Flo ha costruito negli anni un percorso personale tra musica e teatro, affinando una scrittura nella quale la parola assume un ruolo centrale e ogni canzone diventa un piccolo racconto a cui affidare riflessioni, emozioni e sensazioni di un momento. La sua formazione tra canto lirico e teatro musicale riaffiora nella gestione della voce, nell’articolazione delle frasi e nella capacità di dare corpo ai personaggi, senza tuttavia trasformare l'interpretazione in un esercizio virtuosistico. Dopo i numerosi riconoscimenti, tra Musicultura, Premio Andrea Parodi e Premio Bianca d’Aponte, e le diverse collaborazioni di prestigio con Stefano Bollani, Peppe Barra, Tosca, Paolo Fresu ed Enrico Rava, la ritroviamo in “Corsara”, suo sesto lavoro, il cui titolo è una dichiarazione d’indipendenza ma anche una chiave musicale: seguire una rotta personale significa sottrarsi alle formule e cercare continuamente nuove possibilità espressive. Vi approda con la consapevolezza di un’artista che ha maturato una precisa identità espressiva e che ha compiuto una scelta significativa: mette in musica, insieme a una schiera di eccellenti musicisti, testi di profonda immediatezza interamente in napoletano, permeati da gioiosa malinconia, levità e disincanto. Napoli “è stata ed è la donna che mi ha ispirato più di tutte. Sta dentro a ogni mia canzone e nella maniera in cui ho scelto di vivere questa vita miracolosa e anarchica”, scrive Flo nel suo libro-diario “La canzone che ti devo”, pubblicato qualche anno fa. Quella di Floriana Cangiano – così all’anagrafe – è da sempre una sfida lucidamente ostinata nel percorrere una personale rotta artistica, ricca di immaginazione, che non ammicca e non ostenta l’appartenenza locale con posa compiaciuta e indulgente. La sua scrittura sa scavare nella memoria, assimilata metaforicamente al Lego: “Ogni tanto sposti il divano e ci trovi il mattoncino che neppure sapevi di aver perduto”, racconta ancora nel suo libro. I brani spaziano dalla riflessione autobiografica sulle relazioni e
gli affetti familiari al tema del viaggio – che riflette le inflessioni musicali sapientemente costruite da Michele Maione, sempre con la barra del timone a Sud del mondo –, fino all’affiorare di ricordi, fisionomie, dialoghi e storie minori o sommerse da far conoscere: vite spericolate, vite politiche attive o vite artistiche, purtroppo, stroncate. In un certo senso, vite “rivoluzionarie” proprio perché né prevedibili né omologabili. La verve narrativa non allineata di Flo ha pochi eguali dalle nostre parti per la sua capacità di far convivere stati d’animo, sensazioni e registri linguistici differenti. Non insegue l’hype: misura il suo tempo trovando meraviglia nelle sfumature più semplici, nei passaggi musicali inusitati e nelle letture capaci di incidere l’anima. La sua è una raffinatezza narrativa, un’umanità che non scade mai nella retorica.“Corsara”, pubblicato dalla napoletana Soundfly e distribuito da Self, esce in formato cd, vinile 180 grammi e digitale. L’album è arrangiato e prodotto da Michele Maione (percussioni, tamburi a cornice, vibrafono, marimba, mandola elettrica, chitarra battente e cori), con il mastering di Bob Fix. Dell’affiatata ciurma di complici fanno parte Davide Costagliola (basso elettrico e contrabbasso), Federico Luongo (chitarra classica e tres), Francesco Di Cristofaro (fisarmonica), Ernesto Nobili (chitarra classica e acustica), Alessandro Morlando (chitarra classica, elettrica, acustica e saz), Pasquale Di Lascio (percussioni), Peppe Di Colandrea (clarinetto), Rosina Musella, Roberta Giannattasio e Valentina Cirillo (cori), Graziano Donadona (cori e claps), con l’intervento degli ospiti Giovanna Famulari (violoncello) e Carmine Ioanna (fisarmonica). All’interno del CD, una cartolina postale già affrancata e dotata di QR code – pensata per essere spedita e regalata – trasforma l’ascolto di tre canzoni in un vero atto di condivisione.
