“Musiche tradizionali dell’Umbria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1958)” arriva alla stampa dopo settant’anni. Questo è il lasso di tempo che intercorre tra la prima ricognizione scientifica che Carpitella e Seppilli svolgono in Umbria – con la strumentazione messa a disposizione dalla RAI e il coinvolgimento del Centro Nazionale di Musica Popolare e l’Istituto di Etnologia dell’Università degli Studi di Perugia – e la pubblicazione in due volumi (di cui questo è il secondo e ultimo) delle due raccolte in cui le registrazioni sono confluite: la Raccolta 33 e la Raccolta 37, composte rispettivamente dalle musiche e dai canti documentati dai due studiosi nel 1956 e nel 1958. Le due campagne di ricerca hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi un momento fondamentale per gli studi sulle musiche popolari umbre, che Piero G. Arcangeli e Giancarlo Palombini ci presentano con l’ordine necessario che solo l’approccio scientifico può assicurare. Quelle campagne danno il segno di quanto urgente fosse in quegli anni “fermare” le espressioni musicali di tradizione orale dentro uno studio scientifico che potesse analizzarne gli elementi costituenti, in un contesto generale in cui si assisteva all’inesorabile disgregazione del contesto culturale e sociale entro cui quelle espressioni erano state prodotte e avevano avuto funzioni precise. Inoltre, costituiscono una base documentale inestimabile, a partire dalla quale i due autori di questo volume hanno potuto analizzare i repertori umbri, ricomponendo – sul piano non solo documentale ma soprattutto analitico – il profilo etnomusicale della regione. Quell’urgenza di documentare – lucidamente avvertita in quegli anni e rapidamente ricondotta entro una prospettiva scientifica di raccolta – è stata richiamata da Tullio Seppilli dentro una sorta di verità storica (“ho visto morire una cultura, e per un antropologo non è cosa da poco”) ma, allo stesso tempo, ha rappresentato anche l’avvio di una riflessione ulteriore sulle espressioni musicali di tradizione orale. Laddove infatti ha perso inevitabilmente
terreno l’analisi dell’autonomia delle cosiddette culturale popolari, si è fatta strada la necessità di indagare e interpretare non solo lo spazio delle interazioni ma le modalità attraverso cui quelle fasce sociali si sono trasformate e continuano tuttora a trasformarsi. Chi legge queste pagine sa che le manifestazioni musicali legate o ispirate alle espressioni di tradizione orale sono a dir poco molteplici: spesso sperimentali e libere da ogni reticenza formale, a volte frenate da incomprensioni o da processi generalmente riconducibili alla reificazione, quasi mai, però, tanto rigide da venire a noia. Il libro che esploriamo qui rappresenta un terreno a dir poco fertile: per comprendere la storia delle tradizioni cosiddette popolari, le loro complesse articolazioni e le loro plausibili trasformazioni.
Siamo di fronte a una raccolta storica analizzata e commentata attraverso una metodologia musicologica ed etnomusicologica.
Piero Arcangeli - Intanto partirei dal ricordare che questo è il secondo volume di “Musiche tradizionali dell’Umbria”. Il primo, che riguardava le registrazioni che Diego Carpitella e Tullio Seppilli effettuarono nel 1956, è stato pubblicato in questa stessa collana da Squilibri nel 2013, quindi sono passati esattamente tredici anni da quel primo libro, che allora curammo insieme a Valentina Paparelli. Ci tenevo molto – e ringrazio Giancarlo che mi ha dato una mano in questo – a chiudere il cerchio, prima di andare in pensione, con le registrazioni del 1958. Anche perché queste registrazioni riguardano in gran parte il Ternano, la zona sud dell’Umbria, che invece era completamente rimasta fuori dalla campagna del 1956. Per quello che mi riguarda, si tratta appunto di chiudere il cerchio iniziato esattamente alla fine del 1966,
con i primi appunti che presi in un incontro con Diego Carpitella che si tenne ad Arezzo. Erano i primi appunti di quella che poi è diventata la tesi di laurea che ho discusso nel 1968. Quindi, ecco, per me è un punto fermo, un traguardo.
