionario disponibile a questo link https://cawi.gmcricerche.com/ext/NdT a coloro che hanno seguito (anche virtualmente) il grande festival della musica salentina. Esprimere il proprio parere su questo evento richiederà al massimo dieci minuti, e in questo modo si contribuirà a tracciare un profilo sociomusicologico del grande pubblico del concertone e a studiare le chiavi del successo di questo festival. Abbiamo incontrato la ricercatrice Flavia Gervasi, componente del comitato scientifico di Blogfoolk, per approfondire con lei la genesi, i materiali e i metodi alla base di questo progetto. 

Come nasce l’idea di realizzare questa ricerca?
Studio il fenomeno de La Notte della Taranta da un punto di vista socioantropologico e musicale da più di dieci anni. Dal 2007 a oggi ho visto lavorare sul campo cinque maestri concertatori, li ho osservati e intervistati; mi sono documentata sulle precedenti edizioni, ho avuto lunghi confronti con direttori artistici, musicisti e cantanti dell’orchestra e con alcuni degli ospiti italiani e internazionali che si sono avvicendati in questi anni. In una prima fase della ricerca mi sono occupata principalmente degli attori che contribuiscono direttamente o indirettamente alla costruzione dello spettacolo e, soprattutto, ho cominciato ad analizzare quali possano essere le ragioni del successo sempre crescente di questo festival e in particolare del concertone che lo chiude. Ne ho parlato nel dettaglio in diversi articoli pubblicati in riviste scientifiche francesi e canadesi. A questo punto, però, si è rivelato necessario portare l’attenzione sul pubblico che è parte essenziale di un processo di verifica delle ipotesi avanzate nella prima fase dello studio. 

Questa ricerca è parte di un progetto più ampio sul pubblico che frequenta i concerti…
Nel 2013 l’Observatoire international de création et de recherche en musique (OICRM) dell’Università di Montreal (Canada) ha messo in opera una ricerca comparata sulle abitudini di ascolto, le motivazioni e i gusti musicali del pubblico francese e canadese che frequenta le sale da concerto e i festival. Abbiamo creato un gruppo di ricerca estremamente dinamico composto da docenti, ricercatori, studenti e dagli attori delle istituzioni musicali dove somministriamo le nostre inchieste. In ragione del grande successo di pubblico riscontrato negli anni, ho proposto di inserire in questo studio il festival salentino La Notte della Taranta, che è così diventato un laboratorio privilegiato di osservazione per studiare il gusto, le motivazioni e le aspettative del pubblico del concertone. 

Qual è l’obiettivo della ricerca?
Quest’anno, un importante finanziamento del Fondo di Ricerca del Québec (Società e Cultura) mi ha permesso di avviare una ricerca sperimentale per approfondire le ragioni per le quali ogni anno un folto numero di curiosi e appassionati si riversa a Melpignano. L’obiettivo generale è quello di capire cosa li attrae, cosa si aspettano dal concertone, perché spesso ci ritornano. Ho ipotizzato che, ai fini della ricerca socioantropologica e musicale, potesse essere particolarmente interessante analizzare le relazioni tra politiche culturali e performance musicale, considerando il pubblico non come semplice spettatore, ma come soggetto integrato a un processo sociopolitico e culturale che decreta o meno il successo della macchina dello spettacolo. Il pubblico è uno degli attori che partecipa alla riuscita del festival, per cui va convocato e invitato a esprimersi sul concerto al quale partecipa. È importante capire quale percezione ha dell’evento, cosa si aspetta dal concertone, quali sono le sue preferenze musicali, come indirizzerebbe le proprie scelte artistiche…

In cosa consiste il vostro studio?
Per rispondere a questi interrogativi ho elaborato un questionario articolato in diverse sezioni. Un primo gruppo di questioni vuole indagare le preferenze artistiche e musicali del pubblico del concertone de La Notte della Taranta. In seguito, si chiede di riflettere sulla rilevanza di alcuni aspetti chiave del concertone ai fini della sua riuscita, di valutare l’opportunità di alcune scelte artistiche che sono ormai entrate nella struttura del concertone. Una sezione ulteriore indaga, invece, la percezione che il pubblico ha dell’evento. Le questioni specifiche su La Notte della Taranta si chiudono con una sezione sul livello di gradimento dell’evento. Il questionario consta, infine, di una parte sociodemografica che permette di inquadrare il profilo generale del partecipante alla ricerca e di poterlo eventualmente comparare con quello di spettatori di altri festival. È possibile rispondere al questionario accedendo a questo link https://cawi.gmcricerche.com/ext/NdT.

Concludendo, quali sono gli strumenti tecnici che avete utilizzato per questo progetto di ricerca?
La parte operativa della ricerca è stata possibile grazie alla collaborazione con la GMC Ricerche (http://www.gmc-srl.com/it/) che si occupa dell’implementazione del questionario sulla piattaforma web, del trattamento e dell’elaborazione dei dati. Fondamentale in questo senso, è anche la partnership con Blogfoolk, che garantirà un’ampia diffusione del questionario attraverso il pubblico di appassionati ed addetti ai lavori. Dato l’alto numero di spettatori del concertone, puntiamo su un numero altrettanto elevato di volontari che compileranno il questionario. Sarà necessario poter arrivare a raggiungere un’utenza significativa e per questo il passaparola e la diffusione sui social network potrebbero essere decisivi. La collaborazione del numeroso pubblico de La Notte della Taranta è prezioso e richiede appena dieci minuti di attenzione.

