BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 26 settembre 2012

Numero 71 del 26 Settembre 2012

L'interessante progetto Taranta Nera di Officina Zoè, un intervista con il mandolinista Emanuele Buzi, il concerto di Vinicio Capossela nella suggestiva cornice delle Basiliche Paleocristiane di Cimitile, sono gli ingredienti principali di questo ultimo numero di Settembre 2012 di Blogfoolk.  Non mancano l'abituale rubrica Taglio Basso, curata da Antonio "Rigo" Righetti, un focus sul Salento di Raffaele Cristian Palano e alcune recensioni tra cui spiccano il nuovo disco dei veneti The Beards, l'ottimo Kistalè dei friulani Pantan, e il volume U Sonu di Ettore Castagna, dedicato ai Soni A Ballu della Calabria Greca.


FOCUS: La Taranta Nera di Officina Zoè. Il Salento Incontra l’Africa

Tra i più apprezzati live act dell’estate, il progetto Taranta Nera, è anche uno splendido disco dal vivo nel quale Officina Zoè incontra Baba Sissoko, Mamani Keita, Sourakhata Dioubate, tre eccellenti musicisti subsahariani, con i quali ha sviluppato un dialogo che parte dal Salento e arriva nel Mali facendo emergere sorprendenti convergenze tra queste due mondi musicali solo in apparenza differenti. Abbiamo incontrato Donatello Pisanello, Lamberto Probo e Cinzia Marzo per approfondire questo progetto, ripercorrendo i primi passi della collaborazione con Baba Sissoko, fino a toccare le tematiche e il valore più profondo. 

Come nasce il progetto Taranta Nera? 
Donatello Pisanello – Questo progetto ha radici lontane nel tempo, risale infatti al periodo dell’11 settembre. Ricordo che eravamo a Lecce per le prove con Baba Sissoko e Don Moye, fondatore dell’Art Ensemble Of Chicago, quando sentimmo la notizia che gli Stati Uniti erano stati attaccati. 

Lamberto Probo – Dieci anni fa quando incontrammo, Don Moye, lui era alla ricerca delle origini del blues, delle radici della musica afro-americana, e con lui c’era Baba Sissoko. Vollero venire nel Salento per incontrarci. 

Cinzia Marzo – Quello era un po’ il periodo in cui diversi artisti americani avevano cominciato questo tipo di ricerca, penso ad esempio a Dee Dee Bridgewater che era andata nel Mali. 

Lamberto Probo - Certamente Don Moye, avrà trovato qualcosa anche nella nostra musica, nei canti di lavoro, che per certi versi rimandano ai canti dei neri d’America… 

Cinzia Marzo – I nostri canti di lavoro, nascono con lo stesso sentimento con lo stesso ritmo, con lo stesso travaglio del blues, e come questo tipo di musica hanno l’obiettivo di esorcizzare la fatica. 

Lamberto Probo – Abbiamo incontrato questi musicisti e con loro abbiamo poi fatto anche un tour, Officina Zoè e Art Ensemble Of Chicago. In una stagione facemmo sei, sette concerti tra la Puglia e il resto dell’Italia. Quando Don Moye ripartì per l’America, rinsaldammo ancora di più il nostro rapporto con Baba Sissoko, che viveva in Calabria e si definisce afro-calabrese, e ha tre splendidi bambini, anche loro afro-calabresi. Con lui abbiamo continuato ad incontrarci, perché avevamo scoperto una grande affinità tra la nostra musica e quella del Mali. Sono due tradizioni ricchissime. 

Cinzia Marzo – Rispetto all’esperienza insieme all’Art Ensemble Of Chicago, che suonava jazz con strumenti amplificati, tra noi e Baba Sissoko si è sviluppato un tratto d’unione più profondo. Tra noi c’era un affinità diversa perché le nostre tradizioni sono entrambe legate alla terra. 

Da questa comune visione della musica è poi nata l’idea di realizzare anche il disco dal vivo… 
Lamberto Probo - Quello che ci accomuna è questo approccio molto particolare, che non è fatto di testi, ma è fatto di stomaco, di cuore. Sono due tradizioni, che si incontrano partendo dall’istinto. Noi siamo dei musicisti istintivi, non ragioniamo, non contiamo i numeri. Questa è una maniera di vivere e sentire la musica, che è molto più intima. Dopo dieci anni di incontri, almeno due o tre volte ogni anno, il nostro management, Sabino Martiradonna, ci ha chiesto di realizzare questo disco con Baba Sissoko. 

Donatello Pisanello – È nato così questo progetto di commistione, di unione, di fusione di queste due culture apparentemente così lontane quali sono quelle del Mali di Baba Sissoko e del Salento di Officina Zoè. Si è trattato di un incontro con l’Africa, uno sguardo verso il sud, quel su che da sempre è stato educato a guardare verso il nord, come punto di riferimento. Noi abbiamo voluto fare un inversione di tendenza, ritornare ad uno sguardo più antico che è stato sempre per noi il Mediterraneo e quindi l’Africa… 

Lamberto Probo – Abbiamo cominciato a lavorare ma, ad certo punto, questo lavoro che facevamo insieme sembrava un po’ squilibrato. Forse noi Zoè eravamo troppi e Baba Sissoko, si sentiva solo ad essere l’unico musicista di colore della formazione. Così lui ci ha proposto Mamadi Keita, una cantante maliana dalla voce bellissima che porta con sé la tradizione vera e sanguigna della propria terra. Lei attualmente vive a Parigi e ha avuto modo di collaborare con i più grandi musicisti del mondo. E poi Sourakhata Dioubate, un virtuoso del djambè che viene della Guinea. È nato questo incontro bellissimo tra due culture, due tradizioni che non sono confini, ma che ad un certo punto si incontrano. La cosa bellissima è che, ad esempio, un nostro canto tradizionale come può essere “Lu Rusciu De Lu Mare”, trova una corrispondenza in un canto maliano della loro tradizione, che sulla stessa melodia racconta le stesse cose. È in questi casi che emerge il concetto di terra come madre, così come lo abbiamo sempre raccontato nella nostra musica. E riconoscere la terra come nostra madre, non posso che riconoscere nel mondo solo fratelli. 

Avete definito Taranta Nera come un disco di incontro, qualcuno parlerà certamente anche di contaminazione… 
Donatello Pisanello - Non sono molto d’accordo con il termine contaminazione, perché prevede sempre che qualcuno rinunci a qualcosa di imposto. Preferisco, invece, il termine incontro perché quello che è accaduto tra Officina Zoè e Baba Sissoko, questo polistrumentista del Mali, che ci ha dato tantissimo. La nostra collaborazione rimanda a quegli incontri, che avvenivano nell’antichità nel Mediterraneo, quando navigando sul mare i popoli si scambiavano merci e cultura, e ognuno dava qualcosa all’altro e viceversa. È stato un incontro molto interessante, molto spontaneo e sincero. Non è stato solo qualcosa di musicale, ma è anche un incontro di vedute politiche e sociali. Il discorso è andato pianificandosi spontaneamente e con grande entusiasmo, e la cosa più importante è che questo è avvenuto senza che nessuna delle due parti rinunciasse a qualcosa. 

Lamberto Probo - Noi siamo molto istintivi, non è un progetto che nasce a tavolino pensando di fare contaminazione, che è un termine bruttissimo. Noi abbiamo raccontato la nostra terra, il Salento, loro l’Africa, il Mali… 

Cinzia Marzo - È un dialogo in cui ognuno ha raccontato la propria terra. 

Lamberto Probo - Contaminare è una parola bruttissima, mi sa tanto di radiazioni, di atomica. Cantare lo stesso brano, è esprimere un sentimento che vale per tutti noi. È soprattutto raccontare che i confini rappresentano solo gli interessi di quattro coglioni. La tradizione è la natura, la cultura è ciò che differenzia me da Baba, il Salento dal Mali. Queste differenze sono dettate solo dalla natura, dal territorio. Io vivo una terra piccolissima che è il Salento, siamo più mare che terra e parlo con Baba, che viene dal Mali che è una terra grandissima, che è sette volte l’Italia. Per non parlare dell’Africa, che è grandissima. Questo piccolo spicchio di terra che è il Salento, che è il mare, va a fecondare ed incontrare questa grande terra che è l’Africa. 

Quanto vi ha arricchito questa esperienza dal punto di vista umano? 

Cinzia Marzo - Ho sempre amato la musica africana, ho ascoltato tanti dischi. Tutta l’africa la conosco bene e ciò che ci ha arricchito di più è stato il piacere di incontrare persone come queste, che hanno una maniera di intendere la vita, che è completamente diversa da quella occidentale. Le famiglie sono un clan si aiutano, la madre è la madre di tutti gli altri bambini non solo dei suoi figli. 

Lamberto Probo - Solo una madre può scoprire un senso così profondo, noi maschi siamo più egoisti… 

Cinzia Marzo - Noi siamo portati a vedere solo ciò che di negativo accade in Africa. Per me, invece, questo incontro ha significato anche dare forza a ciò che c’è di bello e di farlo conoscere sempre di più, perché l’Africa è una terra grandissima meravigliosa, e bisogna ricordarsi sempre di questo e preservarlo. 

