Musica, qualità, emozione: l’edizione del Premio d’Aponte 2026 si è particolarmente distinta per il livello alto sia delle dieci concorrenti in finale, sia per la bellezza che tutti gli ospiti presenti nelle due serate hanno regalato al pubblico. Fare i complimenti al Bianca d’Aponte è abbastanza consueto e chi scrive è di parte sicuramente. Come in ogni evento che si rispetti ci si esalta e si rimane perplessi, ma questo Premio – si sa – ha uno spazio unico nel cuore di tutti i partecipanti, che siano artisti, operatori culturali, giornalisti o semplicemente pubblico. È sempre difficile criticare quindi chi ha privilegi nella tua anima. Eppure, in questa edizione, con tutta l’onestà intellettuale di cui è capace chi scrive, è davvero difficile trovare qualcosa di eccessivo, noioso, o semplicemente sbagliato. È davvero andato tutto bene. Quest’anno si procede per punti provando a raccontarlo. Il punto primo sono le concorrenti: il livello artistico e qualitativo delle partecipanti al contest è davvero cresciuto molto, proprio a livello generale. Ogni anno infatti qualche cantautrice svetta e si fa notare. Quest’anno è stato anche difficile scegliere, perché le proposte erano tutte di un buon livello. Ma soprattutto ognuna di loro è sembrata consapevole, con una personalità definita, con un progetto chiaro, con un sound ri-cercato, che qualche incertezza nei testi o nella voce non ha intaccato. A vincere la giovanissima L’Aurora (la calabrese Aurora Caloiero), dalla voce potente e appassionata (non casualmente ha avuto anche la menzione per la migliore interpretazione) e un futuro artistico tutto da costruire. Ha convinto molto tutte le giurie anche la pugliese Rosita Brucoli, che con “Fiori distrutti” si è
aggiudicata il Premio della critica “Fausto Mesolella”. La menzione per il Miglior testo (intitolata ad Oscar Avogadro) è andata alla piemontese Mabi (una delle cantautrici con il progetto più convincente) e alla sua “Al contrario”; la miglior musica è stato deciso essere quella di Bambina e il suo “Dialogo con la paura”. MVR si è aggiudicata il Premio ’Na stella, del Virus Studio, che prevede l’incisione di un brano con la produzione artistica di Ferruccio Spinetti e Alessandro Guasconi; a Natalia Abbascià (vincitrice del Premio Cesa del Folkest friulano) va la proposta per una possibile collaborazione artistica con l’etichetta Suoni dall’Italia di Mariella Nava. Le altre partecipanti sono state Fabula, Miriam Ricordi, Sarai e Simona Valente. E pure se così funziona un contest, è anche un po’ un peccato che non abbiano ottenuto qualche premio, perché tutte e quattro hanno proposto un progetto davvero interessante. Il punto secondo è il merito del Direttore artistico Ferruccio Spinetti. Da quando ha assunto questo ruolo, dopo la scomparsa di Fausto Mesolella - sempre rimpianto e mai dimenticato (bellissimo l’omaggio di Alfina Scorza con la cover della “Insanguinata” - un omaggio che Mesolella con Stefano Benni fecero alla chitarra più amata dal musicista casertano – accompagnata dalla Resident Band e da un gruppo di amici del Premio a fare il coro: Elena Ledda, Mariella Nava, Rossana Casale, Kaballà e Tony Canto) - Ferruccio ha cercato di proporre ogni anno un parterre di ospiti originale e rinnovato, dando spazio a suoni e vocalità e progetti i più variegati. E lo ha fatto con intelligenza ed impegno. Quest’anno lo spettacolo offerto è sembrato particolarmente felice e brillante: oltre a Scorza già
citata, Angela Baraldi (che brava!), Nino Buonocore, Moonari, Rossana de Pace, Andrea Mirò, Micaela Tempesta (vincitrice della penultima edizione del Premio), Koyel Basu (Premio Bianca d’Aponte International), la madrina Marina Rei (che alla batteria ha regalato un’interpretazione di “Ma l’amore no” di Bianca d’Aponte davvero da brividi) e il Premio alla carriera Peppe Barra. E il punto terzo è proprio Peppe Barra e il suo recitato, tratto da Basile (e tradotto in italiano dallo stesso Barra) sul “Tempo”. Sono stati cinque minuti di pura poesia, di teatro, ma anche di verità. D’altronde il teatro, così come la fiaba, la narrativa, la musica e ogni forma d’arte, sono le uniche verità. Le uniche per le quali vale davvero la pena vivere. Il punto quarto è stato il liceo musicale Cirillo di Aversa, o meglio i suoi allievi che la prima sera si sono esibiti in un’emozionante esecuzione di “Anima scalza” di Bianca d’Aponte. Ogni anno sono sempre più bravi. E non è un bravo detto con la consueta bonarietà che viene elargita ai giovani studenti, quando magari fanno il saggio di fine anno, a cui sono costretti ad assistere oltre che i genitori orgogliosi, anche uno stuolo di parenti annoiati che pensano solo all’aperitivo che verrà dopo. No no. Sono proprio bravi, appassionati, seri e pure professionali. Grazie. Il punto quinto è doveroso e riguarda la Resident Band, coordinata e diretta da Alessandro Crescenzo (piano e tastiere), che ancora una volta si è mostrata davvero ad alto livello, sia con gli ospiti, sia con le concorrenti. E se i complimenti vanno a tutti, sembra lecito portare due esempi: Roberta Andreozzi, molto più che corista, e Guido Della Gatta (chitarre) che quest’anno si è davvero molto
divertito! Ma complimenti anche a Corrado Calignano (basso), Paolo di Ronza (cori) e Davide Ferrante (batteria). Il punto sesto – siamo quasi alla fine – è tutto nella forza e nel coraggio di Genni, Gaetano e Giovanna, con cui hanno portato tutto avanti ancora una volta, mostrando sempre a tutti, soprattutto, il sorriso unico dell’accoglienza. Con loro vanno anche ringraziati tutti i soci volontari del Bianca d’Aponte che mettono a disposizione loro stessi per aiutare nella logistica e nei transiti. E va ringraziata anche Emergency, col suo banchetto che raccoglie fondi, in cambio della compilation con le canzoni in gara. Va ringraziata per la resistenza di cui è capace, in questo mondo sempre più folle, sempre più furioso e sempre più assetato di sangue. E poi un plauso a chi ha condotto magistralmente le due serate: Ottavio Nieddu e Carlotta Scarlatto che con eleganza e sobrietà hanno guidato il pubblico alla scoperta delle artiste in gara. Mettendo insieme qualche punto – così diceva il manuale di geometria – si formano dei segmenti. Poi però ci sono le rette, con i punti che tendono all’infinito. Come la retta che da Aversa va fin oltre l’arcobaleno e dove cammina (e noi la vediamo, eccome se la vediamo!) l’anima scalza di Bianca d’Aponte.
Elisabetta Malantrucco
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