“Dlúth agus Inneach” (letteralmente “trama e ordito”, come nel telaio, ndr.) è il nuovo album di The Weaving, progetto che raccoglie l’eredità del Méabh Begley Trio e riunisce Méabh Ní Bheaglaoich (organetto e voce), Owen Spafford (violino) e Cáit Ní Riain (pianoforte e voce). Il nome della formazione e il titolo dell’album sono già di per sé esplicativi dell’idea alla base del progetto, senza tuttavia esaurirne il significato né limitarne le possibilità interpretative e di fruizione. Già, perché “Dlúth agus Inneach” è un vero e proprio frattale di trame e orditi, intrecci e fili che si ripetono e si infittiscono, per poi sciogliere i propri nodi e propagarsi, sconfinando in territori inesplorati. Insomma, non è senza entusiasmo che mi azzardo a definire l’album un piacevolissimo e avventuroso viaggio musicale.
La formazione, apparentemente essenziale, si rivela estremamente completa, poliedrica e versatile, dando prova di grande efficacia tanto nei brani più lenti ed evocativi quanto in quelli più energici, dove emergono con forza i ritmi incalzanti del West Kerry e la vitalità della musica da ballo. The Weaving intreccia le tradizioni musicali di tre territori: il Kerry e il Tipperary, in Irlanda, e lo Yorkshire, in Inghilterra, terre d’origine dei tre musicisti. Tradizioni differenti, dunque, ma percorse da affinità profonde, che il trio esplora senza cercare di uniformarle, lasciando che ciascuna conservi il proprio accento, la propria identità, il proprio modo di abitare melodie e ritmi condivisi. Condividere la musica tradizionale irlandese e inglese significa riconoscere legami, memorie e appartenenze, senza cancellare le ferite della storia e le vicende di oppressione culturale che hanno segnato, tra le altre cose, la lingua e la musica irlandesi sotto il dominio inglese. Non si tratta di un progetto dichiaratamente politico, ma di un’esperienza che porta con sé una valenza inevitabilmente politica: celebrare ciò che unisce, lasciando che le differenze continuino a esistere.
La grande forza del progetto, oltre all’intesa tra i musicisti, già lampante all’ascolto, ma ancora più evidente dal vivo, è senz’altro l’equilibrio dell’impasto sonoro. Nessuno degli elementi prevale sugli altri: strumenti e voci si accompagnano e si sostengono a vicenda, concedendosi reciprocamente lo spazio necessario, secondo un dialogo sempre vivo e mai scontato. L’organetto imprime slancio e pulsazione, il violino disegna traiettorie melodiche, il pianoforte tesse connessioni e le voci si intrecciano in armonie ruvide e viscerali, capaci di conservare tutta la loro autenticità. Sempre parlando di equilibrio, è molto felice la scelta di alternare arie lente e suggestive a brani più movimentati della tradizione irlandese. Ma è soprattutto all’interno delle singole tracce che si riconosce la coerenza di questa trama: il fraseggio mantiene una direzione precisa e un carattere deciso, senza mai diventare legnoso o sguaiato. Ogni elemento contribuisce al disegno complessivo, senza rinunciare alla propria voce. Ancora una volta, un frattale: una struttura che si riproduce a scale diverse, dove il particolare riflette il tutto e ogni singolo filo partecipa alla costruzione dell’insieme. In fondo, è proprio questo il senso più profondo dell’intreccio evocato dal titolo. Non fondere fili diversi in un’unica trama indistinta, ma permettere loro di incontrarsi, incrociarsi e sostenersi, conservando ciascuno la propria natura. Una musica che parla di luoghi, comunità, affetti e paesaggi, e che trova nella condivisione non una rinuncia alla propria identità, ma un modo per riscoprirla.
L’album si apre con un’aria a due voci, “Éamonn an Chnoic”, sostenute dall’armonia dell’organetto, che si dischiude progressivamente al violino e al pianoforte nel finale, forgiando un’atmosfera onirica, sospesa, quasi albeggiante. Il brano successivo, un set di gighe che prende le mosse da “Scatter the Mud”, è invece un’esperienza ad alta intensità. Il 6/8 della giga viene restituito in maniera travolgente, quasi maniacale – nel senso etimologico del termine, come una sorta di mania, una trance indotta dal ritmo, capace di trascinare musicisti e ascoltatori in un movimento che sembra non poter conoscere tregua. Tra i momenti più riusciti del lavoro spiccano senza dubbio “An Buachaillín Bán” e “Young Tom Ennis”: brani molto diversi tra loro, entrambi profondamente radicati nella storia della musica irlandese, quasi pietre miliari di un patrimonio musicale che continua a rinnovarsi attraverso l’interpretazione. The Weaving li restituisce con un’essenzialità che non è mai sottrazione fine a sé stessa, ma ricerca di una nudità espressiva capace di arrivare dritta al cuore. Entrambi si sviluppano in crescendo, attraverso armonie e accordi che si stratificano e si impastano nel petto degli ascoltatori più sensibili, lasciando emergere tutta la forza emotiva custodita nelle melodie.
Profondamente identitario è anche il brano che dà il titolo all’album, “Dlúth agus Inneach”: forse proprio per questo, e per il suo legame così stretto con l’immaginario musicale del trio, potrebbe non incontrare le corde di tutti gli ascoltatori. Ma anche in questo caso, più che un limite, si tratta della conseguenza naturale di una ricerca che non sembra interessata a compiacere, quanto piuttosto a esplorare fino in fondo il proprio linguaggio.
Due piccoli caveat, prima di concludere. Il primo: per quanto l’album sia estremamente riuscito e fedele all’intento dichiarato, consiglio a chiunque ne abbia la possibilità di ascoltare dal vivo questo giovane trio. È lì che si può esperire appieno la sensazione che, oltre ai propri strumenti, sotto le dita di The Weaving si trovino le trame stesse della realtà. Il secondo riguarda la reperibilità: l’album non è disponibile integralmente su tutte le piattaforme di streaming. Per ascoltarlo nella sua interezza, conviene quindi orientarsi verso Bandcamp oppure procurarsi il disco fisico.
Con “Dlúth agus Inneach” The Weaving ci consegna così un lavoro capace di coniugare rigore e libertà, energia e misura, radicamento e apertura. Un intreccio sapiente, in cui ogni filo conta e nessun confine è davvero invalicabile. theweavingmusic.bandcamp.com/album/dl-th-agus-inneach-warp-weft
Jacopo Dentice
Tags:
Europa