Flo si racconta e spiega le trame della sua navigazione da “Corsara” nella nostra intervista, seguita dalla recensione dell’album che raccoglie anche le parole di Michele Maione per approfondire il lavoro di produzione artistica e arrangiamento.
“Corsara” è interamente scritto e cantato in napoletano. Che cosa ti ha spinto a compiere questa scelta? Una nuova sfida? L’idea di inscriversi in una storia musicale cittadina che funziona artisticamente?
Vasco Rossi dice che le canzoni vengono fuori già con le parole ed è vero. Le canzoni hanno una voce propria che io ho sempre assecondato. Nei miei dischi precedenti ho usato il napoletano e le altre lingue che conosco perché i fatti e i sentimenti che raccontavo avevano quel suono: napoletano, spagnolo, portoghese… Stavolta parlo di me, della mia città e del nostro rapporto, dunque il suono non poteva che essere il napoletano. Associarmi ad una “scena che artisticamente funziona” non rientra nei miei desideri e né per fortuna nei miei bisogni. Nel senso che se si fai ferimento agli ultimi importanti fenomeni mainstream napoletani, parliamo di pop, trap, rap e cioè di qualcosa di talmente lontano da questo disco che non sarebbe bastato usare il napoletano per accodarsi a questo flusso e godere di un po’ di luce riflessa. Il resto della cosiddetta scena napoletana, dai fenomeni più banali a quelli più interessanti, o è relegata ad una dimensione cittadina o quanto meno si muove nel nostro stesso raggio, dunque, non avrei potuto trarre nessun vantaggio, accodandomi ad essa.
Quanto ha inciso sulla tua scrittura? Hai avvertito una maggiore libertà espressiva?
Più che libertà col napoletano riesco a descrivere un intero scenario in una sola parola. La nostra è una lingua immediata evocativa insieme, onomatopeica e simbolica, piena…
Come confrontarsi con una lingua così densa di storia e stratificazioni?
Ho scritto nella lingua in cui esprimo i miei sentimenti, le cose più profonde, gli eccessi …Non ho ragionato sull’approccio alla lingua, perché quella lingua sono io, è la mia. È quella con cui parlavo con mia madre che ho perduto, inconsciamente credo di aver avuto paura di perdere anche il nostro linguaggio in codice, il nostro lessico familiare. Infatti, il disco si apre con una frase di Natalia Ginzburg tratta proprio da “lessico famigliare”.
In un panorama musicale che spinge sempre più verso l’omologazione, cosa significa oggi fare musica “da corsara”?
È difficile fare musica in un paese dove il pubblico ha quasi completamente perso la curiosità di ascoltare e guardare qualcosa che non conosce già. Se sei artista indipendente ci puoi mettere anni a farti una fan base solida e fedele. È molto impegnativo viaggiare su e giù senza alcuna sovvenzione, passare dai piccoli festival, alle rassegne importanti, dalle realtà cittadine, ai borghi, alle periferie, dal club di tendenza, al comitato di quartiere, mantenendo vivo l’entusiasmo e la credibilità. Abbiamo dovuto lavorare moltissimo, per arrivare qui, perché in Italia il pubblico devi quasi stanarlo, non ti viene a cercare. Se a questo aggiungi la moltitudine (per fortuna non totalità) di direttori artistici, giornalisti, comitati, giurie, vittime consapevoli o inconsapevoli di amichettismo, esibizionismo e integralismo, hai la misura della difficoltà di essere Corsara in questo mondo.
Il tuo percorso ha sempre dialogato con le musiche del mondo. In "Corsara", come si intrecciano questi mondi sonori con la lingua napoletana? Quali geografie musicali ti hanno guidata nella costruzione delle trame di questo disco?