Come avete lavorato dal punto di vista delle timbriche e degli arrangiamenti dei vari brani? 
Donatello Pisanello - La cosa più bella di questa collaborazione, è stato che ognuno ha dato spontaneamente quello che riusciva a dare, senza imporre niente, senza a sua volta pretendere niente dagli altri. Nessuno ha diretto, nessuno ha subito imposizioni, è stato tutto molto spontaneo. Questo ci ha meravigliato moltissimo, perché ci ha portato tanto entusiasmo. C’era questo savoir-faire così diretto, così amichevole, ognuno ha fatto quello che riusciva a fare… 

Come avete scelto i vari brani? 
Donatello Pisanello - C’è stata una selezione su una serie lunghissima di brani, da cui abbiamo scelto quelli che meglio rappresentavano le culture e le realtà di entrambe le provenienze. Fondamentalmente abbiamo tenuto come punto di riferimento le voci e le percussioni, che sono in un certo senso gli elementi più caratterizzanti di questo progetto. Poi gli arrangiamenti musicali, strumentali solistici sono stati molto spontanei, sono venuti fuori da se, ognuno ha saputo intromettersi nei brani degli altri, e ognuno ha accettato senza condizioni. Tutto è stato così meravigliosamente spontaneo… 

Strumenti della tradizione africana e ritmiche salentine come convivono? 
Donatello Pisanello - Convivono benissimo, l’Africa in questo progetto è emersa, come ha detto Lamberto come quella che è nella storia dell’Occidente, ovvero la Mamma. Quella Madre che abbiamo avuto modo di incontrare ripercorrendo certi ritmi primordiali, certe sonorità quasi archetipali. Baba che è un virtuoso del tamani, questo talkin’ drum, tamburo parlante, ha saputo inserirsi benissimo nella pizzica, e anche noi con i nostri strumenti solistici, siamo riusciti ad introdurci nella musica del Mali, che poi è la radice del blues. 

Tornando al rapporto tra il Blues del Mali e i canti di lavoro della tradizione salentina, qual è il punto di contatto a livello musicale? 
Donatello Pisanello - Nel nostro repertorio ci sono molti canti di lavoro, penso ad esempio a “Ferma Zitella” che è una sorta di blues in cui sia Baba che Mamani Keita hanno saputo interpretarlo così bene, che sembrava un canto di matrice maliana. Allo stesso modo, la pizzica con il tamburello si è introdotta benissimo in alcuni brani di Baba penso a “Tele” o “Kele”. 

Taranta Nera è un progetto nato sul palco, qual è stata la risposta del pubblico? 
Donatello Pisanello – È un progetto relativamente giovane almeno sul palco, e quei pochi concerti che abbiamo fatto hanno avuto un grande riscontro, tanto è vero che è uscito subito questo disco. Abbiamo avuto l’onore di poter presentare questo progetto al Festival di Ravenna, diretto da Riccardo Muti, dal quale abbiamo avuto i complimenti per l’originalità della nostra idea. 

Se Taranta Nera è un disco di incontri, nel vostro precedente disco in studio, avete proposto dei brani inediti nati ed ispirati dal solco della tradizione… 
Lamberto Probo – “Maledetti Guai” è un disco che non è mai stato finito, in realtà però è molto importante. Era un disco che esprimeva il momento. Il pubblico che ci segue ama molto quello che abbiamo fatto sulla tradizione, ma a volte è necessario che anche prendere direzioni diverse, sebbene la gente ci chieda la pizzica. Non abbiamo fatto altro che continuare a raccontare e a portare avanti la nostra tradizione, anche aprendo strade nuove sonorità nuove, senza però perdere di vista il ritmo della nostra pizzica e soprattutto rispettando quelle che sono le nostre radici. La musica serve a raccontare, e come i nostri avi raccontavano, cantando “Santu Paulu”, le loro gioie e i loro dolori allo stesso modo noi abbiamo cercato di vedere la tradizione come una biblioteca vivente, che continua ad accumulare e a raccontare, la tradizione è per noi un giornale che viene sempre stampato, giorno dopo giorno, e che racconta e racconterà storie sempre nuove ed attuali. E’ la vita. La tradizione deve rimanere viva, non deve essere legata agli scaffali di un museo, perché deve raccontare quello che siamo noi oggi. Le nostre esperienze di oggi, la nostra sensibilità di oggi, il nostro gioire di oggi, il nostro soffrire. “Maledetti guai” è un esempio eclatante di questo concetto, è una strada aperta. 

Cinzia Marzo - Sicuramente, non è un lavoro studiato a tavolino. “Maledetti Guai” è quello che in maniera naturale noi assorbiamo giorno per giorno, e allo stesso modo naturalmente esprimiamo. 

Lamberto Probo - Noi diciamo no al nucleare, no alle opere faraoniche che rubano i soldi agli italiani, no alla classe politica becera che si è saziata del nostro sangue e che continua ad usurpare. Noi crediamo nell’essere delle persone, e dovunque andiamo sul palco raccontiamo di persone che non vogliono più seguire il Dio profitto e vogliono rinunciare alla maggior parte dei soldi, però ci teniamo a vivere una vita che sia rispettosa della dignità delle persone. 

Salvatore Esposito

Le Videointerviste





Salvatore Esposito



Officina Zoè. Baba Sissoko, Mamani Keita, Sourakhata Dioubate - Taranta Nera (Italian World Music) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

Se è vero che la collaborazione con artisti maliani è una tendenza à la page per rockettari, produttori world-oriented e musicisti provenienti dagli angoli più disparati del globo, questo incontro tra Zoè e il maliano-calabrese Baba Sissoko ha un senso profondo. Non è né l’afro-taranta di cui di certo qualcuno a corto di idee avrà già parlato e scritto, né l’esplorazione di ancestrali comunanze afro-mediterranee, che sicuramente esistono, ma restano difficili da provare. Piuttosto la chiave di lettura di un bell’album registrato dal vivo al Teatro Giacosa di Aosta è l’empatia tra spiriti affini, sintonizzati sul canto della terra e del cuore. Sin dagli esordi negli anni ’90, Officina Zoè si è espressa nel battito vitale delle pelli dei tamburelli, nella potenza salvifica del ritmo, rimettendo al centro dell’attenzione delle nuove generazioni salentine la pizzica-pizzica. Zoè è stata la principale band ponte tra la memoria della cultura delle campagne salentine e la contemporaneità, attraverso l’elaborazione creativa del patrimonio musicale locale con le sue sonorizzazioni teatrali e cinematografiche. Proveniente da una schiatta di djeli, anche Baba è musicista avvolto nei ritmi tradizionali dei popoli del Mali, ma nel corso della sua lunga carriera, costruita anche attraverso prestigiose collaborazioni, ha integrato nel suo suono linguaggi musicali urbani dell’Africa Occidentale, rock e jazz. Qui il polistrumentista (voce, tamani, n’goni) con la vedette maliano-parigina Mamani Keita e il percussionista guineano – anch’egli da anni residente in Italia – Sourakhata Dioubate (percussioni). Il tradizionale “Santu Paulo” è costruito sul ritmo implacabile di tamburi a cornice, cui si aggiunge il tama di Baba. “Masaya” , firmata da Sissoko, è uno degli episodi in cui la progressiva mescolanza di ritmi sub-sahariani e salentini trova sfavillante compimento. Nel classico “Lu Rusciu de lu Mare”, invece, si alternano linee vocali salentine e maliane, così pure avviene in “Ferma Ferma”, giustapposizione delle voci potenti e penetranti di Cinzia Marzo e Mamani Keita, che cercano comuni vie melodiche. “Yala” è un altro brano di felice integrazione di ritmi sincopati africani e di indomabili tamburi (Lamberto Probo e Silvia Gallone), violino (Giorgio Doveri), organetto (Donatello Pisanello), armonica a bocca (Luigi Panico). Altrove sono i rispettivi stili a predominare (“Kele”, “Tele”, “Pizzica Tarantata”). Chiude il disco il vorticoso “Cu lli suspiri”, testo tradizionale salentino su musica di Pisanello, inarrestabile vis travolgente, accentuata dal muro del suono dei tamburi. 


Ciro De Rosa

Il Mandolino Tra Musica Colta e Musica Popolare. Incontro con Emanuele Buzi

Nipote di Giuseppe Anedda, Buzi ha intrapreso lo studio del mandolino con il nonno, per poi passare a perfezionarsi con Dorina Frati. Diplomato al Conservatorio di Musica “A.Casella” de L’Aquila, collabora stabilmente con enti lirici di prima grandezza, come La Scala, La Fenice, la Fondazione Toscanini di Parma, il Teatro Massimo di Palermo, ed è stato diretto, tra gli altri, da Muti, Rostropovich, Prêtre, Marshall. Per molti anni ha fatto parte del gruppo di musica popolare Almalatina. In seguito, ha fondato il quintetto a plettro Giuseppe Anedda. Dal 2008 è docente di mandolino presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo. 

