Mettere in dialogo il Bengala e Veracruz, due territori lontani accomunati da storie di colonialismo, resistenza e stratificazioni culturali, significa per Koyel Basu (কোয়েল) interrogare la musica come spazio di memoria e ricerca spirituale. Cantante britannico-bengalese cresciuta tra Calcutta e l’Inghilterra, Basu ha trovato nell’incontro con il son jarocho, tradizione popolare messicana, l’ispirazione per un percorso artistico che intreccia lingue, repertori e visioni del mondo senza cancellarne le specificità. Il progetto Donde la Tierra Canta, realizzato insieme al musicista Simão Hernández, nasce proprio da questa scoperta: un dialogo tra la poesia devozionale e filosofica del Bengala e la forza ritmica e narrativa della musica di Veracruz. Al centro della sua ricerca c’è una riflessione sul peso della storia e sulle ferite del colonialismo, ma anche sulla capacità delle tradizioni di rinnovarsi attraverso l’incontro e la sperimentazione. Al Premio Andrea Parodi 2026, Koyel Basu presenterà “La Candela (শিখা)”, brano che accosta due vicende di rapimenti e deportazioni in epoca coloniale, trasformando la memoria storica in una narrazione musicale condivisa. Nell’intervista, l’artista affronta anche il significato controverso dell’etichetta world music e la necessità di ripensare le categorie con cui ascoltiamo e raccontiamo le musiche del mondo. instagram.com/koyelbasumusic
Raccontaci il tuo progetto musicale e la tua ultima pubblicazione discografica.
Nell’estate del 2024, un viaggio spontaneo a Veracruz, in Messico, mi ha permesso di immergermi nella ricca tradizione popolare del son jarocho, rivelandomi sorprendenti parallelismi con il mio patrimonio musicale bengalese. Approfondendo la storia della regione, sono rimasto sempre più affascinato dalle eredità coloniali condivise che hanno plasmato tanto il Bengala quanto Veracruz, lasciando profonde tracce nelle rispettive popolazioni, tradizioni culturali e identità. Questa scoperta è diventata il seme di una collaborazione musicale interculturale con musicisti locali di son jarocho, dando vita a un progetto che riunisce una ricca varietà di strumenti tradizionali, ritmi ed espressioni musicali provenienti da entrambe le culture. Nato da questo incontro, il mio ultimo album è un’esplorazione bilingue delle tradizioni popolari bengalesi e messicane, con composizioni cantate sia in spagnolo sia in bengalese. La musica intreccia la vitalità ritmica e i versi tradizionali del son jarocho con la poesia devozionale e filosofica del repertorio popolare del Bengala, creando un dialogo musicale nel quale eredità culturale e innovazione convivono. Più che una fusione di stili musicali, il progetto intende esplorare i legami profondi tra due mondi geograficamente distanti, ma intrecciati dalla storia. Attraverso temi come il colonialismo, la resilienza, il senso di appartenenza e il desiderio spirituale, l’album celebra la musica come espressione viva di un’esperienza umana condivisa, capace di superare i confini geografici e linguistici senza rinunciare a onorare le identità specifiche di entrambe le tradizioni.
Quale brano presenterai al Premio Andrea Parodi?
Presenterò "La Candela (শিখা)". "La Candela" è originariamente un’intensa ballata popolare messicana che racconta il tragico destino di donne ridotte in schiavitù, catturate da pirati olandesi e francesi nel porto di Veracruz, in Messico, negli anni Ottanta del Seicento, e più precisamente durante l’incursione del 1683. Questa reinterpretazione mette in relazione quella vicenda con i rapimenti avvenuti durante l’epoca coloniale lungo la baia del Bengala, a Chittagong, nel Cinquecento, nell’ambito della tratta degli schiavi condotta dai portoghesi. La nuova versione, "La Candela (শিখা)", collega così due storie parallele di sradicamento e perdita. Il testo segue la vicenda di una giovane ragazza che ignora gli avvertimenti dei genitori e sale a bordo dell’imbarcazione di uno sconosciuto. È una rievocazione poetica di come l’innocenza e la fiducia possano essere inghiottite dalle maree della violenza coloniale.