In questo disco c’è soprattutto la mappa geografica ed emozionale dei miei primi quarant’ anni. I viaggi che ho fatto, le persone che ho incontrato e le musiche che ho ascoltato, stavolta non sono citate ma sono sotto pelle, nel coraggio e nella libertà di osare con un disco che non è un “omaggio a”, non ammicca alla Napoli instagrammabile che tutti oggi vogliono agguantare, non semplifica per stare dentro i parametri di quello che funziona. Queste canzoni vogliono solo stare nelle giornate della gente e mi sembra che stia accadendo.
Napoli è una presenza costante nel disco, ma scegli di raccontarla da prospettive insolite, lontane dalle rappresentazioni più convenzionali. Che cosa ti interessava far emergere di questa città attraverso le sue storie meno conosciute? E quanto il lavoro di ricerca storica si è intrecciato con l’immaginazione necessaria a trasformare quelle vicende in canzoni?
La ricerca di storie e suggestioni è un lavoro involontario e quotidiano. Le storie ci circondano, basta
alzare gli occhi dallo smartphone e ascoltare cosa si dicono due pendolari in treno costretti ogni giorno ad alzarsi alle 4, o l’anziana in fila dal dottore che non sa fare la prenotazione on line, o i rifugiati che sono stati alloggiati in un albergo dismesso a 500 metri da casa mia. Siamo circondati da gente che resta indietro, da solitudini e da tentativi di restare a galla, basta non voltarsi dall’altra parte. Poi c’è il livello più intimo e speculativo con i libri, il teatro, il cinema…
Tra le figure che popolano l’album c’è Giulia Civita Franceschi, la pedagogista che dedicò la propria vita al recupero dei ragazzi in difficoltà attraverso la nave-asilo Caracciolo. Una storia straordinaria, oggi poco nota, che parla di riscatto ed emancipazione. Come sei arrivata a questa vicenda e cosa ti ha colpito al punto da sentirne l’urgenza di raccontarla in musica?
La storia mi è stata raccontata da una donna durante un firmacopie a Milano. Mi capita spesso che la gente mi segnali delle cose che “si devono conoscere”, come se fossi un giornale, la cosa mi lusinga molto. Non sempre sono spunti interessanti o adatti a diventare canzoni ma la storia di Giulia lo era. Una napoletana illustre che nessuno conosce. Una Montessori prima della Montessori, un esempio di femminismo concreto, nel porto di Napoli, su una nave. Più corsara di così ….
Ben diversi appaiono un personaggio come "Austino ’o Pazzo", con le sue spericolate acrobazie in motocicletta, o il giovane autore Santo Cassese, morto in guerra a soli quarant’anni. Figure apparentemente lontane, accomunate dalla loro singolarità e da un destino che merita di essere riportato alla luce. Che cosa cerchi in queste vite marginali quando decidi di farne materia narrativa? È il desiderio di restituire loro una memoria, o trovi in queste esistenze qualcosa che risuona profondamente con la tua sensibilità?
Mi piacciono le figure anticonvenzionali, gli eroi e le eroine fuori classifica. Raccontare le loro storie ai concerti è come condividere un pranzo della domenica, una lingua, un segreto…Creare questo tipo di empatia aiuta le canzoni ad attaccarsi addosso a chi le ascolta e a non scivolare via.
Accanto alle storie di personaggi dimenticati, l’album si muove attraverso territori più intimi, tra radici familiari, desiderio, fragilità e ricerca della felicità. Come si incontrano, nella tua scrittura, la memoria collettiva e quella privata?
Credo che la memoria collettiva diventi più interessante quando la facciamo passare attraverso lo sguardo di uno solo. Ne “La canzone che ti devo”, il bookonzert che porto in giro dal 2023, racconto dello scudetto vinto dal Napoli nel 1987 attraverso il mio ricordo di bambina affacciata al balcone e davanti al cimitero, dove qualche giorno dopo sventolava uno striscione con la scritta “cosa vi siete persi”. A fine concerto il 90% del pubblico sente la necessità di venire a raccontarmi un ricordo d’infanzia legato a quello o ad altri scudetti. La narrazione è più potente secondo me se scaturisce dal particolare.