Come è nata la passione che ti ha portato a cominciare a suonare il mandolino? 
A casa mia la musica è sempre stata una presenza costante. Anche i miei due fratelli sono musicisti: Valdimiro è mandolinista e pianista, con lui collaboro nella maggior parte dei miei progetti musicali; Costantino è un valentissimo chitarrista. Ogni volta che i nonni venivano a farci visita era una vera e propria festa. La nonna, Benita Fanciulli, fu una popolarissima cantante dell’EIAR negli anni ’30 nonché la nostra prima insegnante di pianoforte. Gli strumenti musicali sono stati i nostri primi “giocattoli” e il mandolino era fra quelli. L’ho sempre ritenuto uno strumento “normale” e non mi sono mai posto il problema che fosse considerato minore. La passione per questo strumento è nata, ovviamente, dall’amore per nostro nonno ma anche grazie alla frequentazione con l’Orchestra Claudio e Mauro Terroni di Brescia e la sua direttrice, Dorina Frati, che anni dopo sarebbe divenuta la mia insegnante. Questa orchestra veniva spesso a Roma per esibirsi assieme a nostro nonno. Vedere la stima e l’affetto di questi giovanissimi musicisti per il mandolino e per il loro idolo, accese in noi la stessa passione e determinazione. 

Come è nato il tuo amore per la musica classica? 
Mio nonno mi ha insegnato ad ascoltare la musica con un orecchio più attento e a lasciarmi incuriosire, senza pregiudizi, da tutti i generi musicali. Amava l’opera, la musica barocca, Bach e Vivaldi su tutti, i grandi autori romantici ma anche i classici della canzone napoletana ed italiana. Negli anni la curiosità è stata alimentata grazie alle persone che ho avuto il privilegio di incontrare durante il mio percorso artistico. Il Conservatorio de L’Aquila, in particolare, mi ha permesso di confrontarmi con studenti di altri strumenti e con degli illuminati insegnanti. E quello per la musica popolare, viste le frequenti incursioni che si incontrano nel repertorio del tuo quintetto e dell’orchestra a plettro che dirigi? Ho sempre avuto grande rispetto per la musica popolare in quanto forma di espressione culturale, ma non mi sono mai dedicato, come avrei dovuto, a conoscerla. Le incursioni popolari nei nostri repertori ci permettono sempre di sfruttare appieno le potenzialità tecniche ed espressive degli strumenti a plettro. Ho sempre amato anche la canzone napoletana: un repertorio che considero, senza timore di smentita, colto e nobilissimo. Fanno parte con orgoglio del mio bagaglio artistico. Per anni ho suonato nell’ensemble Almalatina, specializzato nel repertorio della canzone classica partenopea. Questa formazione mi ha arricchito enormemente, permettendomi di approfondire questo vastissimo genere musicale. 

Vuoi raccontarci l’esperienza musicale che hai vissuto all’estero? 
Le esperienze all’estero sono sempre state ricche di incontri e sorprese emozionanti anche, e soprattutto, nei paesi più differenti dal nostro. In Albania, ad esempio, eseguii, nelle maggiori città, il concerto di Vivaldi per due mandolini e archi, a fianco di Dorina Frati. Il Paese veniva da una crisi politica ed economica spaventosa, e stava faticosamente cercando di rialzarsi in piedi. Il Direttore dell’orchestra si scusò anticipatamente con noi per la poca educazione del pubblico che avrebbe sicuramente applaudito tra un tempo e l’altro del concerto, in quanto non abituato all’ascolto della musica classica. Avrei dovuto dirgli per tranquillizzarlo che in Italia avviene anche di peggio… Ormai non mi sorprende più scoprire l’amore ed il rispetto che c’è per il mandolino all’estero. Paesi come la Germania, l’Austria, la Spagna, la Francia fino al Giappone hanno una notevole e consolidata tradizione mandolinistica. In Giappone effettuo regolarmente tournèe ogni due anni dal 2005. È un paese che amo profondamente, per le sue persone, la sua cultura, le bellissime città e, cosa che non sottovaluto mai, la sua cucina! 

Tuo nonno, il maestro Giuseppe Anedda, è stato l’artefice del “rinascimento” del mandolino in Italia, ci descrivi la sua figura e la sua esperienza musicale? 
Giuseppe Anedda è stato il fondatore della scuola mandolinistica moderna. Con il suo mandolino, il suo talento ed una tecnica innovativa ha calcato i palcoscenici più prestigiosi del mondo, restituendo a questo piccolo strumento nobiltà e prestigio. A lui si devono numerose scoperte di manoscritti originali del ‘700 nelle biblioteche europee (Parigi, Londra, Vienna, Uppsåla ecc.), che oggi costituiscono gran parte del repertorio del programma ministeriale dei Conservatori italiani. Nel ’75 fu titolare della prima cattedra italiana di mandolino presso il Conservatorio di Padova. Durante la sua fantastica carriera concertistica ricevette il plauso di illustri esponenti del mondo della musica colta del Novecento quali Stravinsky, Casals, Segovia, Stern, Menhuin e Oistrakh, solo per citarne alcuni. 

Il tuo quintetto prende il nome di tuo nonno. Ci parli di questa esperienza e dei momenti significativi della vita artistica del gruppo, fino alle celebrazioni, quest’anno, per la ricorrenza del centenario della nascita di tuo nonno e della collaborazione avuta col maestro Morricone? 
Il quintetto Anedda è nato dall’esigenza di ricordare la figura di questo artista, il cui nome rischiava di essere dimenticato troppo presto. Fondamentale è stato l’incontro con Norberto Gonçalves da Cruz, mio compagno di studi presso il Conservatorio de L’Aquila. Norberto è un virtuoso portoghese dotato di un talento straordinario, oltre ad essere un fraterno amico. Fu lui a proporre a me e mio fratello di formare un ensemble in ricordo di Anedda. Da subito questa formazione, cui si sono aggiunti il chitarrista Andrea Pace ed il contrabbassista Emiliano Piccolini, si è esibita ad altissimi livelli. Tra le esperienze più significative il concerto tenuto presso la Cappella Paolina del Quirinale, ma anche le numerose tournèe estere, le incisioni e la realizzazione del DVD live presso l’Oratorio del Gonfalone a Roma, che ci sta dando tantissime soddisfazioni. Ennio Morricone ci ha ascoltati, ci ha invitato più volte a prendere parte alle registrazioni di sue colonne sonore e ci ha autorizzati, cosa che fa molto di rado, a trascrivere, per quintetto a plettro, alcune dei suoi più celebri temi. 

Quanto ti hanno arricchito collaborazioni con artisti del calibro di Muti, Rostropovich, Prêtre, e con enti lirici come La Scala, La Fenice, il Teatro Massimo. 
Sono state esperienze molto significative che hanno il potere di sconvolgere totalmente una carriera artistica. Non si limitano a dei nomi illustri sul proprio curriculum, ma sono incontri che formano profondamente la tua identità ed il tuo essere artista. Non sono state sempre esperienze positive, ad esempio Rostropovich, di cui ricordo il carattere severo e burbero, ci riprese molto animatamente una volta che sbagliammo un attacco (eravamo 4 mandolinisti, tutti giovanissimi e con poca esperienza alle spalle). Poi però ci riscattammo alla grande… Questi giganti della musica riescono ad ottenere il massimo dai musicisti con un semplice gesto della bacchetta. Conoscerli di persona ed in contesti magici come i teatri citati, ti regala emozioni fortissime. 

Quali sono finora le pubblicazioni che puoi annoverare nella tua carriera? 
Ho al mio attivo numerose incisioni con formazioni diverse e, grazie alla versatilità del mandolino, di natura diverse. La mia discografia è composta da musica da camera, opera, colonne sonore da film (quella più divertente assieme ad Elio e le storie tese, quella più emozionante, per il film The Tourist, registrata a Londra presso gli studi Abbey Road), partecipazioni a dischi di musica leggera (Claudio Baglioni, Sal da Vinci, Luis Bacalov) e prime incisioni assolute. Ultimamente mi sono dedicato alla revisione e pubblicazione di partiture per mandolino e di articoli sulla storia dello strumento. 

Quali sono i tuoi metodi di ricerca nel campo della musica per mandolino? 
Cerco di stimolare i compositori con cui entro in contatto a scrivere per mandolino, fornendogli tutte le informazioni necessarie affinché le potenzialità degli strumenti a plettro vengano valorizzate. L’arricchimento del repertorio è fondamentale per il lavoro di rivalutazione intrapreso da mio nonno.

Da alcuni anni ti stai sperimentando anche con l'insegnamento presso il Conservatorio “Bellini” di Palermo. Ci racconti i contenuti di questa esperienza? 
Sono molto orgoglioso di essere docente a Palermo. In tutta Italia i Conservatori che vantano una cattedra di mandolino sono solo sei. La cosa che mi inorgoglisce maggiormente è il fatto che la carriera di mio nonno ebbe inizio proprio a Palermo a seguito dei concorsi nazionali del dopolavoro nel ’38 e nel ’39, vinti dal suo quartetto (il quartetto Karalis). Dal punto di vista didattico cerco di tenermi in continuo aggiornamento avvalendomi della preziosissima collaborazione della mia insegnante, Dorina Frati, sempre prodiga di consigli e suggerimenti. Questa città ha enormi potenzialità, che devono solo essere sfruttate al meglio. Spero pertanto di poter gettare le basi per una nuova generazione di mandolinisti qualificati ed apprezzati. Sono molto felice, ho la fortuna di insegnare a ragazzi eccezionali che mi danno continue soddisfazioni. 