In quale contesto si inserisce questa pubblicazione?
Piero Arcangeli - Nel frattempo abbiamo fatto altre cose, ovviamente, ma è anche vero che nel frattempo è cambiato tutto intorno, anche rispetto alla percezione di questi materiali, quindi della musica tradizionale contadina, che in quegli anni Cinquanta e poi Sessanta praticamente non esisteva. Diciamo pure che era materiale da accademia o da collezionisti. Nei primi anni Sessanta è nato l’AELM, Archivio Etnico Linguistico-Musicale, grazie a Carpitella, presso la Discoteca di Stato. E poi, se un interesse c’è stato da parte del grande pubblico (ma anche troppo grande) per la musica tradizionale orale, è dovuto indubbiamente anche al folk revival, alla diffusione di questi materiali che prima di allora appunto non si conoscevano, comunque non circolavano. E questo nonostante le prime ricerche siano iniziate già prima della guerra, però in un quadro anche storico-politico completamente diverso da quello del dopoguerra. Nel dopoguerra c’era uno slancio effettivamente nuovo, che colloca quindi queste ricerche in un filone diverso da quello delle tradizioni popolari, del folklore. Effettivamente si pone per la prima volta il problema di dare una dimensione culturale, universitaria e poi accademica, a questi materiali, a questi documenti di tradizione orale. Questo avviene in tutta Italia; in Umbria, grazie all’Istituto di Etnologia dell’Università di Perugia e al lavoro di Tullio Seppilli. La mia tesi viene due anni dopo la pubblicazione di quella di Maria Luigia Tanci, in cui si pubblicano solo i testi di tutti questi materiali. Lo stesso Seppilli non aveva idea di come potesse essere trattato questo materiale. La trascrizione non era affatto scontata e, anzi, per quello che mi riguarda, è sempre stato più un problema,
non tanto per la difficoltà di trascrivere una musica che appartiene a un’altra cultura. C’era proprio, da parte di uno come me che studiava al conservatorio, la percezione di una musica che veniva da un altro mondo. Ma la trascrizione è fondamentale, perché senza non vi è analisi. Bisognava, quindi, trasportare i repertori dalla dimensione del tempo a quella dello spazio, per capire fino in fondo di che cosa si trattava.
A un certo punto anche Palombini ha lavorato alle registrazioni originali di Seppilli e Carpitella.
Giancarlo Palombini - Sì dall’inizio degli anni Ottanta. Si lavorava in quegli anni al progetto del Museo Etnografico Regionale dell’Umbria, in seno al quale, con Tullio Seppilli, affrontammo i materiali schedografici. Difatti elaborammo, per questo materiale, la scheda etnografica “ETM” (etnomusicologica), per la quale feci la catalogazione di tutte le ricerche storiche, cioè delle due confluite nei volumi in questione – la “Raccolta 33” del 1956 la “Raccolta 37” del 1958 – e di quella che fece Alan Lomax nel 1954, che era la prima ricerca svolta in questa zona “Raccolta 24”). La “ETM” non era una scheda semplice, aveva varie informazioni: oltre alla trascrizione dell’incipit musicale, vi era la trascrizione del testo verbale e tutte le altre informazioni sugli esecutori, ecc. Quindi, quando abbiamo cominciato a lavorare con Piero, abbiamo potuto fare affidamento a una base già costituita di informazioni.
Per quanto riguarda le trascrizioni, che tipo di intervento è stato svolto?