Quanto c’è di autobiografico in queste canzoni, anche quando non nascono direttamente da un’esperienza personale?
Questo è il mio disco più autobiografico. È proprio la mia radiografia. Più lo canto e più ci trovo indizi. Sono stati quattro anni molto densi: sono diventata mamma e ho perso mia madre nello stesso momento: la gioia è il dolore più grandi hanno tentato di annullarsi a vicenda. Questo disco non esagero se dico che è stato la mia terapia.
Nelle tue canzoni convivono ironia, vitalità e malinconia, senza che una dimensione prevalga sulle altre. È un equilibrio che restituisce complessità ai personaggi, evitando di trasformarli in semplici simboli. Quanto è importante per te preservare le contraddizioni della vita quando scrivi? E quale ruolo hanno l’ironia e un pizzico di indulgenza verso sé stessi nel modo in cui scegli di guardare il mondo?
La vitalità e l’ironia intanto fanno parte di me: sono una persona che difficilmente si abbatte e sottolineare l’ironia del quotidiano è una mia peculiarità. I miei amici mi dicono spesso “racconta tu, che fa più ridere”. Credo che sia per questa capacità di rilevare il ridicolo. Infatti, la paura di apparire ridicola è una mia piccola ossessione. Tornando all’ironia e alla vitalità, posso dire che oltre a conferire tridimensionalità ai personaggi alle storie che racconto, sono anche ingredienti necessari per regalare a chi viene ad un concerto, magari dopo una giornata di lavoro, di stress, di problemi, un momento di divertimento e di
Il titolo “Corsara” è un’immagine che rispecchia sia i protagonisti dell’album sia il tuo percorso artistico, da sempre aperto al dialogo tra canzone, teatro e tradizioni differenti. Quando hai capito che la figura della corsara poteva diventare la chiave di lettura dell’intero disco? E quali sono, oggi, le rotte che senti di voler esplorare senza compromessi?
Ho scelto il titolo quando, una sera leggendo a mio figlio una storia di pirati, con una protagonista bambina che navigava senza paura, mari sconosciuti, lui mi ha guardato e mi ha detto “mamma, ma sei tu”. Confidando nell’infinita saggezza dei bambini, ho immaginato questo titolo sopra ognuna delle 10 canzoni e ho scoperto che poteva raccontarle tutte. C’è il coraggio, l’indipendenza, la femminilità, il mare, la solidarietà verso gli amici, l’istinto … Era il titolo perfetto per le canzoni e per il mio percorso che dal 2014 è “senza timenza, né padroni”.
Il tuo lavoro si è sempre mosso tra dimensione musicale e teatrale, con una particolare attenzione alla parola e alla costruzione narrativa. In “Corsara” la canzone sembra farsi racconto teatrale. Quanto ha influito la tua esperienza sul palcoscenico nella scrittura e nell’interpretazione di questi brani? Quando lavori a una canzone, pensi alla voce anche come a un corpo che racconta e mette in scena?
