Polistrumentista e costruttore artigianale di strumenti musicali, Antonino Pio Rinella, per tutti “Nino”, è un diciottenne originario di Trabia (Pa) che ha cominciato da poco tempo a frequentare il Conservatorio A. Scarlatti. Nonostante la giovane età, è un giovane ed appassionato custode della liuteria tradizionale siciliana che ha appreso da autodidatta, affinando tecniche costruttive per la lavorazione della canna mediterranea (arundo donax), modellata con la foratura a fuoco tradizionale. Perfezionatosi al fianco di Giorgio Maltese e Giuseppe Roberto per i fiati etnici, e con Gioacchino Comparetto per l'oboe barocco. Milita nelle formazioni "I Terrazzani di Trabia" e "I Re di Esis", affiancando all'attività di costruttore a quella di musicista e compositore, In questa intervista ci ha raccontato il suo percorso, tra rigore della ricerca e trasmissione orale.
Che rapporto c'era, e c'è tuttora, con la musica nella tua famiglia?
Nella mia famiglia il rapporto con la musica ha radici lontane nel tempo. Sono cresciuto con i racconti su due figure per noi molto importanti: il mio bisnonno materno, un barbiere-musicista che suonava il mandolino, e lo zio di mio padre, sassofonista. Non ho fatto in tempo a conoscerli di persona, ma sono diventate figure quasi mitologiche per me, e credo che la mia dedizione nasca proprio dal desiderio inconscio di riannodare quel filo spezzato e far tornare la musica tra le nostre mura. I miei genitori non suonano, ma il loro sostegno è totale: sono i primi ascoltatori dei suoni che escono dal laboratorio.
Quando è nata la tua passione per la musica e per la liuteria?
Il mio legame con questi suoni è nato prestissimo: ho imbracciato il friscaletto a soli sei anni e, verso gli undici-dodici, ho sentito il bisogno di capirne le modalità di costruzioni. Il mio apprendistato è stato completamente da autodidatta e ho impiegato tre anni prima che riuscissi a dare vita a uno strumento maturo e intonato sotto ogni aspetto. In questo senso, avendo diciotto anni non mi sento affatto arrivato e, anche se ho trascorso sei anni tra i trucioli, mi sento solo agli inizi del mio viaggio. Ogni pezzo di canna o legno è vivo e reagisce al suono in modo diverso; quindi, c'è sempre un dettaglio da migliorare.
Dove e come hai imparato l'arte della costruzione degli strumenti musicali?
Il mio avvicinamento alla liuteria tradizionale nasce da un forte legame con la mia terra. Nel mio paese mancavano costruttori o pastori da cui "rubare il mestiere"; quindi, ho dovuto tracciare una rotta diversa, partendo - come detto - da autodidatta, spinto dalla curiosità di capire come la materia potesse trasformarsi in una scatola sonora. Ho studiato in modo autonomo testi storici ed etnomusicologici, passando poi a una lunga fase di sperimentazione pratica in laboratorio: per me costruire equivale a indagare il passato per restituire voce a una memoria che rischiava di andare perduta.
Come hai cominciato a costruire i tuoi strumenti?
Prima di affrontare la complessità degli aerofoni, ho tentato un esperimento semplice legato alla prassi agro-pastorale: ho intagliato un pezzo di canna ricavandone un elementare fischietto, o calamo. Ricordo l'emozione di quando, dopo aver praticato la prima tacca, ho soffiato e quel pezzo di natura ha emesso il suo primo suono: capire che le mie mani potevano dar voce alla materia mi ha rivelato subito quale sarebbe stata la mia strada. Nessuno mi ha guidato passo dopo passo; i miei maestri sono stati la pazienza, l'ascolto e i pochi testi reperibili sulla liuteria etnica siciliana, oltre agli strumenti antichi stessi, di cui ho studiato ossessivamente proporzioni e dettagli per replicarne la voce. È stato un percorso solitario, fatto di errori e pezzi distrutti, che ha richiesto disciplina ma mi ha regalato una libertà impareggiabile.