Salvatore Esposito

Peppe Cuga e Pietrino Curreli, riflessioni sull’ars poetica in limba

Nella cultura tradizionale sarda, musica e poesia sono forme di comunicazione gemelle, poiché entrambe si nutrono di substantia sonora. Tra quelli di mia conoscenza, sono rari gli studi etnomusicologici che hanno trattato in modo compiuto del rapporto musica-poesia all’interno delle singole comunità, valorizzando i soli poeti locali. Quando ci si riferisce alla poesia in limba, i libri di letteratura sono soliti riportare i componimenti di poeti colti o semi-colti. Più nell’ombra (se non nell’oblio) sono rimasti numerosi poeti illetterati (o con basso livello di scolarizzazione), i quali avevano acquisito avanzate capacità di poetare utilizzando, secondo uso, gli schemi metrici della tradizione (ad esempio, “mutos”, ”ottava”, “gotzos” etc.). La poesia popolare in limba veniva utilizzata per descrivere situazioni che comprendevano l’arco di tutta la vita: “dalla culla alla bara”. Talvolta il poeta elogiava un proprio concittadino che aveva ottenuto successo in qualche ambito. Abbastanza raramente, però, il personaggio era un suonatore o un cantore, perché all’interno della società contadina e pastorale non erano considerati dei veri professionisti (caso a parte sono alcuni suonatori di launeddas del Campidano), bensì dei concittadini che, in alcuni precisi momenti dell’anno, dismettevano gli abiti da lavoro per suonare o cantare a favore della comunità. Rare erano le situazioni nelle quali i suonatori o i cantori popolari venivano retribuiti. Talvolta era per loro prevista una modesta ricompensa con beni naturali, ma i più si accontentavano di divertire (divertendosi) e di acquisire, tramite i suoni o il canto, un momentaneo prestigio sociale. In considerazione di quanto premesso, all’interno della comunità di Ovodda (NU), trovano rilievo le poesie che Peppe Cuga - noto suonatore di “bidulas” (denominazione locale delle launeddas) - ha raccolto in un fascicoletto contenente alcuni componimenti a lui dedicati. Una parte dei testi è di poeti anonimi o che desiderano restare tali. Tre componimenti sono del suo concittadino Pietrino Curreli, soprannominato “Canete”. Per gli abitanti di Ovodda tziu Petrinu era uno stimato poeta, capace con i versi di dare risalto ai personaggi della comunità barbaricina, nota in tutto il mondo per la longevità degli abitanti. Cuga ha riferito che Curreli (1925-2014) aveva studiato fino alla quinta elementare, poi, come numerosi fanciulli dell’epoca aveva iniziato a lavorare come pastore. 
Da grande, aprì una piccola azienda per la produzione di laterizi. Viene ricordato come persona di spirito e di compagnia, ma al contempo uomo di carattere, capace anche di essere diretto e immediato nelle risposte. Da una prima osservazione dei testi, balza all’occhio l’uso dei versi introduttivi in “ottava” (con rime “abba”), seguiti da una “sestina” (con diversi tipi di rime). Il verso è l’endecasillabo. Il primo dei componimenti è titolato “A Peppe Cuga”. Nel primo distico (l’ortografia utilizzata è quella originale; le traduzioni in italiano, riportate nelle parentesi, sono assai libere) viene elogiato il proprio concittadino per l’aspetto fisico: Zuseppe pares unu monumentu/ a barba long’ e de aspettu rude (Giuseppe sembri un monumento/ con la barba lunga e di aspetto rude). Nel secondo distico si evidenzia il suo ruolo sociale (ma nde divertis tanta gioventude/ cun custu florcloristicu istrumentu (ma fai divertire tanta gioventù/ con questo strumento folcloristico). Di seguito, per dare risalto al protagonista, vi è l’avvicinamento delle doti del suonatore a una figura mitologica (tali figure sono spesso richiamate nella poesia dialettale sarda), evidenziando la bonaria invidia per le sue virtù, in quanto capace di suonare, ballare e di vivere contento: pare chi apas d’Eolo su entu/ e sas cannas de una palude/tindap’invidiadu sa virtude/ca sonas, ballas e istas cuntentu (sembra che tu possegga il vento di Eolo/ e le canne di una palude/ ti ho invidiato la virtù/ poiché suoni, balli e sei contento). Nella sestina conclusiva, il focus si sposta dalla comunità di Ovodda al Continente e viene messo in risalto l’importante ruolo del suonatore che, con i propri strumenti popolari, tiene alto il valore (musicale e culturale) di tutta la Sardegna, essendo stato chiamato a suonare insieme ai ballerini in un paese della Spagna: Già chi depes andare a Talavera/ cun s’echipe de sor de Nugoro/ten’inaltu sa nostra bandiera/ ca cun s’aspetu du’e cun su goro/ ses presentande sa Sardigna intera/Campidanu, Barbagi’e Logudoro (Siccome devi andare a Talavera (Spagna)/ con l’equipe (Gruppo Folk) di quelli di Nuoro/tieni alta la nostra bandiera/ poiché con l’aspetto tuo e con il cuore/ stai presentando la Sardegna intera/ Campidano, Barbagia e Logudoro). 
Peppe Cuga appare come “bantu e onore” (vanto e onore) per la cultura musicale sarda la quale, dagli anni Cinquanta, è stata sempre più studiata e promossa in campo internazionale, permettendo a numerosi suonatori di effettuare concerti e tournée, per far ascoltare a pubblici eterogenei le tipiche sonorità che, nel caso delle launeddas, potrebbero verosimilmente appartenere a quella che viene genericamente definita musica primitiva. Il secondo componimento - “Sos sonadores de bidulas” (I suonatori di “bidulas”) - permette di evidenziare alcune storiche peculiarità ovoddesi nel rapporto tra musica (strumentale e polivocale) e i balli popolari. Nella prima quartina, Curreli pone in risalto lo spirito con il quale si ballava: Na ghi faghian ballos a tenore/ a tempus de antigu in dogni janna/ ca de ballare aian gana manna/e non be fu manc’unu sonadore (Dicono che facevano balli “a tenore”/ al tempo antico in ogni porta/ perché di ballare avevano grande voglia/e non c’era manco un suonatore). Poi è giunto tiu Bobore grazie al quale, nel ricordo del poeta, vennero introdotte “sar bidulas” a Ovodda: Tando ennidu fu tiu Bobore/ e batid’ha sas bidulas de canna/ e tando a cuminzare ’e Pascmanna/ fu sa festa po dogni balladore (Allora venne tiu Salvatore/ e ha portato le bidulas di canna/ e così a cominciare dalla Pasqua grande/ fu la festa per ogni ballerino). Da Bobore imparò a suonare ziu Cau (chi curriat sa zente a l’iscultare/ che correva la gente ad ascoltare). Successivamente