Ha influito in particolare il teatro stavolta, nel senso che scorsa stagione ho recitato in “Non posso narrare la mia vita” per la regia di Roberto Andò. Lo spettacolo celebrava il grande regista e drammaturgo Enzo Moscato e si concludeva con queste parole: L’Invisibilità di una certa Napoli – quella Napoli che, sono sicuro, c’è, esiste, eppure mai, o quasi mai, si vede. Purtroppo. È l’invisibile, non percepita Napoli di oggi, che predomina nella mia scrittura… Le mie storie non passano esattamente per la percezione visibile. Direi, piuttosto, che avanzano dal ‘sottosuolo’, impercepito dai sensi; dagli infiniti strati sovrapposti, di terreno e rovine, che abbiamo sotto i piedi, quando ci mettiamo a camminare per le strade di quest’ineffabile ‘città porosa’. Ascoltate ogni sera queste parole mi ha ispirato molto. Mi hanno dato il coraggio di fare qualcosa che sulla carta è fuori moda: usare un napoletano non aggressivo; ricercare una
dimensione poetica, larga; far suonare a persone reali, strumenti reali e raccontare storie vecchie di 100 anni. Il teatro mi ha fatto pensare che se quelle parole emozionavano me, le mie canzoni avrebbero potuto emozionare altri, quegli altri che non sono la massa, ma quel pubblico invisibile che esiste, che c’è anche se fa meno rumore.
Sul piano musicale, come sono stati sviluppati gli arrangiamenti e come vi siete misurati, insieme ai musicisti, per far quadrare le esigenze narrative dei testi con la necessità di lasciare spazio all’imprevisto?
Gli arrangiamenti e parte delle composizioni sono opera di Michele Maione, un vero e proprio fratello, nella musica e nella vita. Io e Michele siamo amici e lavoriamo insieme da circa vent’anni. È probabilmente la persona che meglio conosce le mie peculiarità vocali, i miei colori, le mie possibilità espressive. Così come conosce le capacità e le potenzialità dei musicisti con cui lavoriamo. Il nostro è un lavoro che non prescinde mai dalle persone che lo devono realizzare (infatti, nel disco hanno suonato tre diversi chitarristi, proprio perché ognuno avrebbe potuto dare il massimo in un pezzo specifico). Siamo molto lontani dal concetto di produttore a cui mandi dei file e ricevi un prodotto sicuramente ben fatto ma industriale. Noi lavoriamo su misura.
La tua voce è uno strumento estremamente dinamico. Come hai lavorato sulla ricerca vocale in questo disco rispetto ai tuoi lavori precedenti?
La voce è l’ultima cosa a cui penso, quando faccio un disco, nel senso che c’è il momento della scrittura che mi prende moltissimo tempo e che non contempla quello dell’interpretazione. Me le canto in testa praticamente. Quando arriva il momento in cui devo registrare è come se incontrassi le canzoni per la prima volta, come se fossi solo l’interprete. Solo in quel momento cerco soluzioni, suono, in quel momento che cerco soluzioni, sfumature. In questo è fondamentale avere il supporto di un coautore come Michele: la sua presenza mi impedisce di ricadere sempre nelle medesime soluzioni melodiche e di accettare sovente la sfida di spingermi un pochino più oltre con note più alte, più basse o semplicemente
Che cosa significa oggi, per te, difendere un’idea di canzone fondata sull’ascolto, sulla cura e sulla relazione? E che cosa speri rimanga a chi attraverserà le dieci tracce di “Corsara”?
Sta già accadendo che le persone mi scrivano sui social “questa è proprio il mio pezzo” oppure “questa parla proprio di me”. Questo è già un grande abbraccio, per me. Ora sono curiosa di vedere come sarà cantarle all’estero e raccontare in altri paesi la storia di Austin o pazzo, Giulia Civita Franceschi e tutte le altre storie corsare.
I tuoi concerti non sono mai semplici esibizioni musicali, ma vere e proprie esperienze teatrali e narrative. Come stai immaginando di portare “Corsara” sul palco?
“Corsara” ha già un suo copione, una sua piccola drammaturgia, che sicuramente verrà messa appunto nel corso dei concerti invernali. Sulla carta funziona, ma io non concepisco mai le performance come un monologo, ma sempre come un dialogo e in questo dialogo adesso è arrivato il momento del pubblico. Sono le persone che adesso dovranno darmi input, reazioni e emozioni. Sulla base di questo dialogo il copione si modifica, le storie e le pause si prendono i giusti spazi e “Corsara” viaggia.
