Martina Lupi – Dannate salvatrici (Filibusta Records, 2026)

È soffiando sulla viva fiamma della propria anima, lambendone delicatamente l’ombra, per accoglierne e rinnovarne la luce, che Martina Lupi lascia respirare ed esprimere la propria energia artistica. Attraverso un lungo processo gnoseologico e creativo, durato vent’anni, lasciandosi ispirare e abitare da archetipi, miti e storie di donne, che la cantautrice approda al suo primo progetto discografico solista, intitolato “Dannate salvatrici”. Esplorando l’universo femminile, con introspettività junghiana, la Lupi ricerca, destruttura e ricostruisce sé stessa irrobustendo la propria voce amplificando quella di tutte le donne. Questo aspetto ha fatto risuonare in me il ricordo di un sogno descritto dalla psicologa e cantadora Clarissa Pinkola Estés nel celebre saggio “Donne che corrono coi lupi”. Durante la visione onirica, la scrittrice osserva sé stessa mentre racconta delle storie, quando ad un tratto si rende conto che qualcuno le tocca affettuosamente un piede per incoraggiarla nella narrazione; volgendo lo sguardo verso il basso si rende conto di trovarsi sulle spalle di un’anziana signora, a sua volta a cavalcioni su di una lunga colonna di altre più anziane donne o antiche anime femminili. Nell’interpretare quanto sognato, la Estés risolse così: "Credetti alla vecchia del sogno che così dovesse essere. Il nutrimento per la narrazione viene da loro che se ne sono andate. Il narrare o ascoltare storie trae il suo potere da una colonna di umanità unita attraverso il tempo e lo spazio […]. Se unica è la fonte delle storie e unico il numen delle storie, tutto sta in quella lunga catena umana". È così che ho immaginato il dialogo della Lupi con le sue “dannate salvatrici”, figure femminili che, pur nella gracilità della loro condizione – condannate, maledette e mortificate – continuano a guidare e illuminare generazioni di donne con la forza del proprio esempio e della loro saggezza. L’album si apre con un rogo di parole, “Fiamma” è il titolo della prima canzone, che non brucia ma scalda il cuore e sembra voler ridestare dolcemente il femminile dall’atrofia alla quale è atavicamente confinato. Ma la sua voce non cede alla mineralizzazione, non è eco che rimbomba un vuoto, ma è parola viva, azione e direzione. Il brano, composto intorno ad un intenso dialogo tra pianoforte e violino, è dedicato a Giovanna D’arco, alla sua ascesi mistica e al suo sacrificio. La voce non grida aiuto, né vendetta, ma si adagia gentilmente su sé stessa, respira, come in preghiera, e si leva con tenerezza sillabando la parola “eternamente”, abbandonandosi ad una trasmutazione che da individuale diventa universale. “Fugadamé” è una ballad malinconica e struggente, che affida pieno protagonismo al pianoforte, i cui arpeggi sostengono il canto, e lo accompagnano, come in una danza, attraverso progressioni che illanguidiscono le ombre più oscure dell’anima. Interrogandosi sull’origine del dolore, “My Perfect Breath” conduce a un ascolto più profondo di sé, invitando a ritrovare nel respiro, nel suo ritmo e nella sua consapevolezza, uno spazio di cura e di riconnessione con il proprio spirito. Come raccontato in una delle tante interviste, l’archetipo che riluce in questi versi è quello della curandèra, guaritrice sciamana che, armonizzando sapientemente le energie dell’universo e i suoi elementi, orienta verso la rinascita. L’amore vive e sopravvive grazie a sogni e idealizzazioni, si nutre di “se” e di aspettative: su questo favoleggia “L’attesa di un giorno”; traccia che annoda rime di sublime eleganza, in cui la donna diviene musa, sospesa tra l’essere sposa e amante, immaginata come una fata, evanescente, quasi pulviscolare come il tempo che inesorabilmente sfugge. Giungiamo al cuore del disco attratti da un magnetico sibilare, un ricamo diplofonico, con il quale la Lupi ci trasporta in un’altra dimensione, quella del vento: “Khorakhanè” è un meraviglioso omaggio a Fabrizio De Andrè, ai versi in lingua romanì – e alla loro traduzione in italiano – che il cantautore aveva pensato per voce femminile e nei quali la cantautrice rinviene la potenza dell’archetipo della donna saggia, in grado di comunicare attraverso i popoli e le generazioni, elevandone l’umanità, proiettandola verso il cielo. Liberi in volo con “Realtà non è”, canzone che riecheggia la poesia “Caminante no hay camino” di Antonio Machado e che, insieme alla successiva “Distanza” compone un dittico: entrambe raccontano dell’eterno legame tra l’invisibile e la caducità del tempo. Dall’aria all’acqua, coinvolti in un processo di condensazione, cullati dalla corrente onirica di un fiume che assopisce il dolore, approdiamo a “Pasarero”, cover di una dolcissima canzone del compositore argentino Carlos Aguirre. L’album si conclude in maniera “uroborica”, proponendo una versione in francese (“Flamme”) e un’altra in spagnolo (“Flama”) della traccia iniziale “Fiamma”. Forte dell’esperienza maturata nella band Tupa Ruja e di una ricerca musicale profonda e raffinata, nutrita da fecondi incontri con musicisti con i quali ha condiviso una particolare alchimia artistica – come Alessandro Gwis (pianoforte e live electronics), Michele Gazich (violino) e Mattia Lotini (chitarra elettrica e basso) – Martina Lupi è riuscita a raggiungere la sua “rubedo”. 


Maria Claudia Leone

Posta un commento

Nuova Vecchia