Piero Arcangeli - Molte delle trascrizioni musicali le abbiamo prese dalle schede storiche, così come molte altre informazioni. Bisogna considerare che le trascrizioni verbali riportate nella tesi della Tanci non erano sempre corrette. Al contrario, quelle riportate in seguito nella scheda catalografica erano molto più
puntuali. Ovviamente quella mancanza di precisione era dipesa, probabilmente, anche dalla strumentazione utilizzata all’epoca, che non era così precisa. Ad ogni modo, abbiamo riportato oltre circa venti trascrizioni musicali nuove, inserendone qualcuna per ogni genere musicale documentato. E questo per poter fare, come sosteneva Piero, l’analisi musicale. Solo in questo modo si può rappresentare analiticamente l’insieme dei repertori documentati e restituire all’Umbria – e indirettamente anche a coloro che hanno cantato – non tanto una visibilità ma un vero e proprio patrimonio. Anche per questo era importante tornare a studiare questi repertori. I nostri “padri”, una volta fatte le registrazioni, fatte le ricerche, pensavano poco alla restituzione.
Proviamo a contestualizzare anche storicamente la ricerca del 1958, descrivendo il modo in cui si è svolta.
Giancarlo Palombini - Carpitella e Seppilli erano in contatto perché avevano già svolto in Umbria la ricerca nel 1956. Dalle lettere alle quali abbiamo avuto accesso e dai documenti del tempo, si evince che Seppilli aveva interpellato Carpitella e, con lui, Giorgio Nataletti, che era direttore del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare. Allo stesso tempo Seppilli aveva un rapporto di amicizia con il fotografo Ando Gilardi, il quale aveva in programma di organizzare a Perugia una mostra sulla famiglia italiana, prevista nel gennaio del ’58. Per questo Gilardi andò con loro, anche se li raggiunse dopo che erano già state fatte alcune registrazioni vicino Perugia. Quindi, l’intento era di proseguire la ricerca iniziata nel 1956 (a dicembre, quindi poco più di un anno prima).
Piero Arcangeli - I due studiosi erano facilitati da due fattori. Il primo è che avevano il sostegno della RAI, che aveva messo a disposizione sia il pulmino con cui raggiungevano i luoghi sia la strumentazione. Il secondo è che, nonostante si fosse nella fase di declino di quella cultura, vi erano ancora dei momenti di
vivacità. E grazie a questo, nel giro di pochi giorni, riescono a registrare, sia nel ’56 che nel ’58, un notevole numero di documenti, sebbene possiamo dire che rappresentino una testimonianza parziale rispetto a quello che poi, nel tempo, si è rivelato il corpus della musica tradizionale umbra. E tuttavia è essenziale, perché ancora oggi noi possiamo, con queste registrazioni degli anni Cinquanta, avere un’idea abbastanza precisa dei modi di canto, dei rapporti che c’erano tra il canto e il contesto culturale, della funzione dei canti. Questo è importante perché, soprattutto per quello che riguarda i canti sul lavoro, è chiaro che, cadendo la funzione, nel giro di pochissimi anni sono praticamente scomparsi tutti, tranne che nella memoria di pochi.
Come è organizzato il libro?
Piero Arcangeli - C’è innanzitutto da dire che l’introduzione del libro sulla ricerca del ’56 l’ha fatta Tullio Seppilli e stavolta ci siamo dovuti arrangiare. Però, come dicevamo, i due volumi, nonostante siano usciti a distanza di tredici anni l’uno dall’altro, vanno letti insieme, perché la lunga, corposa introduzione di Tullio Seppilli dà conto veramente, in presa diretta, direi, del contesto culturale di quegli anni.
Giancarlo Palombini - Inoltre abbiamo cercato di integrarli l’uno con l’altro, in modo da non avere ripetizioni, sviluppando ciò che non era stato affrontato nel primo volume. L’inizio del volume contiene una serie di informazioni storico-geografiche e linguistiche, per poi raccogliere le notizie sulla campagna di Seppilli e Carpitella, facendo riferimento anche ai rapporti che c’erano stati e riportando le parole dello
stesso Seppilli, il quale ha sottolineato che si trattò di un’impresa epica, soprattutto perché era tutt’altro che facile recuperare mezzo secolo di ritardo. Il cuore del volume è sicuramente il capitolo sui repertori, che sono, come dicevamo all’inizio, trascritti e analizzati. Da qui, dopo i documenti sonori, le trascrizioni di tutti i testi e i riferimenti bibliografici, si arriva a un’appendice costruita sulla trascrizione delle notizie che Tullio Seppilli aveva raccolto sugli informatori.