Flo – Corsara (SoundFly/Self, 2026)
Salpiamo verso le dieci rotte musicali percorse dalla nave corsara di Flo, autrice “senza timenza né padroni” che, come già in passato, ha lavorato in sintonia con Michele Maione, arrangiatore e produttore artistico, in un processo creativo fortemente collaborativo di cui il polistrumentista dice: “In genere sono io a mandarle delle idee musicali, spesso molto rudimentali, che sento possano essere nelle sue corde. Da lì, lei comincia a lavorarci e parte il classico ping-pong creativo, che molto spesso ci porta in territori completamente diversi da quelli che avevamo immaginato all’inizio. Altre volte, invece, è Flo a mandarmi frammenti di testo, melodie o semplicemente una voce registrata a cappella, e sono io a costruirci intorno qualcosa. Non c’è quindi un metodo unico: il punto di partenza può cambiare completamente da un brano all’altro. In anni di collaborazione abbiamo imparato a conoscere molto bene quali siano i suoni e gli strumenti che meglio dialogano con la sua voce e con il suo modo di scrivere: le percussioni, le corde nelle loro diverse declinazioni, la fisarmonica, il basso, qualche intervento di violoncello e, qua e là, un pizzico di clarinetto. Più che pensare a un organico fisso, però, cerchiamo ogni volta di capire di cosa abbia realmente bisogno la parola. Gli strumenti entrano quando riescono ad aggiungere una sfumatura, un colore o un’immagine, senza sovraccaricare il racconto”. La scelta è quella di un suono essenziale, attento a non soffocare la parola, anche se questa centralità narrativa comporta talvolta una certa uniformità nella costruzione degli accompagnamenti. Il ruolo di “ouverture” è affidato “Giulietta d’‘e Meraviglie”, storia di una educatrice napoletana, Giulia Civita Franceschi, che poco più che quarantenne, era il 1913, “capitanava” la nave in disarmo Caracciolo ancorata nel porto di Napoli tramutandola in nave-asilo destinata a quei bimbi orfani o abbandonati, emarginati che i tribunali chiamavano “pericolati” e il resto del mondo chiamava scugnizzi. Un esperimento educativo unico che suscitò interesse non solo in Italia, ma fu osteggiato anche per il tentativo di aprire alle bambine le porte della Caracciolo, prima che il fascismo si impossessasse della nave e della gioventù. Qui il racconto biografico trova una dimensione musicale che lascia spazio alla voce e alla progressione narrativa, introducendo uno degli aspetti più interessanti del disco: la capacità di trasformare una vicenda storica in materia viva. Il passo narrativo acustico si apre in un crescendo corale in lingua farsi che riprende una canzone per bambini iraniana, modalità non nuova di “inserire un canto appartenente alla tradizione all’interno di un racconto realmente accaduto” – spiega Maione – “come se quel frammento portasse improvvisamente la vicenda fuori dal tempo e le restituisse una dimensione più ampia, quasi epica. Flo ha un approccio alla scrittura molto particolare: la sua mi sembra una perenne ricerca di equilibrio fra il ‘terreno’ e ‘l’impalpabile’. In questo lavoro ho cercato soprattutto di assecondare questo equilibrio, sia in termini sonori e stilistici sia nell’approccio alla lavorazione vera e propria. Tutti i riferimenti del disco alle musiche popolari, come la tammurriata o l’ajechao, sono sempre evocativi e mai manieristici. L’idea era quella di lasciare maggiore ariosità alla scrittura, senza che il riferimento alla tradizione diventasse mai una citazione fine a se stessa. Allo stesso tempo, anche la canzone d’autore più tradizionale non prende mai completamente il sopravvento, lasciando al disco un respiro molto ‘world’. Del resto, i testi parlano spesso di mare, di viaggi, di visioni, e anche il suono doveva in qualche modo accompagnare questo immaginario. Lo stesso equilibrio ha guidato la