è giunto Peppe Cuga (e poi A Peppe Cuga l’es toccau; successivamente è toccato a Peppe Cuga). In pochi versi è stata immortalata la successione dei suonatori di Ovodda, a favore dei quali abbiamo già scritto uno specifico articolo (si veda Peppe Cuga, sar “bídulas” di Ovodda e il ricordo di Giuseppe Cau)  pertanto non ci soffermeremo oltre. Nella terzina finale, Curreli desidera rendere evidente che Cuga, rispetto ai suoi predecessori, non solo sa suonare lo strumento ma ha pure imparato a costruirle (custu non solu l’ischid’a sonare/ ma a las costruire ad’imparau). Chiude il componimento un verso esclamativo, carico di interrogativi: Chissà poi a chie ad’a toccare! (Chissà poi a chi toccherà!). Purtroppo, nel paese è venuto a mancare il ricambio generazionale tra i suonatori di “bidulas”. Ha riferito Cuga che, per un certo periodo, aveva iniziato a suonare lo strumento tricalamo suo nipote Pier Paolo Vacca il quale, però, ha poi preferito specializzarsi nell’organetto. Gli Enti pubblici e culturali che cosa fanno? Si stanno attivando per promuovere la continuazione di un repertorio locale, unico in tutta l’Isola? La domanda “is blowin’ in the wind” e Peppe Cuga ci ha ricordato che ha quasi settant’anni. 
Vorrebbe tanto suonare e fissare il repertorio, insegnando ai più giovani quanto lui ha appreso nell’arco di una vita. Vorrebbe, in particolare, suonare con il “cuncordu” (così viene denominato localmente il gruppo del “tenore”), unendo la modalità strumentale a quella polivocale profana. Tuttavia, al momento, tutto è fermo e i giovani sembrano attratti soprattutto dalle canzoni moderne, i cui testi plasmati dai suoni digitali riescono evidentemente a garantire emozioni più immediate. Il terzo componimento di Curreli è un “ringraziamento”. Il titolo è uguale a quello della prima poesia (“A Peppe Cuga”) ma, in coda, è stata riportata una data: 14.8.1992. Il motivo del ringraziamento è il regalo de “sar bidulas” al poeta da parte di Peppe Cuga. Commosso, ziu Petrinu scrisse al suonatore “devotamente ti so obbligatu” (ti sono “debitore e riconoscente” con devozione). Come di consueto, nella prima quartina della poesia viene fissato il tema principale: “Zuseppe su regalu chi m’has fattu/m’est istadu de grande gradimentu/ no isco narrer cantu so cuntentu/ch’ist’ ammirandelu fattu fattu” (Giuseppe il regalo che mi hai fatto/ è stato di grande gradimento/ non riesco a esprimere quanto sono contento/che sto ammirandolo sul momento). Nella seconda quartina dell’ottava, spiega il motivo del suo agire in versi: Po dimustrare cantu n’de so gratu/ esprimo cun su meu pensamentu/ in custu modu riconnoschimentu/ isperande chi n’de sias soddisfattu (Per dimostrare quanto sono grato/ esprimo con il mio pensiero/ in questo modo riconoscimento/ sperando che tu sia soddisfatto). Nella sestina finale, Curreli evidenzia il sentimento di stima esistente tra i due concittadini: Tue mind’has sas bidulas donadu/ch’has a manu dua costruidu/ signale chi a mie m’has istima/ e deo in versos torrados in rima/ comente m’ha sa Musa suggeridu/ devotamente ti so obbligadu (Tu mi hai donato sar bidulas/che hai costruito con le tue mani/ segno che mi stimi/ e io in versi riportati in rima/ come la Musa mi ha suggerito/ ti sono “obbligato” con devozione). In altre parti dell’Isola, ho appreso il detto sardo “pratu bi andat, pratu bi torrat” (piatto va, piatto ritorna). Quando qualcuno riceve in dono qualcosa (“pratu bi andat”), l’omaggiato ricambia immediatamente con qualcos’altro (“pratu bi torrat”). Curreli ha subito contraccambiato, versificando a favore del suonatore. Molto è stato scritto sul ruolo della poesia in limba. In passato era una forma di comunicazione assai viva, ma per molti giovani appare oggi come una modalità statica e, per alcuni versi, sorpassata. Di certo, se considerata globalmente, la poesia dialettale in Sardegna è tutt’altro che estinta, ma certamente si è di molto attenuato quel diffuso modo di parlare e di rispondersi in versi tra poeti locali. I componimenti in precedenza presentati permettono di evidenziare come la poesia fosse uno strumento fotografico della quotidianità, capace di fissare nella memoria dei paesani eventi e persone meritevoli di essere ricordati. 
Poesia figlia delle Muse, a loro volta figlie di Mnemosine (Μνημοσύνη), dea della memoria. “Sulla memoria di chi siamo e dei nostri predecessori - ha voluto ricordare Cuga - si basa la storia dei paesi e dei popoli. Io lo ripeto sempre ai giovani: senza memoria perdiamo le radici e senza radici non esistiamo, siamo destinati a essere spazzati via. Non possiamo vivere solo schiacciati sul presente e sul nostro futuro, serve armonia tra il passato e il nuovo”. Peppe di armonia se ne intende, avendo trascorso una vita ad accordare e a suonare lo strumento tricalamo sardo. Il nostro compito odierno era quello di valorizzare i componimenti poetici aventi valenza etnomusicale, dando risalto alle usanze comunicative ed espressive di chi ci ha preceduto. In merito, pare d’obbligo la menzione di almeno altri due poeti popolari di Ovodda: Peppe Lai (1920-1997) e Vittorio Vacca (1940-2001). Come ricercatori, guardiamo a sa limba con rispetto e ammirazione, essendo un medium attraverso cui è possibile preservare, difendere e valorizzare patrimoni spirituali e culturali tipici delle tradizioni popolari. Riteniamo che sas limbas (i dialetti in generale) siano da salvaguardare, sia per le possibili comparazioni con le lingue nazionali o internazionali sia riguardo al modo di pensare e di vivere di una specifica comunità. Inoltre, sa limba poetica ha spesso aiutato chi scrive ad approfondire la conoscenza di eventi storici e di comportamenti sociali e individuali, anche quando osservati con sguardo locale (in particolare, nell’opera “Folklore sardo”, 1991). Con i suoi componimenti dedicati a Peppe Cuga, Pietrino Curreli ha confermato che la poesia in limba aiuta a riscoprire il senso di appartenenza rispetto al luogo nel quale si vive, da cui l’importanza di perseverare nel raccogliere testimonianze orali e scritte dei diversi modi di essere, vivere e comunicare, cogliendo, ove possibile, valori universali anche nelle micro culture, come è quella di Ovodda, evitando che il tempo e lo spazio (sempre più omologati in chiave cosmopolita) possano cancellare ogni traccia. 