Parliamo dunque dei repertori e delle tipologie che sono analizzate nel volume, in particolare dello
Piero Arcangeli - Abbiamo pensato di fare il punto sullo stornello, indubbiamente la forma metrico-verbale poetica che caratterizza tutta la tradizione orale contadina del Centro e, in parte, del Sud. Al contrario di quello che si diceva nei primi anni Sessanta, quando l’etnomusicologia doveva conquistare un proprio spazio all’interno dell’accademia, dell’università, e si intendeva quindi mettere in evidenza soprattutto l’autonomia di questi materiali e suffragati anche dal pensiero dell’ultimo Carpitella, abbiamo voluto verificare il rapporto tra la cultura contadina e quella urbana. Dobbiamo infatti dire che i primi documenti ce li abbiamo proprio grazie a testi verbali, perché mai, fino al Novecento, si è pensato di trascrivere i testi musicali – che risalgono al tardo Medioevo, al momento cioè in cui la poesia letteraria si distacca dalla tradizione orale. Da allora le due storie procedono indipendentemente l’una dall’altra, ma c’è una matrice comune, che è data dallo stornello. Quindi, fare il punto sullo stornello significava anche mettere in evidenza questa interazione tra diverse culture. Perché quello che la cultura contadina e quella urbana hanno in comune è l’uso, più o meno rigoroso ma comunque continuo, di una struttura metrica che è fondata sull’endecasillabo. Quindi poi il distico, le quartine e fino all’ottava rima, che ha dato quei capolavori del Rinascimento che sappiamo, nelle opere di Ariosto, ancora prima del Pulci, e poi del Tasso, e così via. L’ottava rima è un altro di quegli esempi della tangenzialità, sia pure, devo dire, con percorsi autonomi della tradizione orale, con quella scritta. Perché è cantata sullo stesso schema metrico-poetico che usa appunto la letteratura epica del Rinascimento.
Considerazioni simili possono valere anche per la musica?
Piero Arcangeli - È difficile parlare di musica per la tradizione orale perché, nel senso comune, questa parola sembra inadeguata per la tradizione orale. Invece si tratta di musica, che ha un impianto diverso da quello su cui è basata la musica d’arte dal Cinquecento in poi, cioè che in pratica dà la tonalità. Parliamo di modalità, che è una parola comoda, se vogliamo, perché dice più che altro quello che non è, cioè non è musica tonale. La musica tonale la ritroviamo anche in Umbria, in quelle forme che sono discese dal Nord Italia e dal Nord Europa e che invece hanno una caratteristica che sicuramente si può dire pre-tonale o decisamente tonale. Invece la musica contadina è modale, basata cioè non sulla tonalità e quindi sull’ottava, sui sette suoni della scala maggiore o minore e così via, ma su strutture pentatoniche, con varianti, insomma senza le gerarchie che troviamo all’interno della musica tonale. Però va anche detto che “modalità” è un termine un po’ di comodo, giusto per dire che cosa non è, però non è che dobbiamo pensare a qualcosa di primitivo, di selvaggio, che poi si evolve. Questo è un concetto positivistico. Non è che la modalità si è evoluta nell’antichità, sono due storie diverse.
