Si è chiuso domenica 13 settembre, con il concerto del duo Mauro Palmas (mandola e liuto cantabile) e Giacomo Vardeu (organetto), il Festival Ri-Generazioni. Tradizioni Aumentate, che nella sua seconda incarnazione – la quale estende la pluriventennale esperienza del Premio Loano per la Musica Tradizionale Italiana: manifestazione di origine controllata e garantita – ha presentato, con la curatela artistica associata dello scrivente e di Jacopo Tomatis e con la produzione esecutiva di Davide Valdrè e Lucia Campana, una programmazione articolata in due settimane. Accanto ai concerti e ai talk con alcuni dei protagonisti musicali, si sono susseguite attività di laboratori e atelier di comunità coordinati dalle Pro-Loco dei comuni coinvolti e dalla Compagnia dei Curiosi (che dall’inizio è l’associazione culturale promotrice del Premio Loano). Il Festival è finanziato dal Comune di Loano e dalla Fondazione De Mari, con la collaborazione delle amministrazioni del primo entroterra verso i quali si è esteso il Premio con il suo re-incantamento sonoro intrapreso da due anni.
In prossimità dei sentieri e dei boschi di località Verzi (appena sopra Loano), nei pressi della Chiesa di Santa Libera, il dialogo tra corde e mantice e lo sguardo
d’intesa con il Maestro di nobile e lungo corso (almeno cinque decenni di musica), cercato dal giovanissimo astro di Orosei, sono il segno di una connessione sonora, di una via comune che attraversa le musiche della Sardegna, si affaccia oltre l’orizzonte verso il Mediterraneo fino a spingersi nel Sud Africa di Abdullah Ibrahim. Pensiero ritmico, fluidità melodica, incastri armonici e improvvisazione hanno trovato splendida traduzione nel loro live, tratto da “Sighida”, album che ha sfiorato i vertici del Premio Loano, piazzandosi al secondo posto ex-aequo con il cantautorato folk di “Radica” di Francesca Incudine. E, prima del set, lo stesso Palmas, con l’ironia e la modestia con cui si schermisce abitualmente, si è raccontato attraverso il volume “Tra le mie corde”, curato dalla scrittrice Maria Gabriela Ledda.
Riallacciando la cronologia dei concerti visti quest’anno, il lungomare di Loano (Orto Maccagli) ha accolto venerdì 4 gli Arbeboost (Alessandro Zolt a ribeba e voce narrante, Flavio Giacchero a clarinetto basso e cornamusa francese 16” e Massimo Losito a fisarmonica e stomp box). Attraversando l’arco alpino con i piedi piantati in Piemonte e con qualche scavallamento transfrontaliero tra danze, canti e
narrazioni, il trio si protende nei linguaggi jazz-improvvisativi, dando prova di una forma di ricerca musicale che è una ventata nuova per un folk norditaliano che appare un po’ paludato, a parte alcune eccezioni pienamente radicate nella tradizione vivente. A seguire le “Vocazioni” di RaDiSpina, per le voci di Laura Cuomo e Alexandra Ida Mauro, la chitarra di Alessandro Morlando e il drum kit mediterraneo di Francesco Paolo Manna. La ricerca polifonica sui canti del sud Italia, tra tradizione orale e autorialità, intrecciata con dosata spinta elettronica (loop e harmonizer), si concretizza in un progetto che di gran pregio e suggestione per l’attenta ricerca e scelta dei repertori e per l’elevato tasso qualitativo canoro e strumentale, pur se si avvertono possibili margini di ulteriore crescita dinamica nell’assetto e negli arrangiamenti. La serata di sabato 5 è iniziata offrendo lo sguardo antropologico musicale sulla Sicilia dei Nuhara: Michele Piccione (zampogna, marranzano e kalebassa), Federico Pipìa (elettronica) e Gabriele Bazza (voce, chitarra elettrica e
dobro/battente). Il corpus dei canti di lavoro e della ritualità agro-pastorale e marinara raccolti negli archivi isolani a partire dalla seconda metà del Novecento, inauditi e inuditi, riempie lo spazio del lungomare loanese attraverso procedure elettro-acustiche di ri-mediazione dei linguaggi sonori tradizionali. Elaborano un suono materico che ingloba poliritmie, bordoni, glitch, distorsioni elettroniche, field recordings, riff furenti di chitarra, canti a distesa, melismatici e dalle inflessioni nasalizzate. Un progetto che incarna alla grande la volontà di non museificare i patrimoni né di percorrere sentieri revivalistici già tracciati e diventati cliché, ma di operare una riscrittura originale che trasfigura i canti rispettandone appieno l’umanità, facendoli irrompere nella contemporaneità. Si sono ascoltati un “cantu ri surfarara”, la conta/filastrocca dei salinari, un “cantu ri pisatura”, uno di carrettieri, fino alle cialone della pesca del tonno e al caos vitale delle “abbanniate” dei venditori ambulanti in un mercato. Non ci sorprenderemmo se il loro “Rama”, pubblicato nel 2026 per Trovarobato potesse raggiungere i vertici del prossimo Premio, nell’anno che verrà.
