Racines – Arilos Mennar (Lokomotiv Records, 2026)

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Si resta avviluppati nel ritmo delle percussioni, delle voci di strada e poi dell’incrociarsi dei timbri vocali sul beat incessante. È “Market Miracolo”, apertura di “Arilos Mennar”, album del duo Racines pubblicato dalla bolognese Lokomotiv Records. Un inno al viaggio interiore in cui il mercato si fa metafora del mondo e dell’esperienza umana, intreccio di vissuti che raccontano di identità che sono al di fuori di noi, nelle relazioni che sono in continua trasformazione (Le vojage de la vie / E l’ombre du mimi /Libérer l'anima). È la lente attraverso cui leggere questo progetto, tra i più vigorosi e fulminanti usciti di recente in Italia. Nate come duo nel 2022, le Racines sono Rokeya ( elettronica, field recording, synth, drum machine e cori), producer e performer indo-italo-gallese di stanza a Londra, e la cantante e polistrumentista italo-algerina Anissa (darbuka, krakeb, bendir, flauto e fisarmonica). Un album multilingue in cui cinque idiomi si intersecano con naturalezza: arabo, italiano, spagnolo, francese e ladino. Capite che siamo di fronte a una conflagrazione di idee e suoni dalla gran vitalità in cui Rokeya e Anissa si avvalgono anche degli interventi di Simone Santarelli (oud e synth), Carmelo Colajanni (duduk, arghul, gralla e arpa), Taha Ennouri (krakeb e tama), Ali Belazi (daf, bendir e darbuka) e Francesco Brini (cajon e synth). L’immaginario e la prospettiva femminili dell’intero progetto trovano completamento nell’artwork firmato da Marie Cécile e nei visuals curati da Andreola Mejia. “Arilos” indica i semi della melagrana, frutto dalla profonda simbologia nelle culture del Mediterraneo che rimanda a fertilità e rinascita, mentre “Mennar”, in arabo-algerino, significa
“dal fuoco”, a raffigurare una forza femminile primordiale e generativa. Il programma si sviluppa in nove tracce. ,“Meken Merteh”, dal taglio introspettivo, è mosso da fluidità percussiva e sintetizzatori che creano texture calde e avvolgenti; un brano segnato da forte tensione emotiva, espressione della ricerca di un posto sicuro non fuori, ma dentro di sé. È una preghiera di libertà e resistenza, un inno a chi ogni giorno continua a lottare per ritrovare la propria luce, scrivono le artiste nelle note che accompagnano il press release. In “Nari” la produzione è affidata ai beat del misterioso Borda (elettronica, synth e drum machine); è un’esplosione di desiderio e tormento dove passione e oscurità si intrecciano fino a confondersi. La successiva “Fluir” celebra l’acqua come forza vitale, simbolo di movimento, libertà e rinascita. Cheikha Rimitti e Rosa Balestreri si incontrano idealmente nella prison song “Buttana di to mà”, brano crudo, emblematico del repertorio della cantante licatese. Balestreri aveva appreso il canto dalla voce del padre, integrandovi distici presenti in altri canti e rielaborandoli insieme a Otello Profazio nel disco “Noi siamo nell’inferno carcerati”. Qui la composizione assume la forma di invocazione, di rivendicazione contro ogni condizione di subalternità. “Abbiamo preso quella rabbia, quella dignità ferita ma indomabile, e l’abbiamo filtrata attraverso il nostro linguaggio”, rivela Rokeya in un’intervista a
“Songlines” (#222) raccolta da Megan Iacobini De Fazio. “Per noi la libertà è innanzitutto libertà di parola: un’espressione cruda e colloquiale che, nella tradizione siciliana, serviva a dare sfogo a rabbia, ironia e dolore senza alcun filtro”, chiosa Anissa. “’Buttana di to mà’ diventa un canto di libertà perché rivendica il diritto a una voce indomita, che viene dal popolo e non chiede il permesso a nessuno”. Su un ostinato di corde e una frase vocale che ricalcano l’originale, si innesta una ritmica scandita da beat elettronici e nacchere metalliche gnawa: la voce si distende potente mentre il ritmo avanza seguendo la melodia, elettronica e fiati acustici si sovrappongono attorno al canto in un crescendo di percussioni e zaghroutah, le emissioni ululate. Un altro picco emotivo dell’album è “Zorahayda”, dove tra arabo, spagnolo, francese e italiano la tragica leggenda dell’omonima principessa assurge a simbolo di un desiderio e di un perdono negato, fiore chiuso che custodisce luce e ferita. A seguire, “Aman” esprime nostalgia e speranza (“la luna non ha paura" / "ritornerà senza veleno") cantando la gioia di un a connessione emotiva e di un reciproco sostegno di fronte alle tribolazioni. Invece “Taqfiz” sfoggia movenze danzanti: canto errabondo dove nostalgia e allegrezza si inseguono come onde di una stessa danza. In chiusura, “Rumman” (“melograno”) è una composizione costruita sull’essenzialità, dove voce, oud e spinte electro si intessono in una riflessione su appartenenza, distanza e memoria: “la terra parla, cresce dentro chi la lascia e resta come seme, lontana, ma viva”.  


Ciro De Rosa

Foto di Laura Marongiu (2)

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