Warren Haynes – Dreams & Songs: A Symphonic Journey with the Asheville Symphony Orchestra (Artone Label Group/Provogue, 2026)

Registrato nel 2019 al Thomas Wolfe Auditorium di Asheville (Carolina del Nord), questo album getta una luce nuova su Warren Haynes – mitico leader dei Gov’t Mule, chitarrista della Allman Brothers Band e dei The Dead. Non tanto o non solo perché si tratta di un album live, ma perché Haynes in quel fantasmagorico concerto nella sua città natale aveva alle spalle i 64 elementi della Asheville Symphony Orchestra e una band straordinaria composta da Oteil Burbridge (basso), John Medeski (organo e tastiere), Jeff Sipe (batteria), Greg Osby (sassofono). Basta ascoltare i primi istanti della registrazione – quelli che precedono l’avvio di “Dreams and songs (Pt. One)” – per comprendere l’energia che aleggia sul pubblico e i musicisti: tutto trepida nel tempo feroce dell’attesa avvolto e strattonato dai sibili delle accordature degli archi. Quando poi (dopo poco meno di un minuto) si sentono le prime strisciate della chitarra di Haynes, cala un silenzio, eroico e teso: tutti i movimenti si ritirano nei tratti ordinati dell’incipit e ogni rumore-stupore si incapsula nel tintinnio obbligatorio dei corpi in platea – dondolanti a lasciarsi accarezzare. Quando si ascolta suonare Haynes (classe 1960 e mani ferme su un suono caldo e morbido) si prova quella bella sensazione di sicurezza, di perfezione tutta personale, che si riscontra nel tocco ma soprattutto nell’incastro dei movimenti delle sue mani e del resto del suo corpo sonoro. È vero, dobbiamo buona parte di questa sensazione estatica al suono – limpido e deciso – e ai timbri che si accumulano nelle sue Les Paul. Ma se ascoltiamo con attenzione sentiamo quell’incastro lì. Ed è quello che ci fa saltare dalla sedia, quel modo speciale di presidiare uno spazio più che speciale: lo spazio tra le mani e la voce. Le sue mani scorrono velocissime in quei tratti brevi che sono fondamentali per il ritmo e il sostegno delle melodie: si frappongono tra il flusso della canzone e i momenti magici in cui Haynes inizia una strofa, con poche note ma sempre fondamentali. Al punto che senza quei fraseggi di passaggio sembrerebbe che la voce potrebbe non risuonare, o che risuonerebbe in modo del tutto diverso. La bellezza malinconica e feroce della sua musica rinviene, dunque, dentro una dimensione spaziale – la riscontriamo e ne godiamo dentro una tipologia di movimento, o se si vuole dentro un movimento tipico. Allora, riflettendo su questa varietà tipologica, trovo conforto proprio in un video estratto dal concerto in questione. L’album è stato anticipato dal video-singolo "Raven Black Night”, originariamente presente in “Dune” dei Gov’t. Ma girando un po' ho trovato “Shakedown Street”, brano dei Grateful Dead inserito in scaletta in veste psichedelico-funky. Qui Warren fa di tutto per esaltarci, tirando dritto insieme a tutto l’ensemble dentro i rimbalzi infiniti del riff, accompagnato in modo sublime dalle voci di Edwin McCain e Jasmine Muhammad. E ci fa vedere come quelle sei note, suonate velocemente prima della seconda strofa riescano a dare una spinta tutta diversa all’andamento del brano (provare per credere). Come dicevamo, è un trattino in una linea decisa di oltre sei minuti, ma sposta totalmente il baricentro della canzone. Ascoltare questo concerto significa anche coccolarsi con gli arrangiamenti e con la produzione. Quest’ultima è stata curata dallo stesso Hynes con Don Was. Gli arrangiamenti, molto generosi, sono a cura di vari musicisti, tra cui citiamo (tanto per dare la cifra) Chris Walden e il mitico David Campbell. Il loro lavoro è insieme dettagliato e grezzo – tiene cioè conto dei due poli più evidenti che regolano questo avvenimento musicale, che non possiamo che definire (con ilare soddisfazione) “classic-rock”. 


Daniele Cestellini

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