Paolo Mercurio 
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Cuncordu e Tenore de Orosei – Novaera (Buda Musique, 2015)

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Orosei, centro della bassa Baronia situato sulla costa centro-orientale della Sardegna, è uno dei luoghi sonori per eccellenza della Sardegna che ha attraversato le registrazioni e gli scritti dei maggiori studiosi del canto polivocale sardo. Tra gli ensemble di cantori, il gruppo Cuncordu e Tenore de Orosei è sempre stato mosso dalla necessità di fare i conti con il portato del linguaggio canoro tradizionale (si considera custode di un’eredità musicale ricevuta dai cantori della precedente generazione) senza, tuttavia, cristallizzarsi. In tal senso sono da leggere le numerose collaborazioni con la crème de la crème dei musicisti sardi e con artisti della scena world e improvvisativa. Fenomeno inusitato nella prassi canora dei cantori, riscontrabile in pochi altri centri dell’isola, è la presenza di due pratiche musicali di polivocalità accordale, il ‘cuncordu’, che rinvia alla ritualità paraliturgica e all’opera delle confraternite laicali, e il canto profano ‘a tenore’. Le espressioni canore in oggetto non sono diverse soltanto sul piano formale e dei repertori – la polivocalità dal tratto gutturale del primo di fronte all’impianto vocale del secondo, che contraddistingue l’accompagnare le occasioni rituali – : siamo di fronte a due modi diversi di comunicare e di affrontare il cantare insieme. Da tre anni la formazione del Cuncordu e Tenore de Orosei comprende Massimo Roych (voche del cuncordu), Mario Siotto (bassu), Gian Nicola Appeddu (contra), Piero Pala (voche, mesuvoche), Tonino Carta (voche del tenore), che eseguono le diciannove composizioni del disco pubblicato dalla prestigiosa etichetta francese Buda Musique. In un’opera del genere è inutile cercare di isolare un brano che possa rappresentare il disco: è un nobile flusso sonoro di musica pienamente contemporanea, che non ci giunge da un passato mnemonico, ma segna l’attualità del cantare (e dello sperimentare) in Sardegna. Dall’ovviamente iniziale “Voche seria”, caratterizzata dal canto in endecasillabi e dalla risposta non-sense, si transita per i canti che accompagnano il ballo (“Dillu”, “Ballu Brincu” e il notevole “Ballu a passu tutorinu”, molto peculiare sul piano coreutico), per i gotzos (“de s’interru”, “de su Naefressariu”, “de su Remediu”), per canti in latino (“Libera me Domine”, “Sanctu”, “Regina Coeli Magnificat” fino al magnifico “Kyrie”). “Nanneddu meu” ci porta d’improvviso in area barbaricina, mentre nella straordinaria “Voch’è Notte” entra la tromba fatata di Paolo Fresu. Un altro compagno di viaggio dell’ensemble sin dalla metà della seconda metà degli anni ’90 è Ernst Reijseger, il cui violoncello si associa alle voci nella conclusiva “A Dori Lontana”. 


Ciro De Rosa

Le Matrioske – Le Matrioske (Popolarti/UR, 2015)

Parte dalla Sicilia il quartetto Le Matrioske e ci porta in giro un po’ in tutto il sud Italia, per lambire poi varie espressioni musicali europee e non solo. Il disco omonimo di cui si parla qui è una selezione di otto brani, che possono considerarsi un sunto delle loro esperienze di ricerca e di riproposta delle musiche popolari legate al ballo. Il ballo, anzi, assume un ruolo centrale e diviene uno degli elementi che orienta le scelte del gruppo. E si dimostra anche un vettore valido a variare un repertorio molto diffuso e spesso percepito come statico, poco articolato e schiacciato (salvo eccezioni note a tutti) ai margini del revival delle musiche di tradizione orale. Oltre a questo – che riflette l’impianto generale e la struttura progettuale della band – l’album è costituito anche di brani originali, che si configurano interessanti perché richiamano forme differenti e, allo stesso tempo, lasciano emergere in modo più netto le intuizioni compositive e lo stile della band. Altro elemento importante, che traduce e determina il lavoro del quartetto sulle armonie e sugli arrangiamenti, è la strumentazione: chitarra, violino, banjolino, organetto, fisarmonica, percussioni e voci. Questa struttura (che in due tracce dell’album si è arricchita del contrabbasso e dell’organetto diatonico) ha determinato un flusso musicale morbido e curato, ma soprattutto essenziale. Nel quale si percepiscono nettamente i passaggi più importanti e le relazioni che intercorrono tra gli strumenti. In questo senso ciò che emerge più nettamente è una caratteristica riconducibile al timbro della band, che richiama varie eco popolari (non potrebbe essere altrimenti) ma anche il vasto scenario cantautorale del nostro paese. Per comprendere come questi due poli convergano in “Le Matrioske” occorrere scorrere la scaletta (composta di otto tracce) e riconoscere gli incastri tra brani originali e tradizionali. In questi ultimi vi è soprattutto un’atmosfera, un’impronta (che si può definire per comodità) popolare, che allo stesso tempo riflette un paesaggio sonoro festivo, vagamente rituale, ed è ricondotta a un lavorio di traduzione e interpretazione delle fonti da cui la band attinge. La versione di “Pizzica di San Vito” è molto rappresentativa di questa prospettiva. Gli elementi (e gli stereotipi) più riconoscibili (il ritmo, l’andamento generale cadenzato sul tamburello e quindi la caratterizzazione percussiva del brano, la coralità) sono addensati nella parte centrale del brano, che si asciuga in un intermezzo di tamburello per poi lanciare l’assolo del violino. Gli elementi invece più originali racchiudono l’intera esecuzione, emergendo nel prologo e nel finale. Il prologo accenna la linea melodica del brano attraverso il canto polivocale più lento e disteso, dove ogni passo è evidentemente curato e organizzato dentro l’ordine di un’introduzione che vuole marcare il filtro dell’interpretazione di un classico molto diffuso e cantato. Il finale (anch’esso breve) si fa strada dentro l’assolo di violino e si risolve in pochi passaggi che variano il tema e chiudono il brano all’unisono. Il panorama delle tradizioni musicali da ballo si configura attraverso varie forme: dallo scottish alla mazurka, dalla tamurriata alla tarantella. Per quanto riguarda invece i brani originali, “Briciole” è quello che racchiude molte delle suggestioni che emergono dalla musica de Le Matrioske. La caratterizzazione musicale è più profonda e crea delle oscillazioni armoniche più ampie e colorate. Nell’organizzazione della melodia della voce – distesa, cadenzata dentro un andamento regolare e ascendente sui finali di strofe e ritornello – si riconosce l’aderenza a una tradizione di scrittura che ricorda sia le forme delle musiche popolari (la seconda parte, in particolare, riflette alcune soluzioni melodiche adottate nei canti sulla tammorra) sia alcuni cantautori e band italiani, che hanno rinnovato la tradizione di scrittura a partire dagli anni Novanta.


