Chiedendo alla AI il significato di “quartetto”, inteso sia come organico, sia come forma musicale, il riferimento fornito è quello classico eurocentrico e, paradossalmente, proprio in centro Europa compositori come Béla Bartók hanno utilizzato la canonica forma del quartetto classico inserendovi materiali musicali prelevati dalla musica del popolo contadino. Nel caso specifico siamo in presenza di un quartetto che rispetta i registri strumentali di quello classico ma che se ne allontana per quanto riguarda i contenuti musicali veicolati. L’ensemble è formato da morin khuur, violino a testa di cavallo cordofono della famiglia delle viole da gamba di varie dimensioni e quindi estensioni, che sembra riprodurre l’organico del quartetto d’archi classico con due strumenti acuti, uno medio e uno grave. Il morin Khuur è, insieme al khöömii, il canto difonico, uno dei simboli musicali e non solo più conosciuti della Mongolia. Infatti, si parte dalle musiche della terra d’origine dei quattro musicisti ma ben presto queste si contaminano con elementi blues, jazz, flamenco e perfino barocchi. Nato nel 2023 dal leggendario gruppo Egshiglen, questo insieme di quattro generazioni formato da Uuganbaatar Tsend-Ochir (violino ikh khuur e cori), Nasanjargal Ganbold (canto di gola, khöömii, morin khuur, oboe bishgüür, liuto tovshuur e percussioni), Yesun-Erdene Bat (cato di gola, khöömii, morin khuur e scaccianpensieri), Dalaijargal Daansuren (canti di gola, khöömii, morin khuur, flauto tsuur e percussioni), attraversa la tradizione e la musica classica mongola combinandola con esperienze di musica contemporanea.
“Jamsai Oryo” apre l’album nello stile del blues della prima ora, viene evocato lo stile di vita dei Tsaatan, un gruppo etnico della Mongolia settentrionale che vive di natura e ambiente. In modo onomatopeico si richiamano gli zoccoli delle renne, immaginando di tornare a Jamsai, la loro patria ancestrale, con una melodia dal forte sapore nostalgico. Dopo l’inizio, la voce si addensa insieme con gli altri strumenti fino a ritornare solo il cordofono con il canto armonico. Lo strumento a fiato tratteggia le ampie distese mongole su un ritmo misurato ma molto lento. Con un inizio senza tempo ci riporta agli ampi spazi della Mongolia con un sound che potrebbe evocare anche un paesaggio andino. Segue “Ser ser salkhi”, una canzone composta negli anni Trenta del Novecento, quando in seguito alla rivoluzione popolare la società cominciava a cambiare, rappresentata grazie alla allegoria del vento e della pioggia, intesi come attori del cambiamento. L’equilibrata forma musicale è anche metafora della simbiosi tra natura e uomo in la cultura nomade tradizionale mongola. Le voci roche maschili si dispiegano seguite da un ingresso quasi Barocco degli archi. “Flam[e]” è dedicato al quartetto morin khuur, la scelta di utilizzare una “sevillana” stilizzata simboleggia lo spirito ardente, l’energia e la potenza dei cavalieri mongoli. Lo staccato iniziale degli archi come in un quartetto di Schubert diventa un basso discendente che prepara il complesso tessuto contrappuntistico che presto diventa un ostinato su cui si innesta una improvvisazione libera. In “Jalam Khar” ritroviamo la stessa cellula ritmica ma questa volta per dare un’immagine iconica di quella Terra. Il brano è stato scritto nel 1972 dal compositore Choidog Eregzen ed è considerato un topos della musica classica mongola. “Mandal Juujaa” è parte del repertorio di “canzoni lunghe urtyn duu”. La storia di questa canzone tradizionale racconta di un fuorilegge di nome Mandal che decide di trovare l’amata Juujlan Demee, che sta per contrarre un forzato matrimonio. Ma la musica del quartetto morin khuur comunica calma e serenità interiore e conduce gli ascoltatori in uno stato meditativo. “Khöömiin Oron” (La terra del Khöömi) è quasi un canto a cappella come omaggio al khöömii: presenta il tipico canto gutturale difonico mongolo e lo scacciapensieri per descrivere elementi naturali come la montagna, la steppa, il cielo e il vento. “Tsatsal BiyelgeeI”, nonostante il suo carattere quasi giocoso e danzante e le sue sempre cangianti contrapposizioni ritmiche, evoca una dimensione spirituale e di preghiera mongola rivolta alla natura e agli antenati. “Tal Nutatag” è un brano basato su una lenta spola modale tra secondo e primo grado assecondata dal canto gutturale, celebra la vasta distesa del paesaggio della steppa, il cielo, il deserto e lo stile di vita pastorale nomade. Una chiamata musicale per amore, protezione e la trasmissione della propria patria, cultura e natura. La Mongolia è collegata ai paesi della steppa. “Bolzoo” è un gioiello creato dal grande compositore Sharav Byambasüren. Comincia lentamente per finire con un ritmo inclazante, per quartetto di violini a cavallo, basato sul canto tradizionale di Mongolia occidentale “Öliin khalzan davaa” (Il passo nudo della collina). “Temuulel” è un brano di grande forza interiore composto per un piccolo ensemble di strumenti tradizionali, viene riorganizzato attraverso una melodia semplice e profonda. Anche qui il finale acquista vivacità con il basso che si muove in walking, quasi a imitare il galoppo dei cavalli e imitandone anche il nitrito. “Altain Matgaal” contiene un elemento emblematico della cultura orale mongola, l’elogio dei Monti Altai è strettamente legato all’eroica tradizione epica e rituale ad essa associata tra i nomadi. La canzone esalta la natura, gli animali e la generosità dell’Altai Le montagne attraverso le loro stagioni e direzioni, ricordandoci che la Terra sostiene l’umanità. “Zakhias”, l’ultima traccia, composta da Yesun-Erdene Bat, intende essere un omaggio alla grande storia dell’impero mongolo e all’apertura mentale dei suoi eroi ed eroine. Inizia con un tactus metrico veloce e dispari finisce con le note ribattute del quartetto sul giro Mi minore, Do, Sol Fa#. Più che curare la complessità armonica si cerca un equilibrio tra le conquiste della musica antropica e la musica della natura.
Un lavoro davvero ammirevole e molteplice, capace di restituire al suo ascolto energia, dignità, tranquillità e spiritualità
Francesco Stumpo
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