Attraverso la permanenza in Sicilia dovuta alla docenza in Conservatorio hai avuto occasione di conoscere realtà musicali siciliane? 
Il panorama musicale siciliano è molto ricco e pertanto altrettanto stimolante. Lavorare in Conservatorio ti fa conoscere più facilmente queste realtà, il corpo docente è molto qualificato e collaborazioni con colleghi e studenti sono nate spontaneamente. Ho registrato un disco di canzoni della tradizione siciliana arrangiate dall’eccellente Mauro Schiavone con la cantante Miriam Palma. Miriam è una cantante sorprendente con una tecnica vocale unica nel suo genere, è stata davvero una fortuna conoscerla e poterci lavorare. L’incontro più importante è stato con Giovanni Paolo Di Stefano eminente organologo, apprezzato in tutta Italia. Oltre ad essere diventato un caro amico è nata con lui una proficua collaborazione nella ricerca musicologica sulla storia del mandolino di cui è un profondo conoscitore. 

Come è nata l'idea di costituire un’ orchestra a plettro, con quale repertorio e con quale riscontro in termini di critica e di pubblico? 
L’orchestra a plettro del Conservatorio è nata con una finalità prettamente didattica. Anche nel mio percorso formativo (ho suonato per anni nell’Orchestra Mandolinistica Romana) l’orchestra a plettro ha costituito la palestra in cui misurarmi. Si impara moltissimo suonando a contatto con altri musicisti, ascoltando chi ti sta intorno, seguendo una bacchetta (anche se nell’orchestra del conservatorio non c’è direttore), misurandosi con brani più difficili, che mettono alla prova le proprie capacità. In un contesto orchestrale si apprende a comportarsi in maniera disciplinata, ognuno mette a disposizione il proprio contributo senza presunzione ed esibizionismi sterili. Questi insegnamenti mi sono tornati molto utili nella mia attività artistica e credo quindi possano essere altrettanto utili ai ragazzi. Ovviamente l’esibizione in pubblico rappresenta poi un ulteriore banco di prova. Abbiamo avuto la fortuna di esibirci molto spesso, sempre con successo e sempre in contesti affascinanti, come il tempio di Giunone ad Agrigento o Palazzo Bellomo a Siracusa o ancora il Castello Ursino di Catania. Per quanto riguarda il repertorio cerco di scegliere brani originali o trascritti che siano accattivanti e piacevoli per il pubblico ma soprattutto “utili” alla crescita musicale dell’orchestra e di presentare sempre programmi diversi.

Quale progettualità futura persegui nella direzione della orchestra? 
Non sarebbe male l’inserimento in organico di un contrabbasso, utilissimo ad ampliare lo spettro sonoro orchestrale, qualche altro strumento solistico e soprattutto collaborare con un direttore d’orchestra, anche giovane, che voglia cimentarsi con questo particolare ensemble. Mi piacerebbe che un giorno l’esperienza di ascoltare un’orchestra a plettro non fosse così “nuova”. Significherebbe che il mandolino è entrato a pieno titolo nel panorama concertistico, che ha riacquistato considerazione e rispetto. 


Mario G. Rossi

Ettore Castagna, U Sonu, La Danza Nella Calabria Greca, SqulLibri 2012, II ed., pp.184 Euro 18 Libro con Cd

Antropologo e fondatore del gruppo Ferrovie Calabro-Lucano, nonché docente di Storia delle Culture Locali presso l’Università di Bergamo, Ettore Castagna da anni è impegnato in una intensa attività di ricerca sulla tradizione musicale della Calabria ed in particolare sui “soni a ballu” dell’Aspromonte Greco, a cui nel 2006 ha dedicato uno splendido saggio edito da SquiLibri. Proprio quest’opera, U Sonu, La Danza Nella Calabria Greca, è stata di recente ristampata, nell’ormai consueto formato libro con cd. Il saggio prende in esame la musica e la danza tradizionale dell’area grecanica e aspromontana della Calabria, dando vita ad una analisi rigorosa e dettagliata che si sviluppa su diversi livelli e si pone a cavallo fra antropologia, letteratura ed etnocoreologia. Non si tratta, dunque, di una ricostruzione etnomusicologica dello stereotipo tarantella ma piuttosto un vero e proprio viaggio nel tempo nel quale immergersi negli splendidi scenari dell’Aspromonte, per arrivare a toccare da vicino la tradizione del “suono che fa ballare”. U Sonu così ci appare in tutta la sua totale complessità, che lo vede caratterizzare i momenti principali della vita individuale e collettiva, dai battesimi ai matrimoni, passando per le ricorrenze religiose e il lavoro. Castagna analizza accuratamente le differenze sostanziali tra il ballo pubblico, caratterizzato dalla rota ovvero uno spazio reso circolare dalla disposizione di chi guarda e chi balla, e la dimensione coreutica domestica, che è stato per secoli la forma prevalente con la quale la gente di montagna ha espresso la propria socialità. Parallelamente vengono trattati anche i meccanismi della legittimazione sociale e dell’identità culturale di un popolo, come dimostra il percorso etnografico relativo alle comunità di Cardeto e della Valle del Sant’Agata dove la danza è ancora espressione vitale di un mondo che non ha mai tagliato i ponti con le proprie radici, sia pure facendo i conti con la contemporaneità. A completare il testo c’è un ricco corredo fotografico, e soprattutto il disco che raccoglie otto tracce, per quasi un ora di totale immersione nei “soni a ballu”. Per chiunque voglia approfondire la tradizione musicale calabrese, fin troppo immeritatamente identificata con la tarantella, questo saggio sarà certamente illuminante, in quanto si pone a metà strada tra la divulgazione e la trattazione scientifica, tratteggiando con grande sensibilità una tradizione antichissima, come solo un musicista riesce a fare. 


Salvatore Esposito

Vinicio Capossela, Pomigliano Jazz Festival XVII Edizione, Cimitile (NA), 21 Settembre 2012

La scena è quella suggestiva delle basiliche paleocristiane di Cimitile, il complesso archeologico del IV secolo d.C., dove per il secondo anno fa tappa il Pomigliano Jazz Festival. Scelta controversa che ha determinato un dibattito nell’agorà telematica e nei media per l’allontanamento dalla città vesuviana, per il costo del biglietto (30 Euro) non proprio accessibile a tutti (a parte politici e notabili locali presenzialisti, che entrati gratis con il loro seguito, ne hanno approfittato per occupare posti riservati agli addetti ai lavori, chiacchierare ad alta voce o parlare al cellulare, come da costume italiota), e non da ultimo per il nome di Capossela stesso. Che lui non c’entri niente con la nozione di jazz, lo dichiara subito all’inizio dello show, ma al di là dell’amore dichiarato in vecchie interviste per una musica nata come genere davvero popolare, va sottolineato come non pochi festival jazz, in Italia come altrove, si adoperino per dare spazio a personalità che, seppure lontane dalla matrice jazzistica, possiedono un elevato tasso artistico. 
E sicuramente Capossela è uno dei musicisti più originali della scena nazionale e non solo, per la sua creatività onnivora, spiazzante, istrionica, colta e popolare al contempo. A Cimitile, Vinicio non è venuto a presentare il suo recente album di ispirazione greca, ma ha concepito un progetto per l’occasione pomiglianese, affascinato dai luoghi di “una cristianità antica non ancora gerarchizzata”, sottolinea in scena, “posti sulle vie che percorsero San Gennaro, San Felice e San Paolino”, come ha rimarcato in più di un’intervista. Una scelta non casuale e non occhiuta, se si guarda al suo interesse verso le culture religiose del nostro Sud, che ha trovato ampio sparso nei suoi dischi. Le vie dei santi, di chiaro richiamo chatwiniano, è il titolo di uno spettacolo che, attraverso canzoni del suo repertorio, pone al centro dell’attenzione questi mediatori tra cielo e terra, figure umanizzate, più profane che entità numinose: “un incrocio tra rabdomanti, maghi e asceti”, spiega ancora Vinicio. Evoca presenze forti dell'immaginario popolare, a cui ci si rivolge perfino confidenzialmente – pensiamo a San Gennaro – per chiedere un miracolo o una raccomandazione. 
Che poi “Sappiamo tutti che c’è il MIRACOLO e il miracolo…” precisa Capossela a Cimitile, citando Massimo Troisi, che su questo tema con la sua arte ha già chiosato più di un trattato scientifico. Dunque, le vie dei santi, tra agiografia e antropologia, diventano il pretesto per parlare dell’uomo nella sua essenza, che nella devozione proietta angosce, passioni, aneliti, speranze di sovvertimento della sua condizione. Con il trasformista Vinicio suonano Vincenzo Vasi (theremin, campionatore, marimba), Alessandro Stefana (chitarra, banjo, armonium), Dimitri Sillato (violino), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Mauro Ottolini (trombone, flauto, conchiglia), Zeno De Rossi (batteria), Virginio Tenore (tammorra) e i plettri della cosiddetta banda della posta di Calitri, con Rocco Briuolo e i suoi figli. L’incipit è bandistico con la “La Marcia del Campo Santo”, a metà strada tra una fanfara balcanica e sequenze musicali dei rituali della Settimana Santa. Poi si va per mare: “Oceano oilalà” omaggia Santa Barbara. Smessi i panni del capitano di “Marinai, Profeti e Balene”, lasciato da parte lo struggimento diluito del mondo delle tekes dell’ultimo “Rebetiko Gymnastas”, Capossela indossa i panni di una sorta di predicatore, di nero vestito, con un largo capellaccio nero. Quella che sembrava un’esile trama narrativa, quasi un pretesto, diventa di canzone in canzone un itinerario corposo, perché nella sua produzione il musicista di Hannover ha toccato di frequente i temi della religiosità popolare. Di brano in brano si produce in aneddoti, citazioni, narrazioni, affabulando il pubblico (si registra il tutto esaurito). Di racconto in santo, di santo in canzone, Capossela passa in rassegna personaggi che spesso hanno vissuto le loro “facoltà” e il loro misticismo come una iattura piuttosto che un dono divino: le levitazioni estatiche di S Giuseppe da Copertino, su tutti, per non dire delle sofferenze, delle violenze e del martirio. 
La swingante “Dalla parte di Spessotto” parla di “chi è nato dalla parte di sotto”, ma anche di noi tutti, progenie di quei “farabutti” di Adamo ed Eva e nel refrain cita il classico partenopeo “Dduje Paravise”. A San Canio, “Canione”, patrono di Calitri, paese d’origine del padre, è dedicata “Marjà”, “Arri Arri” non può che omaggiare Sant’ Antonio Abate. Abbandona di tanto in tanto il suo repertorio, per dare voce ad aedi del popolo basso, come Matteo Salvatore (“Il lamento dei mendicanti”, “Le chiacchiere de lu paese”) ed Enzo Del Re (“Cant du ‘navgant”). Seguono “Santissima dei Naufragati”, “La Madonna delle conchiglie”, preceduta dalla presentazione dell’ischitana Santa Restituta, e “Lanterne Rosse”. C’è “Santo Liborio”, protettore dei cornuti volontari che ci riporta in Irpinia con una raffica di ingiuriate e i mandolini di Rocco Briuolo & Sons. Questi ultimi, a ritmo di ballo, conducono anche “Campo di Fiori”, storia di preti licenziosi: un topos della cultura popolare. Poi arriva “Non Trattare”, dove emerge ancora l’aspetto terragno della religione, “Al Colosseo” e le rime michelangelesche. Il pubblico si infiamma sulle note danzerecce de “Il Ballo di San Vito”, mentre Capossela indossa la maschera del minotauro. Siamo all’epilogo? No, non è finita, Vinicio è instancabile, dal vivo dà tutto senza risparmiarsi. Ritorna sul palco per presentare la band all’interno di “Hei Compare”, cui segue la ranchera “Occhi neri”, dedicata a Santa Lucia. Un altro tripudio arriva con “Che Coss’è l'amor”, cavallo di battaglia per l’immancabile – e come potrebbe mancare – San Rocco. Ce n’è anche per Sante Nicola, “Se Dio se ne va c’è pur sempre Santo Nicola”, recita un detto russo, prima che in scena si materializzi Ciccillo Di Benedetto, ristoratore-tenore menzionato nella canzone “Al veglione”, che intona “Core ‘ngrato”. Dopo tre ore di musica, si finisce – e poteva non essere questa la consacrata conclusione – con una delicata, notturna versione di “Ovunque Proteggi”. 