Daniele Cestellini

Gilmore & Roberts – Conflict Tourism (GR! Records, 2015)

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Partito con il debutto folgorante di “Shadows & Half Light”, nel 2008, il duo inglese ha conosciuto l’ebbrezza della fama con le nomination ai Folk Horizon Award di BB2 e con le lusinghiere recensioni dei successivi due album (“Up from the Deep”, “The Innocent Left”). Insomma, nello spazio di un lustro i due ex studenti del Leeds College Of Music si sono imposti come acclamata new entry nell’onda nu folk britannica. La violinista Katriona Gilmore mette tra le sue principali influenze violinistiche da un lato Joe Broughton e Nancy Kerr, dall’altro il nuovo bluegrass di Nickel Creek ed Alison Krauss. E si sente! Da parte sua, Jamie Roberts proviene da una famiglia di musicisti e ha una sorella maggiore, Kathryn, che è una già affermata stella folk. La coppia è molto attiva nei circuiti live e impegnata in differenti progetti, Gilmore con la rinnovata The Albion Band, Roberts con i Kerfuffle. Giunti ora al quarto capitolo discografico, Katriona (da Knebworth, nell’Hertfordshire, voce, mandolino, violino, viola) e Jamie (da Barnsley, nel Sud Yorkshire, voce, chitarra acustica ed elettrica, batteria, percussioni, programmazione) si confermano personalità di rango nel song-writing, ma anche musicisti e cantanti di ottima levatura, plasmando un disco a cavallo tra folk contemporaneo, perfino troppo perfettino e studiato, che non manca di quella sensibilità pop che ha fatto la fortuna di Seth Lakeman (di cui, tra l’altro, Kathryn ha sposato il fratello Sean). L’album vanta la produzione di Mark Tucker (anche alla programmazione) e si avvale, come complici, di Matt Downer (contrabasso, basso elettrico, voce), Phil Henry (lap steel in “Jack O’ Lantern”, dobro e lap steel in “She Doesn’t Like Silence”) e James ‘Hutch’ Hutchinson (della band di Bonnie Raitt al basso in “Jack O’ Lantern”). 
I due si dividono la paternità delle composizioni (cinque sono firmate da Gilmore, sei da Roberts). Conservando la predilezione per lo story-telling, il duo raccoglie temi e conflitti intimi e universali (le liriche sono scaricabili dal loro sito). Così presentano, nelle note ufficiali per la stampa, il titolo e l’idea alla base di “Conflict Tourism”: «Il conflitto è universale - tutti, ovunque, lo sperimentano ogni giorno, nelle sue forme più piccole. Ci piaceva l'idea di essere guide turistiche attraverso un campo minato di differenti decisioni e situazioni drammatiche», spiega Katriona. «E le guide turistiche brave provano passione per ciò che mostrano. Non sono distaccate dall’oggetto. È qualcosa di personale: sono persone e storie. Questo è il punto di partenza per ciascuna canzone», aggiunge Jamie. Si apre subito con l’hit “Cecilia” (di cui è stato prodotto un video): potente motivo folk-pop – di quelli che entrano in testa subito e non ti lasciano più – dove a mandolino, chitarra suonata con tecnica lap-tapping, e voci armonizzate fa da contraltare il drum programming. Ti prende subito “Jack O’ Lantern”, brano in chiave folk-rock, ma fresco e aggiornato nell’impianto ritmico. Lo slow mood country “She Doesn’t Like Silence” cede il passo alla più robusta ballad “Selfish Man”. Sale la tensione con la vena rock in “Stumble On The Seam”, mentre si impongono le nude voci, poggiate su bordone elettronico preceduto da un filo di chitarra, nella magnetica “Balance /Imbalance”. Si riparte in chiave folk elettrica in “Peggy Airey” ispirata a Margaret Maggot, popolare figura di buon auspicio che si incontrava nelle strade dell’ottocentesca mining town Barnsley. Seguono ancora una calda folk ballad, “Time Soldiers On”, e la tenera “Peter Pan”, per voci, mandolino, chitarra e contrabbasso, scritta da Roberts in memoria di un suo cugino scomparso. Cambio di registro in un altro pezzo forte del disco, che è “Warmonger”, in cui Gilmore e Roberts sorprendono ancora l’ascoltatore, sviando dai canoni folk, con un arrangiamento essenziale costruito su incessante ritmo di battito di mani, percussioni, contrabbasso, mandolino, voce e cori, laddove la scaletta termina con l’acustica “Ghost of a Ring” (voce di Katriona, mandolino e chitarra), dalle venature country. 


Ciro De Rosa

Ahmed Mukhtar - Music from Iraq. Babylonian Fingers (ARC, 2015)