Pensi sia possibile rivitalizzare la tradizione attraverso approcci vocali e stilistici che non conducano necessariamente verso forme mainstream?
Assolutamente sì. Anzi, credo che rivitalizzare la tradizione sia indispensabile in un mondo sempre più dominato da una musica commerciale condizionata dal capitale, dagli algoritmi e dalla pressione a conformarsi ai gusti del mainstream. La tradizione non dovrebbe essere trattata come qualcosa di statico, da conservare sotto una teca di vetro, bensì come una forma di espressione umana viva e pulsante. Se non troviamo modi audaci e immaginativi per reinterpretare e reinventare ciò che abbiamo ereditato, come possiamo aspettarci di ampliare i confini della nostra esperienza umana collettiva? Senza sperimentazione, rischiamo di creare un panorama culturale nel quale tutto diventa prevedibile, riproducibile e, in definitiva, privo di ispirazione. Gli esseri umani sono in continua evoluzione e la nostra arte deve evolversi insieme a noi. Dopotutto, se l’espressione artistica fosse rimasta confinata alle forme dei nostri antenati più remoti, non avremmo mai assistito alla straordinaria varietà di movimenti artistici e tradizioni che esistono oggi. Per me, rivitalizzare la tradizione non significa abbandonarne le radici, né renderla necessariamente più accessibile dal punto di vista commerciale. Significa confrontarsi profondamente con la sua essenza, lasciando al contempo spazio all’emergere di nuove voci, interpretazioni e possibilità stilistiche.
Il Premio Andrea Parodi è un concorso dedicato alla world music. Come definiresti questa etichetta? Rispecchia il tuo stile personale?
L’etichetta world music è particolarmente problematica, considerato che affonda le proprie radici in una visione coloniale del mondo, che storicamente ha collocato la musica del cosiddetto «Oriente» e delle altre culture non occidentali nella categoria dell’esotico, dello straniero o di qualcosa di separato dalla tradizione musicale occidentale. L’ironia è che la musica non ha mai operato entro confini così rigidi. Nel corso della storia, le tradizioni musicali si sono continuamente ispirate le une alle altre, influenzandosi e trasformandosi reciprocamente. Basti pensare al Concerto per pianoforte n. 5, detto "Egiziano", di Camille Saint-Saëns, oppure al profondo interesse di Alice Coltrane per la spiritualità e le tradizioni musicali indiane. Si consideri anche il flamenco, plasmato da secoli di scambi culturali, comprese le influenze moresche e i possibili legami con le tradizioni musicali del Rajasthan. Sebbene il termine world music si sia progressivamente evoluto verso un significato più inclusivo, le sue origini storiche continuano a sollevare interrogativi importanti sulla rappresentazione, sull’accessibilità e su chi abbia il potere di definire ciò che appartiene al mainstream musicale. Dopotutto, se una parte della musica viene etichettata come world music, che cosa diventa tutto il resto? Anche sostituendo questa espressione con alternative apparentemente più inclusive, come "global music" o "musica del mondo", continuiamo a imporre una categoria che rischia di rafforzare proprio le distinzioni che vorremmo superare. Cambiare etichetta non significa necessariamente mettere in discussione il pensiero che la sostiene. Invece di ricondurre tradizioni musicali diverse sotto un’altra categoria onnicomprensiva, forse dovremmo riconoscerle e celebrarle secondo i loro termini e le loro specificità, ripensando al contempo il modo in cui organizziamo i programmi musicali e i festival. Anziché separare le musiche in base a etichette geografiche o culturali, potremmo creare spazi realmente inclusivi, nei quali artisti e generi provenienti da tutto il mondo siano celebrati gli uni accanto agli altri, indipendentemente dalle loro origini. Uno spazio capace di onorare le rispettive storie, i contesti culturali e le identità artistiche, valorizzando al tempo stesso i numerosi legami che le uniscono.
Salvatore Esposito e Ciro De Rosa
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