Ciro De Rosa
foto di Titti Fabozzi

The Beards - Widmann’s Mansion (Woodstock Records/I.R.D.)

Formatisi ascoltando e suonando i brani di Bob Dylan e The Band, i veneziani The Beards, ovvero Emanuele Marchiori (voce, batteria e piano toy) e Max Magro (voce, chitarra e basso), sin dalla loro formazione, avvenuta nel 2005, hanno seguito un preciso progetto artistico che li ha condotti negli anni non solo a confrontarsi con realtà nuove come gli States, dove sono stati spessissimo in tour, ma soprattutto a rafforzare la loro cifra stilistica, che li vede interpreti di una travolgente ed originale miscela di southern country e rock, che oltreoceano hanno subito definito come Spaghetti Country Western. Senza cercare le luci della ribalta e il successo facile, il gruppo veneziano ha lavorato duramente in questi anni, sia dal vivo sia in studio, e collezionando collaborazioni di grande prestigio con artisti come TJ Cole, Dirty Dozen Brass Band, Tommy Talton, Benji Shanks, Mark Kramer e nonché partecipazioni ad eventi di grande importanza come lo Jesolo Music Festival e la 66° Mostra del Cinema di Venezia. Dopo aver pubblicato due ottimi dischi tra il 2006 e il 2009, nonchè diversi ep e dischi live distribuiti in digitale, i veneziani tornano con un nuovo album, Widmann’s Mansion, che raccoglie undici brani incisi nell’estate del 2010 nell’auditorium di Villa Waldmann a Mira (Ve) e prodotti dal leggendario Aaron “Professor Louie” Hurwitz, già produttore di The Band e Mercury Rev. Al disco hanno partecipato alcuni ottimi musicisti come Andrea Tollin (basso), e Jacopo Bratovich (slide guitar) ma soprattutto due ospiti d’eccezione come la polistrumentista e cantante Marie “Miss Marie” Spinosa e l’australiano Julien Poulson (chitarra elettrica e armonica). Durante quelle sessions, documentate da una sorta di road movie di prossima uscita, sono nati parallelamente anche altri due progetti ovvero Moskito, colonna sonora del film omonimo in uscita a fine anno nelle sale, e un Ep in italiano, El Brigante, segno evidente della grande energia creativa sviluppatasi dalla collaborazione con Professor Louie. Non meno importante è anche l’etichetta che ha pubblicato questo terzo disco di The Beards ovvero la Woodstock Records, storica label indipendente americana che ha pubblicato in passato i dischi di Rick Danko e Levon Helm. Nel suo insieme l’album è una sorta di concept che ruota intorno alla contrapposizione tra l’amara disillusione per la vita e la speranza in un futuro migliore, facendo emergere il concetto di blues nella sua accezione più profonda. Durante l’ascolto si spazia dal country-rock al blues, passando per la canzone d’autore italiana, fino a toccare torridi boogie e sferraglianti rock stradaioli. Ad aprire il disco è l’evocativa di Life’s a Long Hard Road, in cui viene cantato il disagio di una vittima di continue ingiustizie, che combatte una guerra infinita per riappropriarsi della propria vita. Si passa poi al torrido boogie della trascinante Baby Loves To Boogie, fino a toccare prima In Wintertime, un brano rock che esplora il delirio di un innamorato costretto a fare i conti con i suoi fantasmi e il vizio per l’alcool, e successivamente la splendida I Giorni di Un Codardo, eccellente brano in italiano caratterizzato da un testo denso di poesia. La voce di Professor Louie guida alla grande la trascinante Keep On Changin’, brano che avrebbe fatto un’ottima figura in uno dei più recenti dischi di Bob Dylan, ma la vera sorprese arriva con la bella versione de La Notte di Salvatore Adamo, cantata da Max Magro e caratterizzata da un sound noir di grande suggestione. Ancora Professor Louie è protagonista del solare country-rock Honestly Lonesome Song, a cui segue Manchild, una ballata dai toni introspettivi e riflessivi, in cui viene cantata la storia di un uomo che trova la forza di accettare i traumi subiti da bambino. Mentre il disco giunge verso il finale, arriva una bella versione di Like A Rolling Stone di Bob Dylan, impreziosita dalla voce di Miss Marie, ma è con la splendida rock ballad Postcard From Milwaukee che si tocca il vertice compositivo del disco. Chiude il disco la festante Big Tent Show, che suggella un disco di ottima fattura, che funge da perfetto antipasto per i due progetti di prossima pubblicazione. 


Salvatore Esposito

Pantan – Kistalè (Nota)

I Pantan sono uno storico trio rock friulano, composto da Jvan Moda alla voce e alla chitarra, Daniele Furlan alla batteria e Alessandro Larocca al basso, che con Kistalè giunge al suo terzo lavoro in studio. Edito da nota in collaborazione con Radio Onde Furlane, il disco è stato registrato al FUDAstudio di Udine e presenta dieci brani inediti, tutti cantati in friulano, più la bella resa in dialetto di Saigon di Francesco De Gregori. Dopo diversi anni passati a produrre musica in modo artigianale, finalmente il gruppo friulano trovandosi a disposizione uno studio senza limiti di tempo, ha deciso di imboccare una strada differente, infatti piuttosto che soffermarsi a limare il sound e ad inserire strumenti, ha deciso di proporre qualcosa che invertisse la tendenza e puntasse all’essenzialità. Questa scelta in apparenza di poco conto ha permesso di valorizzare non solo la carica energetica del trio, ma anche le strutture e i testi dei singoli brani. Nessuna sovraincisione, dunque ma piuttosto un sound diretto ed essenziale, come del resto i testi che toccano temi sociali su piccola e larga scala, dal mondo del lavoro, al problema dell’immigrazione fino a toccare le discriminazioni quotidiane e qualche spaccato introspettivo. Proprio i testi, scritti da Jvan Moda, così carichi di forza e di potenza espressiva, si riflettono in modo superbo nelle musiche crude, acide e vibranti che partono da una solida base rock per allargarsi al blues e alle sonorità indie. Durante l’ascolto brillano così brani l’iniziale “Amor Ai Fioi”, l’evocativa “Biliets”, la torrida “Rainy Days”, ma soprattutto Arsure, il cui testo si caratterizza per le sue immagini quasi apocalittiche in un mondo dove l’uomo che si abbuffa si dimentica cos’è l’umana pietà. Guardando un po’ a Neil Young e un po’ a Nick Cave, i Pantan con Kistalè hanno tracciato una strada importante per il futuro, il rock cantato in friulano non è più una scommessa, ma piuttosto una solida certezza con la quale dovrà misurarsi anche la scena musicale italiana. 