Riguardo all’Iraq si fa un gran parlare di guerra, di ISIS e tante altre brutte storie. Che ne è della musica in tutto questo? Che la musica trovi un suo posto, forse addirittura si dimostri necessaria, anche nei momenti di sofferenza e dolore ce lo insegnano figure come quella del compositore e direttore francese André Caplet che da sergente durante la Prima Guerra Mondiale non rinunciò a comporre portandosi addirittura un piano smontabile sul campo di battaglia. O Ilse Weber, musicista e poeta di origine ebraica deportata a Theresienstadt nel 1942, solita addolcire con il suo canto le sofferenze dei bambini del campo di concentramento, dove trovò la morte. L’esigenza musicale si fa ancor più inalienabile se si ha a che fare con una storia musicale antica e ricca di fascino come quella irachena. Con l’intento di ritornare alle origini della sua terra e cultura in un momento cruciale della storia del suo paese, Ahmed Mukhtar ha pubblicato l’album “Music from Iraq – Babylonian Fingers”. Per l’ascoltatore - sia esso conterraneo o straniero - un appassionante ritorno nella mitica terra di Babilonia. Compositore, insegnante di musica e soprattutto maestro e virtuoso del oud (dall’arabo “al-‘ud, che significa “legno”), Ahmed Mukhtar non si limita a riproporre passivamente l’antica tradizione musicale irachena e mediorientale, ma si impegna costantemente in un’opera di ricreazione attraverso l’inserimento di tecniche e melodie di nuova invenzione. Rivelatore di questa mescolanza di passato e presente è già il brano di apertura “Iraqi Jazz” con la insolita compresenza di maqamat, tecnica della chitarra flamenca e sassofono. La proposta musicale di Mukhtar, una commistione tra musica della civiltà babilonese di 5200 anni fa, antiche forme musicali mediorientali (fortemente caratterizzanti ad esempio nei brani “Illuminations” e “Alleys of The Old City”), repertorio contemporaneo iracheno ed elementi occidentali (“Iraqi Jazz” e “Iraqi Gypsy Song”), trova il suo riferimento, la sua guida, nel “sultano degli strumenti musicali”, l’oud. Questo antichissimo strumento a corde dalla inconfondibile forma a mezza pera, nato in Mesopotamia e giunto poi anche in Europa durante il Medioevo grazie ai crociati (comunemente noto come liuto), incarna l’essenza stessa della tradizione musicale araba. Il suo suono raffinato e dolce, tra le mani di Mukhtar, evoca magnificamente melodie dal passato e allo stesso tempo ne crea di nuove. Consigliabile a questo proposito l’ascolto dell’ultima traccia “Traditional Iraqi Love Song”; si tratta, come rivela già il titolo stesso, di una canzone d’amore degli anni Quaranta del grande compositore iracheno Saleh Azra al Kuiati, rinnovata, però, nella personalissima vena musicale di Mukhtar. Ad eccezione di questo e altri due brani (“Babylonian Fingers” e “Seagull”) affidati all’oud solista, la componente strumentale è piuttosto eterogenea; risuonano nel disco qanun, ney, daf e strumenti occidentali come violoncello, violino, contrabbasso, clarinetto e sassofono. Per conoscere gli elementi musicali antichi e nuovi adoperati nei diversi brani di “Music from Iraq – Babylonian Fingers”, si rimanda al libretto, piuttosto sobrio, che accompagna il cd (contenente anche un’esauriente biografia dell’artista e citazioni tratte da varie recensioni), laddove per ogni brano è esposta quella che si potrebbe definire la “ricetta combinatoria” a base di moduli ritmici e maqamat. Quest’ultimi in particolare sono gli elementi costituitivi del linguaggio musicale arabo, scale melodiche ognuna con un unico nome e precisa struttura melodica, in comunicazione fra loro attraverso forme modulanti che sono alla base della prassi improvvisativa irachena e non solo. Va precisato che l’intento innovativo di Ahmed non passa obbligatoriamente per l’uso di formule musicali appartenenti alla modernità, si può essere rivoluzionari anche guardando al passato come testimonia la preziosa traccia che dà il titolo all’album, “Babylonian Fingers”. Qui, basandosi sulla convinzione archeologica secondo la quale i Babilonesi erano soliti suonare l’oud con le sole dita della mano destra, Ahmed rinuncia ad impugnare il plettro di piuma d’aquila tipico della prassi esecutiva del mondo arabo. “Music from Iraq – Babylonian Fingers” presenta all’ascoltatore quindi un panorama sonoro piuttosto indecifrabile, frutto di una continua e creativa mescolanza delle coordinate temporali. 


Guido De Rosa

Piero Sidoti – La La La (Produzioni Fuorivia/Egea Music, 2015)

Professore di matematica e scienze, ma soprattutto cantautore di grande talento, Piero Sidoti si è segnalato al grande pubblico con “Genteinattesa”, pregevolissima opera prima intrisa di passione e poesia, da cui emergeva chiaramente il trasporto con il quale viveva il fare canzone. Quello che in apparenza poteva sembrare solo un capriccio in età adulta, giunto anche fuori tempo massimo, invece era un lavoro maturo e di grande spessore che gli valse una serie di importanti riconoscimenti. A distanza di cinque anni, ritroviamo il cantautore friulano alle prese con “La La La”, il suo secondo album nel quale ha raccolto tredici brani, più due bonus track, arrangiati da Antonio Marangolo e Antonio Della Marina ed incisi con un ristretto gruppo di strumentisti composto da Claudio Giusto alla batteria e Nicola Negrini al contrabbasso e basso elettrico, e con la collaborazione di Claudio Dadone, Francesco Bertolini, Roberta Giallo, Maurizio Tatalo, Gianmaria Testa, Daniela Brussolo, Antonella Macchion e l’amico e compagno di vecchia data Giuseppe Battiston. Sin dal primo ascolto si ha la netta sensazione che la cifra stilistica di Sidoti sia diventata ancor più matura ed originale, in grado di mettere insieme un disco dalla bellezza cristallina, in cui ha raccolto un pugno di canzoni dalle trame musicali elegantissime in cui si inserisce la sua voce intensa ed espressiva. Durante l’ascolto si attraversano racconti di vita quotidiana, riflessioni sui grandi temi dell'esistenza (“Tempo”), spaccati poetici densi di romanticismo (“Il porto di carta” e “Il gigante”, fino a toccare problematiche di carattere sociale, come nel caso della profonda riflessione sul razzismo di “Loro”, e la politica in “Joker”. Il vertice del disco arriva però con le due bonus track “La zanzara” e “Sei meno uno”, entrambe con la complicità di Giuseppe Battiston alla voce recitante, e che rappresentano un sentiero nuovo aperto verso il futuro, un teatro canzone di imprevedibile ed originale bellezza. “La La La” è, dunque, non solo una conferma di tutto il talento di Piero Sidoti, ma è soprattutto un gioiello da ascoltare con attenzione per carpirne ogni sfumatura poetica.


Salvatore Esposito

giovedì 20 agosto 2015

Numero 217 del 21 Agosto 2015

Il magazine “Blogfoolk” vi offre anche questa settimana contenuti ricchi di varietà stilistiche e sempre aggiornati, all’insegna delle musiche del mondo. A partire dalla cover story, dedicata al fiatista Carlo Bava e il progetto Laetimusici, portato avanti da anni con l’organista ticinese Giovanni Galfetti. Proseguiamo, presentando “Compass And Maps”, recente album in studio dei Piedmont Brothers Band, ricordando il loro leader Marco Zanzi, recentemente scomparso. Ci soffermiamo poi sull’eccellenza dell’affiatato trio composto da Ernst Reijseger, Harmen Fraanje e Mola Sylla, il cui splendido “Count Till Zen”, è il Consigliato BF della settimana. Dall’Africa, la voce tamasheq di Faris Amine (Tinariwen, Tartit e Terakaft) rilegge storici brani del Mississippi in chiave desert rock sahariano. Dall’isola di CapoVerde, fucina di talenti, vi presentiamo la voce e la musica di Elida Almeida, al suo esordio con “Ora Doci Ora Margos” per Lusafrica. Arriva, poi, The Best of Soapkills, antologia che raccoglie il meglio dell’influente band libanese, che ha operato tra il finire degli anni ’90 e il 2005, mettendo insieme tradizione araba folk e classica, elettronica, dub e trip hop. Per i luoghi della musica, Paolo Mercurio ci porta a Irgoli per presentare la nuova edizione del Festival dell’Organetto, dove ha intervistato il grande organettista Totore Chessa. Sempre dalla Sardegna, Mercurio ha incontrato per noi Gavino Murgia, autorevole musicista isolano di calibro internazionale. Chiude il numero 217, la rubrica Storie di cantautori con la recensione di “Sotto Il Cielo di Fred”, bel tributo a Fred Buscaglione. In conclusione un pensiero va a Paolo Millet, armonicista folk, che ci ha lasciati nei giorni scorsi, molto noto nel circuito piemontese e valdostano, soprattutto con il duo Mariposa in coppia con la moglie Chiara Negro