realizzazione del disco. Rispetto a “Brave Ragazze”, il lavoro precedente, che avevamo praticamente suonato live in studio, qui volevo dare un’impalcatura più solida al sound, mantenendo però un’onda ‘umana’ molto marcata, quasi imperfetta, che desse maggiore sensualità ai brani. Per questo tutto il disco è stato suonato, per così dire, ‘manualmente’: anche le cellule ritmiche che si ripetono per molte battute sono state eseguite per esteso, senza ricorrere a loop o ad altri artifici tipici della registrazione in studio”. Su un andamento moderato e fluido in cui il ritmo portato dai tamburi a cornice e dal basso elettrico si intreccia con il dialogo tra chitarre, fisarmonica e saz, il primo singolo, “Pe’ nun stà sulo”, Flo (autorialità del testo condiviso con Alessio Sollo) canta i timori, le paure di restare soli o di non acchiappare le occasioni della vita è racchiuso; prende a prestito da Massimo Troisi l’accostamento tra il calesse e l’amore “perché, nella sua assurdità, ritrovo quella che ci appartiene quando vogliamo vedere l’amore, la qualità, il valore dove non ci sono. Quando vogliamo a tutti i costi riconoscere una corrispondenza di sentimenti dove magari esiste soltanto il timore della solitudine”. Il rapporto fra strumenti e voce è particolarmente felice: l'arrangiamento non cerca di illustrare didascalicamente la storia, ma ne asseconda il carattere scanzonato, lasciando emergere le ambiguità sentimentali di chi confonde l'amore con la paura della solitudine. Una liberatoria tammurriata, “Fulmine e cerase”, dà forma al ritratto di un’altra donna indomabile che asseconda la propria indole e le proprie passioni. Le percussioni di Maione e Pasquale Di Lascio, insieme alla mandola elettrica e alla chitarra battente dello stesso Maione, costruiscono una trama nella quale la pulsazione della danza diventa parte integrante del racconto. Qui la tradizione non è un semplice riferimento identitario, ma un organismo ritmico che sostiene la vocalità e ne amplifica la componente istintiva. Di segno diverso “A chi sì figlio” in cui il profilo autobiografico, specchio della propria esistenza, prende il sopravvento, segnato dalla gioiosa malinconia dagli umori jazz waltz che ben si sposano – rivela ancora Maione – alle liriche. La fisarmonica di Carmine Ioanna si inserisce in un tessuto più raccolto, contribuendo a restituire alla melodia una dimensione affettuosa e malinconica. La voce di Flo, sempre attenta alla scansione delle parole, evita gli eccessi sentimentali e trova nella misura interpretativa la propria efficacia. L’autrice, infatti, ha scritto il brano per sua madre, costruendolo sulle sue frasi ripetitive rivolte alla figlia, intorno al desiderio impossibile di incontrarla di nuovo un giorno, a Napoli o su una costellazione. Qui Flo conserva la sua attitudine a muoversi tra canto e racconto; il suo fraseggio, le inflessioni favoriscono la dimensione espressiva personale. Segue “Capamia”, riflessione personale sulle proprie finitezza, fragilità e contraddizioni, il confronto ironico tra la parte razionale e quella impulsiva dell'autrice. Si tratta di un brano dalla tavolozza strumentale particolare, con la chitarra elettrica di impronta afro, la presenza di vibrafono, tres, fisarmonica e percussioni e le gustose digressioni del clarinetto. È uno degli arrangiamenti più articolati per varietà timbrica. Superato il giro di boa del programma, arriva il disteso intimismo di “Urdemo pensiero”, motivo introspettivo impreziosito dal colore del violoncello di Giovanna Famulari che apporta una dimensione emotiva più raccolta, adatta a una composizione che rivela “i desideri inappagati, la voglia di un orizzonte più ampio, di una libertà più grande, di un’emozione più forte”. Giungiamo alla title track la cui genesi e poetica è legata proprio a un viaggio per mare, un