Salvatore Esposito

L’Estate Salentina oltre la Notte della Taranta

Conclusa ormai anche l’estate 2012, è tempo di fare un bilancio, che può dirsi assolutamente positivo, grazie anche all’ottimo cartellone del Festival Itinerante de La Notte della Taranta, che con i suoi concerti e i vari ospiti ha caratterizzato l’intero mese di agosto. Il meglio di queste serate estive, però, arriva spesso alla fine, quando terminata la musica sul palco, cominciano a formarsi le ronde spontanee, che suonano nelle piazze fino a tarda notte. Spesso accade che ci sia da combattere con alcune bancarelle un po’ capricciose che alzano il volume della musica, ma l’importanza di questi momenti è tale da non fermarsi di fronte a questi inconvenienti, con cui pure bisogna in qualche modo combattere. Le ronde sono un fenomeno spontaneo, assolutamente da non snobbare, ne trascurare, ne tantomeno denigrare, perché è lì che si sono nati e formati tanti artisti, e tanti altri ne nasceranno ancora. Molti di coloro che suonavano nelle ronde, ora suonano sui palchi più prestigiosi e pubblicano dischi. Anche dopo il concertone di Melpignano, le ronde hanno suonato per tutta la notte, facendo da cornice al lavoro sul palco dell’Orchestra guidata da Goran Bregovic.
A rendere ancor più piacevole l’atmosfera delle serate estive c’è stato anche il tempo, che ha permesso ai turisti di andare al mare o a visitare i luoghi più suggestivi del Salento, per poi la sera divertirsi in uno dei tanti concerti che caratterizzavano le nostre piazze. Sarebbe un po’ un utopia, ma sarebbe necessario non far accavallare i vari eventi che caratterizzano quei giorni di agosto. Quest’anno, infatti, è accaduto che la Notte della Taranta sia coincisa con la festa dei Santi Oronzo, Giusto e Fortunato a Lecce. Tra i vari concerti visti, una citazione la meritano anche coloro che parlando del Salento non facendo musica tradizionale come i Crifiu, un gruppo ormai consolidato da qualche anno e che quest’anno hanno presentato il loro ottimo disco Cuori e Confini, un lavoro molto apprezzato e ben strutturato, che è stato trainato dal singolo Rock & Rai, cantato in duetto con Nandu Popu. Anche il cantautore di Tuglie (Le), Mino De Santis ha pubblicato un nuovo disco, Camminante, che come il precedente si caratterizza per i testi riflessivi e allo stesso tempo divertenti in cui fanno capolino personaggi del popolo, gente di cui si parla ma che non si vede mai come “Lu Sacristanu” o “Unnu Pici”. Proprio De Santis è stato tra i protagonisti, della bella serata di Torre Sant’Andrea, organizzata da Piero Rapanà e Maurizio Nocera, per la rassegna Luoghi D’Allerta e dedicato a Rina Durante, che proprio da quei luoghi traeva ispirazione per le sue opere.
Nel corso della serata, sono stati presentati il libro “Piccoli Profughi” (Oistros ed.), di Alessandro Santoro ed Edison Duraj, piccolo profugo albanese, sbarcato sulle coste del Salento a nove anni, ma soprattutto si sono esibiti il giovane cantautore Luca Colella e Mino De Santis, quest’ultimo ospite quasi fisso delle passeggiate domenicali del Fondo Verri. Nel corso del suo set il cantautore di Tuglie ha passato in rassegna in lungo e in largo il suo repertorio spaziando da “Salentu” a “Lu Cane” fino a toccare “Lu Cavaddhu Malecarne” e “La Zoccola”, quest’ultima caratterizzata da un testo sarcastico e allo stesso tempo riflessivo. Ultimo acuto dell’estate salentina è la Festa te Lu Mieru, a Carpignano Salentino (Le), storica sagra dedicata al vino, giunta quest’anno alla sua trentasettesima edizione.
L’edizione di quest’anno si è caratterizzata per tre intensi giorni di musica durante i quali sul palco si sono avvicendati, Venerdì 31 agosto, Antonio Castrignanò e i Calanti, il primo settembre i Cunservamara, i Fonarà e i Briganti di Terra d’Otranto, e in conclusione domenica due, Dario Muci, Giancarlo Paglialunga e Massimiliano Morabito. Tre giorni, insomma, in cui la musica è stata la vera protagonista insieme al vino, che ha accompagnato le lunghe notti, tra ronde spontanee e danzatori. L’estate salentina con le sue feste, le sue sagre e i suoi concerti, potrebbe però proseguire ancora a lungo, visto il clima ancora caldo, per durare sino all’inizio della raccolta delle olive, ma forse manca la volontà politica ed imprenditoriale, per poter investire anche in questo periodo dell’anno. La politica, l’imprenditoria dovrebbero valorizzare davvero il territorio non impoverirlo lentamente, come tristemente sta emergendo da quello che si legge sui giornali, ovvero di consiglieri regionali, che sperperano il denaro pubblico in festini ispirati all’Impero Romano.


Raffaele Cristian Palano

Buendía – Liberi Tutti (Autoprodotto)

Nati in una cantina di Varazze (Sv) nel 2006 e con alle spalle una bella gavetta spesa sui palchi di tutta la Liguria, i Buendía sono un gruppo combat-folk guidato da Dario Arnaldi (voce, organetto diatonico) e composto da Davide Brolpasino (chitarra acustica), Simone Ermellino (violino), Rosy Fiorillo (flauto traverso), Andrea Guastavino (batteria) e Pippo Porchetto (basso elettrico), che propongono una interessante commistione tra suoni del bal-folk occitano, della tradizione irish, e una buona dose di cantautorato italiano. Se per certi versi la loro ispirazione sembra rifarsi all’esperienza di Lou Dalfin e Lou Seriol, andando più a fondo nella loro musica si scoprono influenze che vanno dai Flogging Molly a Dropkick Murphys, passando per i Gogol Bordello, fino a toccare i 99 Posse, che emergono insospettabile nelle scansioni metriche di alcuni brani. Quasi fosse una carovana di zingari, il gruppo savonese, dà il meglio di se sul palco proponendo una travolgente commistione tra polke, chapelloise, circolo circasso, sette salti, reel, jig su cui si innestano testi surreali ed ironici nei quali emergono temi sociali o fantastici come anche storie e racconti affascinanti. A cristallizzare la loro lunga esperienza maturata dal vivo in questi anni di attività, arriva Liberi Tutti, il loro disco di debutto, inciso a Genova nei primi mesi del 2012 grazie al supporto di Ricky Pelle. L’album raccoglie sette brani, tutti composti da Dario Arnaldi, dal sound fresco e coinvolgente, che pur non presentando grandi sprazzi di originalità, si lasciano ascoltare con grande piacere, sia per la qualità dei testi quanto anche per l’abile ricerca musicale che li vede confrontarsi con tradizioni musicali differenti. Piacciono così brani come l’iniziale Le Elezioni Di Re Luigi, la cui struttura e il cui impianto sonoro ricorda da vicino i Luf, il trascinante medley Per Tutti e Per Nessuno/Gig De Tony Hall, ma soprattutto quella Red Century, incisa nel 2007 per il Centenario della CIGL. Tra citazioni colte di Dante e Fabrizio De Andrè e divagazioni fantastiche, i Buendía con Liberi Tutti debuttano nel migliore dei modi, valorizzando al massimo la loro carica energetica e la loro attitudine live, un segnale importante questo che fa ben sperare per il futuro. 

Salvatore Esposito

Robert Cray - Nothing But Love (Provogue Records/Mascot Label Group)

Ecco un musicista che mi è sempre piaciuto, dai tempi delle sue ottime incisioni degli anni 80, per la capacità di portare avanti il discorso soul iniziato dal grande Sam Cooke. Robert Cray è un grande stilista della chitarra elettrica Fender Stratocaster, non è poco, perchè il linguaggio del blues moderno è difficile, si tratta di un sentiero stretto e irto di ostacoli, la leziosità e il classicismo sempre dietro l’angolo. Laddove Robert Cray rende credibile il suo fare blues è proprio nel territorio dell’autenticità. Recuperato il sodale/bassista Richard Cousin, il nostro si fa produrre da colui che ha lavorato spesso a fianco di elementi più rock ( The Black Crowes) o new guitar axe come Joe Bonamassa. Il suono del cd è scintillante e potente, con buona definizione sugli alti e bella immagine vocale, il materiale, a parte un brano, è tutto originale e con ottime orchestrazioni di archi e/o fiati, pennellate di hammond e leslie completano il quadro. Chiaro, se cercate la sensazione nuova, quella che ti fa fermare a chiederti : “ che cosa ho sentito?”, siete dalla parte sbagliata, dacchè una incisione come questa non è architettata per quello, ma se volete sentire bei testi, con significati vissuti e musica ben arrangiata e suonata, accomodatevi! Only blues ma...perbacco che incisione!