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


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L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Laetimusici. Intervista con Carlo Bava

Il progetto Laetimusici nasce nel 2004 dall’incontro tra il fiatista Carlo Bava e l’organista ticinese Giovanni Galfetti, due strumentisti di grande talento accomunati dal desiderio di esplorare quei sentieri della musica che conducono alla letizia, facendo dialogare strumenti solo in apparenza distanti. L’organo riscopre il suo utilizzo conviviale, mentre la ciaramella si spinge oltre il repertorio natalizio, affrontando materiali musicali insoliti. Spaziando dal corpus della tradizione a composizioni originali, il duo nel corso degl’anni ha dato vita a percorsi di ricerca di grande fascino tematico in cui si la musica si intreccia con la poesia, la letteratura e la riflessione. Abbiamo intervistato Carlo Bava per ripercorre il suo percorso artistico, soffermandoci sull’attività musicale e discografica dei Laetimusici, senza dimenticare i loro progetti futuri.

Partiamo da lontano, come nasce la tua passione per musica popolare?
Dai 10 anni ho suonato il sax soprano nella banda del mio paese; da sempre sono stato un appassionato di musiche legate al natale e fin da bambino ho collezionato dischi in tema. Un giorno, proprio per questa mia passione, mia sorella mi regalò l'iscrizione ad un corso di cornamusa bergamasca che si teneva in Svizzera con Walter Biella. dopo due anni di corso fui affidato alle cure di Ilario Garbani famoso zampognaro svizzero che mi avvicinò alla zampogna di cui divenni un orgoglioso suonatore. In breve fu Ilario che, prima da maestro poi come socio zampognaro, mi introdusse nel mondo della musica popolare svizzera e italiana. E da lì mi si aprì un mondo fatto di musiche, incontri e persone: Mireille Ben, Pietro Bianchi Giovanni Galfetti, Erasmo Treglia, Ambrogio Sparagna, Silvio Trotta, Marco Tadolini, Nando Citarella, Luigi Lai, Bepi De Marzi, Piero Ricci, Gianni Perilli e tanti tanti altri amici. 

Com’è sbocciato l’amore per la ciaramella, il tuo strumento di elezione?
Fra gli infiniti incontri, determinante fu quello con Gerardo Guatieri il decano dei costruttori di zampogne. Andai a Scapoli per procurarmi la mia zampogna e in kit mi diede una ciaramella in un primo tempo non volevo ritirare perchè la tolse, impolverata e un po smunta, da un cassone coperto di trucioli. Mia moglie mi convinse a tenerla, anche se da "piemontese" ritenevo di aver ricevuto una scartina. Quando ebbi coscienza di cosa mi trovassi in mano capii che Gerardo, non so ancora perchè, volle darmi una ciaramella che aveva costruito diversi anni prima. Strumento con una voce particolare che , sono sicuro, Gerardo volle darmi per tradurre in musica quanto avevo in animo. Da quel giorno sono tornato a Scapoli ogni anno a trovare Gerardo, quasi in pellegrinaggio. Ogni volta voleva che gli suonassi quel Signore delle Cime di De Marzi  che per primi Ilario ed io avevamo arrangiato per zampogna e ciaramella. Ogni volta, dopo avermi ascoltato, mi diceva: "suonate come nu professore". Fu il suo riconoscimento che mi regalò ogni volta finchè non se ne andò.

Parallelamente all’attività musicale, sei anche medico. Come concili queste due passioni nella tua vita?
Sono medico di famiglia. Ho la fortuna di avere sabato e domenica liberi. E soprattutto la notte: per studiare e andare in giro a suonare. La Ciaramella è stata la mia psicoterapia: grandi carichi di energia per affrontare in modo sereno una professione che di ansie te ne carica a vagoni.

Sul tuo biglietto da visita c’è scritto: Carlo Bava, Medico e Musico. Da medico, dove si nasconde il potere curativo della musica, ed in particolare quali aspetti “curativi” ha il contatto con la musica tradizionale?
Ho sempre ritenuto il mio "fare musica" come voglia e necessità di comunicare.  Ho sempre ritenuto prioritario saper comunicare emozioni facendo vibrare la "pancia" degli altri piuttosto che investire sul perfezionamento della tecnica esecutoria. Ho scelto il calore di esecuzioni, magari non sempre perfette, ma di grande, grande forza emotiva. Tuttavia ho cercato di dare alla ciaramella la valenza di strumento: hai uno spartito, leggi e suoni. Ciò mi ha permesso di incontrare compositori che hanno scritto per questo strumento ritenuto povero.

Ci puoi raccontare qual è stato e come si è indirizzato il tuo percorso  artistico?
Suonatore di sax soprano in banda di paese. Ciaramella in duo Zampognaro con Ilario dapprima "natalizio" poi in concerti per zampogna e ciaramella in giro per l'Italia e l'Europa con una caratteristica ben precisa: musica tradizionale e popolare del nord con strumenti del sud. Questo perchè da sempre ho ritenuto che la musica del sud, con i suoi ritmi e le sue cadenze, è nel patrimonio genetico di chi è nato e vive lì. La si può eseguire ma, per comunicare, devi averla dentro. Poi musica per le danze popolari con un gruppo, La Compagnia dell'Erba Bona, che per dieci anni ha fatto ballare le piazze del nord Italia e della Svizzera. Sempre nell'ambito della musica tradizionale la scelta di un gruppo italo-svizzero, Porporì, con Cristina Pasquali mia moglie, Barbara Knoph e Pietro Bianchi, per una musica dalle radici nella terra Insubrica o fascia prealpina Piemontese e Lombarda.