traghetto per l’isola di Procida, la cui visione al tramonto si rivela salvifica durante un periodo di tribolazioni dell’autrice. “Procida mi stava dicendo che ci sarebbe sempre stato un mare di piccole cose invisibili capaci di rendermi felice” e un tuffo serale segna la quiete ritrovata. Qui il suono ligneo e risonante della marimba tesse trame che incrociano una melodia di sapore classico napoletano ma che non è mai ferma, mai scontata perché cerca altri appoggi, altre sponde sonore, altri approdi. Era nata “in una forma molto classica, chitarra e voce, sentivo fortemente un’atmosfera marina. C’era l’immagine della barca e ho cercato di evocarla attraverso la scelta materica della marimba e una ritmica che, in qualche modo, desse la sensazione di galleggiare”, dice Maione. In “Wild Austino” – che pure parte da memorie familiari – Napoli si riaffaccia nel personaggio di Austino ‘o pazzo, “sarracino ‘e Napule”, motociclista acrobatico che nei primi anni Settanta scorrazzava sulla sua moto Gilera 125 sulle strade cittadine sfidando le guardie. Divenne anche stuntman, attore con Liliana Cavani e personaggio da rotocalco. Flo recupera la sua figura trasformandolo in un emblema di libertà e anticonformismo, “la sua vena di follia era un gesto d’artista, una forma di libertà. E nella società dei cloni in gregge, questo mi appare profondamente rivoluzionario”. La fisarmonica, le chitarre e il contrabbasso restituiscono movimento al racconto, mentre la componente ritmica mantiene un legame con il carattere popolare dell'intero progetto. Il senso dell’amare è al centro di “Meno ‘e chesto”: qui la cantante si riconosce nel pensiero di un personaggio di Jane Austin che esprime l’idea di un amore assoluto e totalizzante quando dice: “Non so cosa significhi amare le persone a metà. I miei affetti sono sempre eccessivi”; è una canzone che mette in fila tutte le cose che dovrebbe fare l’amore. Maione racconta che è stato il brano che ha indicato la strada per il sound dell’intero disco. “Era nato inizialmente voce e pianoforte e, in quella veste, rischiava secondo me di portarci verso un linguaggio troppo ‘cantautorese’, una direzione che né io né Flo volevamo percorrere. Da lì è nata l’idea di trasformarlo in una sorta di samba ipnotico, costruito intorno alla chitarra classica e alle percussioni, con incursioni di violoncello e fisarmonica e con alcune percussioni utilizzate quasi come elementi di contrappunto alla voce”. L’omaggio alla canzone napoletana classica lo porta il brano di chiusura, una essenziale “Nuttata ‘e sentimento”, scelta che rivela la volontà di celebrare il giovane autore dei versi, Santo Cassese, nativo di Castellammare di Stabia, “autore di barcarole e serenate meravigliose ma strappato all’arte a quarant’anni per essere mandato al massacro voluto dai potenti. Cadde sul fronte della Grande Guerra, colpito da una granata sul monte che portava il suo nome: il Monte Santo, in provincia di Trento. Una canzone che Flo dedica a “tutti i ragazzi che hanno dovuto rinunciare ai propri sogni, se non alla vita stessa: a Gaza, sui barconi e in tutti gli assurdi teatri di guerra che continuano a circondarci”. Il contrabbasso e le percussioni sostengono una reinterpretazione che guarda al repertorio classico partenopeo senza cercare di sovrapporsi alla sua memoria storica, trasformandola in una dedica ai giovani privati dei propri sogni dalla guerra. Flo attraversa la memoria con curiosità, si espone nei racconti personali e lascia che la tradizione dialoghi con la sensibilità contemporanea. Ne nasce un disco libero e profondamente umano, che trova la propria rotta proprio nella capacità di non perdere la meraviglia per le piccole cose.
Ciro De Rosa e Salvatore Esposito
Foto di Francesca Errichiello (1,2,3,4), Gigi Reccia (4,5), Valeria Reccia (6,7,8)