Antonio "Rigo"Righetti

giovedì 20 settembre 2012

Numero 70 del 20 Settembre 2012

Blogfoolk raggiunge un altro piccolo traguardo con la pubblicazione del numero 70, per l'occasione abbiamo deciso di rinnovare completamente la veste grafica, e parallelamente implementando nuove pagine con il preciso obbiettivo di offrire ai nostri lettori un informazione sempre più dettagliata, completa e sistematica. In questo senso va letta anche la scelta di utilizzare un più ordinato menu a tendina, che permette di "riordinare" l'intera e sempre più corposa sezione dedicata alle notizie, che negli ultimi numeri ha visto anche l'inserimento di una pagina, per noi fondamentale, sulle novità dal mondo accademico, ovvero tutti i corsi e convegni di studi che si tengono in Italia e all'estero a livello universitario. Altrettanto importante è stato il grande lavoro di riordino del nostro archivio, che ormai conta oltre settecento articoli, che sono stati completamente ricatalogati nelle nuove rubriche e sezioni dedicate alla musica folk e trad italiana e alla world music. Venendo al nuovo numero all'interno troverete ben due intervista, ovvero quella a Stefano Saletti in cui con Ciro De Rosa approdondisce il suo splendido Folkpolitik, e l'altra con Gigi Cavalli Cocchi de Lassociazione con cui abbiamo parlato del loro secondo disco, A-Strampiombo. Non mancano le classiche recensioni ai dischi nonché I Luoghi del Suono, nel quale Ciro De Rosa ci racconta delle due serate del Festival Ghetto Nobile, tenutosi a Napoli nella suggestiva cornice del Maschio Angioino.

FOCUS: Folkpolitik, Voci e Note di Lotta dal Mediterraneo

"A democracia em que vivemos è uma democracia sequestrada, condicionada, amputada" (Jose Saramago) 

Dopo l’inconsueta rivisitazione in stile acustico-elettronico di sapore mediorientale dei classici disco anni ’70 di Oriental Night Fever, cofirmata con il compianto Hector Zazou, sull’onda degli avvenienti nelle piazze della cosiddetta primavera araba, il compositore e polistrumentista Stefano Saletti si riaffaccia sul mercato con Folkpolitik, album che si snoda come itinerario nella storia dei popoli. Sono canti e musiche che hanno raccontato tribolazioni, soprusi, lotte, rivolte dei popoli del Mediterraneo. Con il musicista è la fidata Piccola Banda Ikona, che annovera nella sue fila Barbara Eramo e Ramya (voci), Gabriele Coen (clarinetti, sax, flauto), Carlo Cossu (violino), Mario Rivera (basso), Leo Cesari (batteria). Nel disco suonano anche Desirèe Infascelli (fisarmonica) e Rossella Zampiron (violoncello). Tra gli ospiti, segnaliamo Hakeem Jaleela (voce), Raffaello Simeoni (voce), Jamal Ouassini (violino), Ambrogio Sparagna (organetto). Stefano Saletti ci presenta il suo nuovo lavoro. 

FolkPolitik parte dal presente dei rivolgimenti nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, ma ha innestato una ricerca nella memoria, anche molto lontana, dei canti che commentano lotte e sofferenze dei popoli del “piccolo mare”. 
“Sì perché se vogliamo rintracciare un filo comune nel Mediterraneo, lo troviamo certamente nel tema del lamento, del dolore , del senso del dramma, della disperazione. Lo si ritrova nel canto jondo del flamenco, nel vocero corso, nel lamentu siciliano, nel fado portoghese, nel Miserere della settimana santa, nel mawwal arabo, nel miroloi elleno. Il lamento è sociale, è politico, è religioso. Così, quelle piazze arabe piene di gente che soffriva e gioiva allo stesso tempo per la conquista della libertà, mi hanno fatto tornare alla mente quello che successe negli anni ’70, quando l’Europa venne attraversata da un vento di libertà che spazzò via i regimi autoritari di Spagna, Grecia e Portogallo. Le piazze del Cairo, di Tunisi sembravano le stesse: gli stessi volti, le speranze, i colori, i suoni, i canti. Così, ho cominciato una ricerca per riscoprire le tante musiche che hanno raccontato le sofferenze e le passioni dei popoli mediterranei. Dalla cacciata degli ebrei sefarditi dalla Spagna, alla diaspora palestinese, dall’inno sardo contro lo strapotere dei baroni, fino ad arrivare a quegli autori che avevano scritto musiche e ballate spesso dolcissime ed erano stati oggetto di persecuzioni, arresti, violenze da parte del potere politico, dal catalano Lluis Llach al portoghese Zeca Afonso al greco Dionisis Savvopoulos ".

Quali le analogie tra tre progetti come il disco ispirato al sabir, lingua franca dei porti del Mediterraneo, la rivisitazione di classici della disco music fatta con Zazou e questo disco dedicato ai canti di lotta? 
“Sono molte le analogie: nei suoni, nell’uso particolare di bouzouki, oud e percussioni, nelle scelte in alcuni arrangiamenti dei brani, penso alle sonorità elettroniche di “Wein a Ramallah” che ricordano “Opsada” contenuta su Marea cu sarea, il CD cantato in sabir. Ma certo, per me e per Barbara Eramo, lavorare con Hector Zazou è stata un’esperienza musicale umana unica, una grande lezione. Abbiamo imparato tantissimo, da come utilizzare uno studio di registrazione come uno strumento a come valorizzare appieno le voci. Folkpolitik è anche figlio del lavoro fatto per Oriental Night Fever, anche se il materiale musicale di partenza era completamente differente!” Molto belle l’immagine della copertina e le foto del booklet. Di cosa si tratta? “La foto di copertina è di Claudio Martinez, fotografo e videomaker di valore assoluto, con il quale avevamo girato il video di “I feel love” e che adesso ha fatto anche il video di “Hija mia mi querida”. È un’immagine che lui ha elaborato qualche anno fa e che ho visto a casa sua. Ho subito detto: questa deve essere la copertina di Folkpolitik. E lui me l’ha donata. Quell’uomo solo davanti al muro mi sembra perfetto per raccontare la solitudine della gente di fronte all’arroganza del potere economico, finanziario e politico che sta schiacciando l’Europa e il Mediterraneo. Le immagini interne sono di Michel Collet con il quale avevamo lavorato nel precedente CD con Zazou. Sua, infatti, era l’immagine della copertina e l’artwork di quel disco (come di questo). Sono immagini bellissime che ha scattato nei suoi tanti viaggi e le ha utilizzate a commento grafico delle note nel booklet. La cosa che amo di più di Folkpolitik è che è il risultato della passione di tanti amici che hanno donato il loro talento e la loro arte”. 

Conosci il disco Les voix d'Itxassou di Tony Coe, dedicato ai canti di libertà provenienti da diverse parti del mondo? C’è qualche lavoro precedente – penso anche ad antologie dei Dischi del Sole degli anni ’70 – che ti ha ispirato? 
“No, non lo conosco e correrò a cercare questo lavoro di Coe. Quando ho deciso di fare Folkpolitik, ho letto o riletto tanti libri sulla musica popolare, da Alan Lomax a Giordano dell’Armellina, da Christian Poché ad Alessio Lega, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Vidi anche un documentario molto bello della Fandango sui Dischi del Sole, e là mi venne in mente di mettere la “Cansun del desperà” di Ivan Della Mea. Poi ho ascoltato davvero di tutto, è stato un esercizio molto utile, di continuo arricchimento culturale”. 

Il tema iniziale è tratto da una canzone di Oum Kalthoum. 
“Ho pensato un po’ romanticamente che Oum Kalthoum, se fosse stata ancora viva, sarebbe stata lì a Piazza Tahrir a cantare in mezzo alla gente e quindi mi sembrava giusto cominciare il disco con la citazione di “Enta Omri” all’oud. “Piazza Tahrir” è nato dai campionamenti delle voci della piazza, erano così musicali, e poi avevo tutte lo stesso tempo metronomico. Anche registrate in momenti e giorni diversi avevano lo stesso andamento e la stessa velocità. Incredibile… Allora ho cominciato a scrivere una melodia che facesse da contrappunto e poi è venuta l’intensa parte vocale di Barbara e il solo di Jamal Ouassini al violino”. 

Come ha proceduto nella scelta dei brani?
“È stato il lavoro più difficile. Ho ascoltato e cercato decine e decine di brani spagnoli, greci, portoghesi, italiani, arabi. Ho visto quali avevano un filo comune, quali un significato “politico” forte, quali potessero essere arrangiati con lo stile della Piccola Banda Ikona, quali fossero adatti alle voci di Barbara e di Ramya. È stato un lavoro di sottrazione, con tanti suggerimenti da parte di amici che proponevano idee, autori e canzoni. Senza il tuo suggerimento, ad esempio, non avrei mai inserito “Edho Politechneion”, brano che racconta la strage degli studenti al Politecnico occupato di Atene nel ’73. Mi ha aiutato molto anche l’esperienza fatta negli ultimi anni con le due orchestre che dirigo per il Festival 7 Sois 7 Luas e che riuniscono musicisti da tutto il Mediterraneo. Ognuno di loro mi dava suggestioni e mi ha fatto scoprire nuovi autori, nuovi brani. Mi sono reso conto di quanto sia bella, e paradossalmente poco conosciuta, la musica dei Paesi a noi più vicini. Sappiamo tutto o quasi dei gruppi americani e inglesi e poco o niente di quello che accade a pochi chilometri dalle nostre coste. L’Italia ha perso la sua vocazione di centro del Mediterraneo, è diventata una succursale povera dei tristi burocrati dell’Europa del Nord. Ma qui il discorso si farebbe complicato…. Dico solo che aveva ragione Camus, quando dice: ‘Ci si sente più vicini a un genovese o a un marocchino che a un normanno o a un alsaziano’.” 