Com’è noto, Davide
Ambrogio con “Mater Nullius” (Viavox) è il vincitore del Premio Loano 2026 per il miglior disco di musica tradizionale italiana e del Premio Giovani-Fondazione De Mari. Il cantante e polistrumentista calabrese, dopo la rituale premiazione sul palco di Orto Maccagli, ha presentato il suo live che si fonda su una sacrale corporalità vocale e percussiva (con voci e tamburi di Gabriele Bazza – sempre lui, in gran forma –, Federico Laganà, Vincenzo Gagliani e Walter Laureti, quest’ultimo anche maestro dell’elettronica e del sound design che crea profondi paesaggi sonori). Canto, melos e ritmo si fondono in un’esperienza totalizzante in cui la tensione resta sempre alta. Ambrogio attraversa i linguaggi di tradizione orale, tra sacro e profano, a partire dalle pratiche della Settimana Santa in Sicilia, passando per danze e canti arbëreshë: tra melismi, dissonanze, canto sforzato e spoken word con rivoli ambient, psych e post-rock fino a impennate metal. Mette in scema la “via crucis” dell’uomo contemporaneo disconnesso dalla natura intesa come Madre Terra; un racconto possente e visionario della “de-sacralizzazione della Terra”, tra “stazioni” che si susseguono: la selva come porta d’accesso all’ineffabile, la discesa verso gli
inferi, lo Stabat, la danza irrisoria verso il potere e l’invocazione, fino a una sorta di ri-generazione finale, consapevolmente trasformativa. Un concerto strepitoso. Alla domenica lo stesso Ambrogio, in veste solista tra flauti, tamburi e chitarre, si è proposto alle Grotte di Toirano in un suggestivo concerto unico, “site specific”, “nudo”, narrativo, risonante e collettivo con le rocce e il pubblico, che ha attraversato in note e parole luoghi e memorie orali, dal suo Aspromonte ai siti antichi in cui ha preso forma il suo “Mater Nullius”.
Il secondo weekend è stato aperto venerdì 11, in piazza Govi a Boissano, dall’esibizione del trio Vesevo (Antonio Fraioli al violino, Antonio Di Ponte a voce e chitarra e Francesco Paolo Manna alle percussioni). Qui i codici della tradizione orale sono ripresi e dilatati, re-immaginati, ri-scritti in maniera creativa, salvaguardando la proiezione danzante. Così, dall’area vesuviana al giuglianese, dall’area amalfitana alle puntate in Calabria e Salento, è un susseguirsi di danze e canti che aprono lo sguardo sulla contemporaneità in un ritmo che si conserva serrato per tutto il set. Il giorno successivo le ex-scuderie del Marchese di Balestrino hanno accolto il concerto – per taluni il più estremo della programmazione 2026 –
del trio di Massimo Silverio (voce, chitarra ed effetti) con i formidabili Manuel Volpe (tastiere ed elettronica) e Nicholas Remondino (batteria). Un mood sonoro avant-folk, intimo, avvolgente e dall’estetica dark con cui il musicista di Cercivento, cresciuto con le espressioni della tradizione musicale e le villotte friulane, canta in dialetto carnico, il cjarnel, con timbro caldo, posato, a tratti recitato e salmodiante, conservando la memoria, la natura, la ritualità, i volti e le storie per rivelare l’anima profonda dei luoghi natii della sua Carnia. Tra riferimenti post-rock, industrial e pop scorrono “Grim”, “Scune”, “Avenal”, “Zoja”, “Vare”, la toccante “Nijo” (da “Hrudja”, suo primo acclamato disco) e poi ancora “Prin”, fino al bis di “Sorgjâl”, dalla sua ottima seconda incisione, “Surtùm”. Silverio usa la lingua madre come strumento generatore di suono e capace di comunicare sentimenti universali e locali, di radicamento e di spaesamento anche a chi non capisce una sola parola del testo. Una proposta introspettiva che scava nel dialetto (sempre più a rischio per lo spopolamento) per estrarre un suono crudo, contemporaneo e di respiro internazionale, creando connessione emotiva lontano dal folk dialettale che “inventa tradizioni” per intrattenimento.
Pienamente nel segno delle traiettorie musicali che intendono “consolidare” l’idea di un festival che non sia solo “vetrina” della tradizione, spesso in forme revivalistiche storicizzate, ma si affermi come ricerca di nuove declinazioni sonore che riflettano la complessità e l’ibridazione del presente, “un vero laboratorio creativo in cui strumenti antichi, archivi sonori, elettronica e scrittura contemporanea convivono nello stesso spazio”, come ribadito dalla direzione artistica. Da qui l’immagine di geografie fisiche e sonore diverse che si sono connesse: “dall’Aspromonte alla Carnia, dalla Sicilia all'entroterra vesuviano”. L’idea fondante è che “la tradizione, quando è praticata con libertà e rigore, possa diventare una forma d’arte d’avanguardia, capace di parlare al presente e alle nuove generazioni”.
Ciro De Rosa
Foto di Martin Cervelli
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