Piero G. Arcangeli e Giancarlo Palombini (a cura di), Musiche tradizionali dell’Umbria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1958), SquiLibri 2026, pp. 194, Euro 25.00 Libro con due cd
La campagna di registrazione di musiche tradizionali condotta da Diego Carpitella e Tullio Seppilli nel 1958 interessò prevalentemente l’area meridionale dell’Umbria – fatta eccezione per alcune ricognizioni svolte a Casamanza e a La Borgia di Perugia. Un’area, cioè, attraverso la quale i due studiosi definiscono e ricompongono una mappa musicale dell’intera regione, interessata poco più di un anno prima (nel dicembre del 1956) da una ricognizione etnomusicale in diverse zone dell’Umbria settentrionale, nordorientale e sudoccidentale – confluita nella Raccolta 33 degli Archivi di etnomusicologia dell’Accademia di Santa Cecilia (AESC) e pubblicata in questa stessa collana nel 2013 a cura di Piero G. Arcangeli e Valentino Paparelli. Diciamo questo per dare conto della composizione documentale dell’Umbria in fatto di indagini etnomusicologiche e registrazioni “storiche” delle musiche di tradizione orale. Ma soprattutto perché il volume in questione – che analizza e pubblica la Raccolta 39 (AESC) – è il capitolo conclusivo di un lavoro di ricerca avviato da Carpitella e Seppilli e portato a compimento dai loro discepoli umbri Piero G. Arcangeli e Giancarlo Palombini (musicologo e compositore il primo, etnomusicologo il secondo). Come si legge nell’intervista, l’idea che con questo volume si concluda un ciclo non è affatto secondaria. E per questo ci sembra importante sottolinearne il valore simbolico, oltre che scientifico, fin da qui: i materiali trattati, difatti, sono stati studiati da entrambi gli autori in più occasioni. Innanzitutto per analizzarne la composizione, sia sul piano musicologico che culturale: pensiamo allo studio condotto da Arcangeli per la sua tesi di laurea del 1968 e alla schedatura, secondo parametri catalografici scientificamente definiti, condotta da Palombini nei primi anni Ottanta (che ha interessato anche i documenti sonori registrati nel 1954 da Alan Lomax e Carpitella). Poi perché (gli addetti ai lavori lo sanno bene) entrambi hanno fatto riferimento ai materiali storici registrati in Umbria percorrendo varie traiettorie di ricerca, studio e analisi: da quelle accademiche a quelle concertistiche, compositive ecc. Dunque, se è vero, come si legge nella dedica che apre il libro, che il volume chiude il cerchio aperto dai loro “giovani maestri” di allora, è altrettanto vero che gli “anziani allievi” di oggi hanno analizzato i repertori trattati da ogni angolazione (da quella linguistica a quella etnomusicale) e, per questo, “Musiche tradizionali dell’Umbria” rappresenta una raccolta di documenti imprescindibile alla conoscenza etnomusicale della regione. D’altronde la dimensione di omogeneità della raccolta era presente fin dalla fase programmatica. Per vari motivi, come si può leggere nella ricostruzione della campagna di raccolta che i due autori riportano fin nei dettagli: vi era, da un lato, la necessità di recuperare “il mezzo secolo circa di ritardo che l’Italia aveva accumulato nel campo della ricerca etnomusicologica”, mentre dall’altro “una seconda ricognizione nella regione” appariva “indispensabile e urgente: non si doveva lasciar passare troppo tempo” per non allontanarsi dalla “prima parte della rilevazione” e per assicurare “omogeneità e completezza alla raccolta umbra”. A favore di questa completezza, Carpitella e Seppilli includono nell’equipe di ricerca il fotografo Ando Gilardi, per “ottenere stavolta una documentazione fotografica che fosse all’altezza della situazione”, che con i suoi scatti, alcuni dei quali riportati in queste pagine, racconta con efficacia inscalfibile il contesto culturale e sociale delle campagne del dopoguerra. Ha dunque detto bene Piergiorgio Giacché qualche giorno fa, presentando il volume a Perugia: quelle musiche tradizionali dell’Umbria lo sapevano tutti che stavano sparendo, sia i ricercatori che i testimoni, “perché già allora, nel 1958, un testimone dice ‘so canzoni che non si cantano più’. La ricerca e la registrazione si faceva dunque in complicità, perché poi tutti sapevano che non ci sarebbe stata un’altra volta”.
Daniele Cestellini