Come ti sei confrontato con i brani d’autore? Cosa ha prevalso: la libertà interpretativa o l’adesione al dettato originale? 
“Certamente la libertà interpretativa. Odio il concetto di cover. Mi piace stravolgere l’originale e, pur mantenendo alcuni elementi caratterizzanti (la melodia, un tema), lo riscrivo da capo, aggiungo temi, modifico la melodia, cambio il ritmo. E’ successo per quasi tutti i brani, da “L’estaca” di Luis Llach all’inno della diaspora palestinese “Wein a Ramallah” nel quale ho tolto darbouka e oud e l’ho arrangiata per piano, violoncello e chitarra trattata. La “Cansun del desperà” di Ivan della Mea è diventato quasi un tango e “L’ejercito del Ebro”, brano spagnolo degli anni ’30, ha preso colori klezmer come a tracciare un legame ideale tra la sconfitta del Fronte popolare nel ’36 e l’Olocausto degli ebrei”.

Non poteva mancare l’Italia. Hai scelto brani molto diversi per origine e intenti. Due provengono dalla tradizione popolare della Sicilia e della Sardegna. Poi ci sono Ivan della Mea e De André. Come e perché hai operato queste scelte? Ce li presenti? 
"Ninna nanna di la guerra" è una canzone così intensa, riportata alla luce dalla grande Rosa Balistreri. E’ un po’ il simbolo di quel tema del lamento mediterraneo di cui parlavo prima. "Procurade 'e moderare" è un brano nato in Sardegna tra il 1794 e 1796 sull'eco rivoluzione francese e diventato un vero inno del popolo sardo. Dice ai baroni, espressione del potere, "moderate la vostra prepotenza o il popolo si ribellerà"; mi sembra quanto mai attuale. "Un blasfemo" di Fabrizio De Andrè è una grande canzone contro il potere della religione sugli uomini. Quanta violenza e quanto orrore c’è ogni giorno in nome di Dio. Invece De Andrè parla quasi di una religiosità laica, per questo l’ho sempre amato. Infine, c’è il brano di Ivan Della Mea in dialetto milanese "La cansun del desperà" capace in pochi versi di raccontare la vita dei disperati, degli sconfitti, dei poveri che “di stare al mondo non sono capaci…”. 

Ci sono anche diversi ospiti, tra i quali ritrovi Raffaello Simeoni, “vecchio” sodale nei Novalia, che contribuiscono ad arricchire brani. 
“Gli ospiti sono inseriti appieno nel progetto. I brani li ho arrangiati pensando in partenza ai loro interventi. Con Ambrogio Sparagna e Jamal Ouassini abbiamo fatto diversi concerti insieme ed è una collaborazione che prosegue anche dal vivo e in altri progetti. Con Raffaello abbiamo suonato insieme per 20 anni nei Novalia e quando ho inserito “Un blasfemo” di De Andrè nel progetto è stato immediato pensare a lui come voce solista, perché il brano lo suonavamo già insieme. Hakeem Jaleela lo conoscevo negli Handala ed è stato Erasmo Treglia, produttore per Finisterre del disco, a propormi la collaborazione. È stata un’idea azzeccatissima, è nata una grande amicizia”. 

Il disco si chiude con una tua composizione “Democratia”. 
“Cercavo un finale che si ricollegasse a “Piazza Tahrir”, poi ho trovato un intervento di Josè Saramago sulla falsa democrazia che viviamo. E ho costruito un crescendo di archi e un arpeggio che alla fine si ricollegano ai rumori della protesta. Come si vede in questi giorni c’è ancora bisogno di scendere nelle piazze e difendere una libertà di espressione sempre più minacciata”. 

In un disco di ricerca come questo, ci saranno altre storie, altre memorie, altri canti rimasti fuori. Quali? 
“Ce ne sono tanti. Molti brani li avevamo anche registrati e poi non li ho inseriti nel disco. Era già molto lungo e davvero non ci stavano. Ad esempio “Zingana”, un brano in sabir basato su una melodia tradizionale portata in Turchia dagli inglesi nel 1851 e poi diffusasi in tutto il Mediterraneo che è diventato “Uskudara” in turco, “Fel shara” in ebraico, “Ya banat Iskindiriyya” in arabo, "Apo xeno topo" in greco. Un vero brano pan-mediterraneo. Oppure “O infante” brano portoghese su testo di Pessoa, un altro brano che avevo fatto su un testo di Cecco Angiolieri e tanti ancora. Magari faremo un Folkpolitik volume 2, chi lo sa, materiale non manca”. 

La collaborazione con Zazou è stata sicuramente molto importante per te. Ci sono artisti con i quali sogni, speri o conti di collaborare? 
“La lista sarebbe infinita. Ho avuto la fortuna in questi anni di suonare con musicisti fantastici, e ogni volta ho imparato qualcosa. Se potessi sognare, mi piacerebbe lavorare con Brian Eno, con Peter Gabriel, in Italia con Battiato. Magari potrei davvero farlo con Ross Daly, Savina Yannatou o Ivo Papasov. In questi giorni è uscito “The Arch” il Cd postumo di Hector Zazou con l’Eva Quartet nel quale ho suonato anch’io, insieme a tanti ospiti, da Jivan Gasparian a Laurie Anderson da Bill Frisell a Carlos Nuñez, Sakamoto, Nils Petter Molver. Ma ti assicuro che già lavorare con i meravigliosi musicisti della Piccola Banda Ikona mi dà ogni volta una grande emozione”. 



Stefano Saletti & Piccola Banda Ikona - Folkpolitik (Finisterre/Felmay) 
Il timbro caldo dell’oud e i serpeggiamenti di un violino aprono il disco, riprendendo una canzone dell’icona Oum Kalthoum, poi le voci della protesta cairota si fondono con il canto accorato di Barbara Eramo a delineare l’atmosfera dominante nel lavoro. Filo rosso delle produzioni di Saletti è il tema dell’unicità del Mediterraneo nella sua ragnatela di storie. Se in Marea cu sarea la comunanza si esprimeva attraverso la lingua franca degli uomini di mare qui, per scelta engagé e per necessario “vizio” della memoria, si sceglie il plurilinguismo per narrare pagine drammatiche e di speranza dei popoli del mare nostrum. Folkpolitik è un disco che procede a balzi nel tempo, dalle atrocità dell’età moderna fino alle tragedie del Novecento. Con lo struggente canto sefardita “Hija mia mi querida” siamo nel 1492, anno spartiacque per la storia del mondo, con l’editto di espulsione dell’alterità ebraica dalla Spagna. Su un ritmo di ballo sardo procede “Procurade ‘e moderare”, impreziosita dall’organetto di Sparagna. Di nuovo in Spagna, per una delle canzoni più note dell’autore catalano Luis Llach, grande poeta, figura insigne della resistenza al franchismo. La voce di Barbara Eramo si staglia per intensità su un’atmosfera strumentale costruita con eleganza. Sulla stessa scia si pone il tema tradizionale “Wein a Ramallah”, emblema della diaspora palestinese, riletto attingendo a timbri e moduli colti, e cantato da Hakeem Jaleela. Personificazione dell’antagonismo al dispotismo, è anche il cantautore portoghese José Alfonso, di cui è ripresa “Cantigas do Maio”, che è tra i punti più compiuti dell’album. Non poteva mancare uno dei canti più conosciuti della guerra civile spagnola, quell’“Ay Carmela” che assume tinte klezmer. La ninna nanna siciliana (“Ninna nanna di la guerra"), tratta dal repertorio di Rosa Balistreri, esprimendo la disperazione di una madre, ha i tratti dell’universalità. Dall’epoca della dittatura fascista in Grecia proviene “Edho Politechneion”, brano nello stile della canzone urbana contemporanea isolana, composto dal suonatore di lira e cantante cretese Mihalis Tsagarakis. Doppia sosta nel Novecento italiano con la potente “La cansun del desperà” di Ivan della Mea, su cui primeggiano le ance di Coen, e con il capolavoro deandreano “Un blasfemo”, commento al potere della religione, affidato alla voce di Raffaello Simeoni, che vede ancora l’intervento salutare dell’organetto di Sparagna. La dolce “Mia Thalassamikri” del poeta Dionisis Savvopoulos riporta lo sguardo sugli anni della dittatura fascista greca, quando la persecuzione politica cadeva anche su chi scriveva liriche d’amore. “Democratia”, vergata da Saletti, costruita con un bell’ordito di corde, il commento di Saramago e le voci di piazza Tahrir che ritornano, chiude il cerchio. Un disco coi fiocchi da affiancare al Canzoniere Illustrato di Daniele Sepe: per chi chiede alla musica pensiero ed emozioni.  


Ciro De Rosa