Nel 2004 è nata la tua collaborazione con Giovanni Galfetti, con cui ha dato vita al duo per organo e ciaramella Laetimsusici. Com’è nato questo sodalizio artistico?
Avvicinandomi alla musica tradizionale colta ho incontrato Giovanni Galfetti musicista eclettico: organista, compositore, direttore di cori, esperto di musica liturgica e di Mozart. Un giorno gli proposi a bruciapelo l'avventura di un duo Organo e Ciaramella. Era richiestissimo come organista concertista e temevo in una educata presa di tempo per non rispondermi con un rifiuto secco. La risposta invece fu: quando facciamo la prima prova? Un mese dopo debuttammo col primo concerto. Da quel momento è stata una storia prima di amicizia e poi di godimento musicale puro. Volare con la ciaramella portato dal vento sonoro dell'organo. Il piacere di infinite sedute di ascolto nei mesi freddi invernali in cui le chiese non sono raccomandabili, per arrivare ad arrangiamenti nostri ricchi di pathos. Un volo sempre più alto, una salita verso vette per me inimmaginabili. Ne cito una: la telefonata di Ennio Morricone che mi dice: bravo il Gabriels Oboe che ho ascoltato nel vostro disco è pieno di cuore e di passione. Ho pianto dalla felicità. La felicità che questa esperienza mi/ci ha dato è evidente anche da nome del duo Laetimusici: fare musica per raggiungere e comunicare letizia, gioia.

Come si è evoluto il vostro approccio sonoro nell’arco dei tre dischi che avete inciso?
Tutto è passato attraverso la grande esperienza musicale di Giovanni, la sua capacità di far vibrare l'organo senza mai soverchiare la ciaramella, la sua grande modestia di sollecitarmi e incoraggiarmi a sentire e realizzare che il "solista" ero io. Un particolare. Giovanni mi ha insegnato a conoscere e usare la voce delle chiese: Uno strumento in più nelle tue mani ma anche un elemento in più da rispettare. Le scelte musicali dei dischi registrati sono state il riflesso della nostra condizione emotiva dei vari momenti. Il primo legato al Natale perchè ci eravamo conosciuti grazie alle musiche natalizie per zampogna e ciaramella. Il secondo quello un po' della maturità, il nostro catalogo, la nostra antologia. Il terzo di nuovo il Natale ma aperto ad altri musicisti e ad altre tradizioni. Il percorso dei dischi  ha avuto anche il notevole apporto di Cristina. Lei ha saputo trasformare le nostre intenzioni in progetti musicali e letterari concreti. Tant'è che i nostri concerti , da subito sono stati percorsi musicali guidati da Cristina che, prendendo l'uditore per mano, lo  accompagnava lungo i sentieri della musica e della letteratura. 

Quali sono state le difficoltà che avete incontrato nel far dialogare ciaramella ed organo?
Sempre grande piacere. La difficoltà sta nell'adattare la le ciaramelle alle intonazioni dei vari organi che trovi nelle chiese. Calanti o crescenti secondo il tempo  o l'umidità o l'età dello strumento. Il fascino di costruire ance "ad hoc" per un organo o un altro. Una sfida continua. E anche un po' di stress quando fai la prova concerto con un organo ad una certa temperatura, e arrivi un ora dopo con la chiesa caldissima e un organo incazzato per lo sbalzo termico e alzatosi di intonazione all'inverosimile.

Ci puoi racconatare la genesi del vostro debutto “Era La Notte Che” e del successivo “Laetimusici”?
Cristina è stata l'ideatrice del progetto. Avevamo conosciuto Benito Mazzi, grande scrittore della Valle Vigezzo. Già il suo fascino e il suo affetto ci facevano pensare che avremmo dovuto fare  qualcosa insieme. Quando Cristina lesse le novelle di "quando abbaiava la volpe" fu tutto chiaro.Una di queste divenne l' idea, il progetto su cui costruire la storia musicale. Si parlava del Bambino dei ricchi e del Bambino dei poveri. Noi avevamo l'organo strumento ricco, maestoso e nobile affiancato alla ciaramella, strumento povero, pastorale e popolare. Cosa trovare di meglio? In Laetimusici abbiamo invece messo quanto più ci era piaciuto fino a quel punto della nostra storia. E la foto di chiusura ne era l 'espessione più viva.

Un capitolo a parte del vostro percorso artistico lo merita “Il Natale  dei Semplici”, disco nato dalla collaborazione con Lucilla Galeazzi, e che vede la partecipazione di Nando Citarella. Com’è nato questo progetto?
Questo progetto è nato lungo i passi del Cammino di Santiago fatto col "fratello" Nando Citarella nel 2010. La nostra aspirazione era unire idealmente nord e sud. Tant'è che il titolo del nostro Cammino era: un Terrone e un Polentone sul Camino di Santiago. Un progetto, quindi, sulle tradizioni del Natale che andasse dal Ticino (svizzera) alla Sicilia rappresentava il concretizzarsi dell'idea. Unire le Alpi al Sud. Anche qui è stata Cristina a mettere insieme tutti i frammenti delle nostre fantasie, contagiando l'amica di tanti anni di musica Lucilla Galeazzi. Anche in questo caso Laetizia assoluta!! Tre giorni passati in una chiesa fredda dell'autunno inoltrato a scoprire 
tanti "Natali" sconosciuti. 

Come avete scelto i canti da rienterpretare?
L'autorevolezza di Lucilla e Nando hanno fatto sì che la scelta sui canti fosse loro all'interno delle ipotesi progettuali di Cristina. Noi abbiamo seguito la componente arrangiamenti affinchè organo e ciaramella si fondessero con le voci di Lucilla, Nando e Nora Tiggens, e con la chitarra di Cristiano Califano. E' stato un grande momento musicale che ha trovato spazio anche come proposta di concerti che andiamo a proporre per il Natale. La fantasia e l'entusiasmo sfrenato di due grandi "cantori", combinati con il rigore di un organista "svizzero". E la ciaramella ... ovviamente in mezzo !

Quali sono i progetti futuri del duo Laetimusici?
Il progetto principale è quello di continuare ad alimentare una amicizia nata attraverso la musica e diventata un legame fraterno. Per la musica, invece, ho un sogno nel cassetto: un nuovo lavoro sul Natale, ma come rifacimento di un grande LP a tema natalizio degli anni Settanta. Ci stiamo pensando da un po' e Giovanni sta lavorando sugli arrangiamenti. Lavoro ciclopico, date le caratteristiche della ciaramella. Non oso dire di più; se ce la faremo sarà un bel botto.



Salvatore Esposito