Lungo due decenni, Hope Masike ha sviluppato un personale approccio alle musiche dello Zimbabwe e al ruolo delle mbira in contesti musicali diversi. Due anni fa, all’interno di una serie di inni metodisti, aveva suonato e cantato “moyo” (cuore, in lingua shona) con l’invito (“chinyarara moyo wangu”) a saper calmare il proprio cuore per poter ascoltare Dio. Ora, nel quinto lavoro discografico col gruppo Monoswezi, nel brano più elaborato e che dà il titolo all'album, Masike ci fa ascoltare, inizialmente, la sola mbira, sentiero sonoro ideale per recitare in shona “Moyondizvo”. Si tratta di un detembo, un poema legato al mutupo (totem, e cioè a un animale, elemento naturale, o, come in questo caso, a una parte del corpo) e a un gruppo sociale, qui, per esempio, i VaRozvi.
È un omaggio alle proprie origini composto in collaborazione con il bassista e chitarrista svedese Putte Johander in cui emerge la capacità di sviluppare vivaci dinamiche sonore e ritmiche utilizzando cori, le ance (sassofono e clarinetto) e il mellortron del norvegese Hallvard Godal, la batteria di Erik Nylander (Svezia), la voce e le percussioni di Calu Carlos Tsemane (Mozambico.
La collaborazione ha avuto inizio nel 2008, quando Godal scelse di andare a vivere per un anno in Mozambico. Lì fece amicizia con Calu e, insieme, e con il sostegno della Kulturskolen di Fredrikstad in Norvegia coinvolsero musicisti norvegesi e svedesi interessati alla musica africana e invitando Masike a visitare la Norvegia nel 2011 tramite il programma di scambi culturali “Fredskorpset” per una serie di laboratori sulle musiche dello Zimbabwe.
Il nuovo album arriva a cinque anni di distanza da “Shanu” (2021). I testi delle canzoni affrontano temi come la vita, l'amore, il matrimonio, la famiglia, gli amici e la quotidianità. In “Moyo”, ad eccezione delle tracce di apertura e chiusura, “Our Sacred Place” e “Fallen Fruits” (in inglese), le altre sei canzoni sono cantate in shona, ronga o portoghese.
Alcuni brani, come “Mambokadzi” e “fallen Fruits”, risultano più statici, ancorati a ritmi ostinati in quattro quarti, pur venendo impreziositi dall’alternarsi delle voci di Masike e Tsemani. Altrove, è il basso elettrico a sospingere il collettivo, in chiave funk nel caso di “Huya” – penultimo brano – aprendo a un maggior respiro nell’interazione fra le linee vocali individuali e collettive, gli interventi del sax e le diverse soluzioni poliritmiche.
Nella sua essenzialità, “Mude” presenta un riuscito sviluppo: lascia che siano la mbira e il canto di Masike a tracciare il sentiero princiale e alcune variazioni sonore, per innestarvi di volta in volta cori e interventi strumentali che introducono nuove cornici e modulazioni; anche la linea di basso si fa gradatamente più marcata e, pur senza che il volume sia aumentato, l’ascoltatore viene preso da una sensazione di “crescendo” grazie al modo in cui le linee strumentali e gli interventi percussivi si intrecciano e si sostengono a vicenda.
Alessio Surian
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