Massimiliano Felice – Therefore I dance (RoxRecords, 2026)

“Non abbiamo chiesto noi questo giro di valzer/ ma poiché siamo qui danziamo”
. Con questo incipit, la voce di Federica Migliotti apre “Just dance”, il primo dei dieci brani che compongono “Therefore I dance” dell’organettista abruzzese Massimiliano Felice. Quella frase messa lì ad aprire le danze non è certo casuale. Perché Felice – che nasce come chitarrista classico e inizia poi a esplorare l’organetto diatonico insieme alle musiche popolari della sua regione – ci invita non tanto a un viaggio ma a un ballo. O meglio a un giro ballato (sonoro, ritmico e variegato sul piano del timbro e delle melodie), lungo il quale i movimenti si imperniano in un intreccio di suoni e reminiscenze, visioni, evocazioni, ricordi che si delineano man mano che il programma prende piede. Leggendo le note che hanno accompagnato l’uscita dell’album, così come le considerazioni degli osservatori più attenti, si comprende che “Therefore I dance” è piacevolmente composito – lo vedremo fra poco. Si capisce, però, che siamo difronte a una raccolta di brani da maneggiare con cura: vi è sì il riferimento generale (da cornice) al cosiddetto balfolk francese, ma attenzione a ridurre l’album a una sola ispirazione. Dobbiamo porci – nell’ascolto e nell’analisi – in equidistanza tra quell’ispirazione e l’attuale visione musicale dell’autore – libera e evidentemente ispirata. Perché qui dentro vi sono soprattutto allegorie (passiamo il termine per concederci un po' di intrattenimento), cioè richiami simbolico-musicali che hanno assunto la forma di tratti sonori: dentro un giro ballato che è, a ben vedere, un ventaglio di suggestioni ben ancorate a un progetto organico, che ha bisogno di spazio per essere rappresentato adeguatamente. Dentro a quell’equidistanza Felice riesce a metterci molte sorprese – con cura, delicatezza e convinzione. Sorprese che meraviglierebbero innanzitutto chi si lascerebbe attrarre da una sbrigativa catalogazione di questi brani (tutti splendidi e vivacemente eterogenei – se si esclude il filo rosso dell’organetto) nelle fila della musica da ballo o, ancora meno, della ricostruzione moderna o extra-contestuale delle musiche di tradizione orale. Questa articolazione fondamentale la comprendiamo fin dai primi minuti di ascolto. Innanzitutto con due brani che, posti in sequenza, si lasciano ammirare nel loro semplice splendore: “Le due sorelle” e “Guitarra”. Riguardo al primo – ce lo dice proprio l’autore – sottolineiamo il radicamento nella dimensione locale e familiare di appartenenza: “dedicato al rapporto tra mia madre e sua sorella, mia zia, scomparsa qualche anno fa: un legame nato subito dopo la guerra e l’occupazione nazifascista, che ha attraversato la storia del paese fino ai giorni nostri. È un tentativo di condensare in circa quattro minuti di musica un pezzo della storia di questo paese”. Riguardo al secondo, diciamo invece che è forse il più bello in scaletta – per costruzione armonica e arrangiamento, ma soprattutto perché si adagia su un andamento perfetto, lineare e fluido. È uno di quei brani che si potrebbero ascoltare per ore, ripetuti senza soluzione di continuità, e che potrebbero anche presentarsi nudi, pieni solo della loro armonia. Felice, invece, ne ispeziona le potenzialità melodiche, senza scalfirne la rotondità “naturale”, con la splendida voce di Juliana Azevedo e qualche suono campionato in assetto di incursione ritmica. Ecco, questo è l’ultimo elemento di cui parliamo. L’autore amplia lo spettro del suo organetto con una loop station che infonde contemporaneità e aggiunge una mistica fascinosa. Queste aggiunte non sono mai invadenti. Però fanno la differenza, soprattutto nella carica sonora, in alcuni brani ritmicamente più decisi (in alcuni di questi, “Leo estante num instante” e “La lettera”, interviene Gabriele Gagliarini alle percussioni): provare per credere “Cherry trees plane” e “Suite di bourrée a 2 tempi”. 


Daniele Cestellini

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