Taj Mahal & The Phantom Blues Band – Time (Resonatin’ Records/Thirty Tigers, 2026)

Atmosfere senza tempo percorrono i dieci brani di “Time”, album in cui Taj Mahal mette insieme molte delle sue passioni musicali, miscelando il suo blues con raggae, calypso e soul (e anche qualcos’altro). L’album – che riporta sia brani inediti che cover – è registrato con la Phantom Blues Band, ensemble nato negli anni Novanta proprio per accompagnare Taj in tour e composto da musicisti raffinati e navigati (come si legge nel sito della band: “Together and separately, these six men have contributed to Blues and Rock and Roll musical history as session players and sidemen with scores of artists”): Larry Fulcher al basso, Tony Braunagel alla batteria, Joe Sublett al sax tenore e baritono, Darrell Leonard e Lester Lovitt alla tromba, Johnny Lee Schell alla chitarra. L’andamento complessivo dell’album è piacevolmente equilibrato (“Life of love”). Non presenta, cioè, elementi di instabilità evidenti (che potrebbero essere determinati, ad esempio, da cambi repentini di atmosfera e di impianto nello scorrere dei brani), nonostante, come si diceva in apertura, i dieci brani definiscono uno spazio dai contorni variegati - di certo non omogenei (“You put the whammy on me”). Ma questo, quando a guidare sono la mano ferma e la voce possente di Taj Mahal, non disturba e non inficia l’attenzione. Per un motivo molto semplice - ancorché per nulla scontato: lo stile è quello. E non si tratta di una forzatura retorica - di una scappatoia che fa leva sull’aurea dell’artista. Si tratta del resoconto di un ascolto attento e del riscontro di quanto determinato sia Taj Mahal a fare la sua musica, ciò che lui intende tale, oltre le sfumature e (figuriamoci) le etichette. Nessuna etichetta si potrebbe attaccare a “Time” - pur sforzandosi di architettare interpretazioni e di incollarci sentimenti. “Time” è una delle essenze di Mahal (classe 1942) che oggi, oltre a produrre incessantemente musica “consapevole” (solo negli ultimi quattro anni la sua discografia si è arricchita con “Rooms on the porch”, secondo capitolo della collaborazione con Keb Mo, “Savoy”, un compendio di old swing e “Get on board” con Ry Cooder), si insinua in tutti i pertugi della tradizione musicale americana, estraendo ogni volta qualcosa di nuovo (“Sweet Lorene”). Come dicevamo, siamo ben lontani dalla semplice celebrazione – appunto, troppo semplice aderire all’unanimità della critica, che lo elogia, a ragione, come una delle voci più autorevoli della musica contemporanea. Però, davanti a un album come questo – che si porta dietro le centinaia di canzoni scritte, ascoltate e suonate da Mahal – non si può resistere da un riconoscimento ossequioso: si può anche preferirlo quando è più vicino al blues ruvido e chitarristico, meglio ancora quando si attesta sul timbro acustico, ma il flusso dei brani è esteticamente perfetto (“Ask me ‘bout nothing – but the blues”). Non perché le canzoni siano morbide, calde, permeate da un insieme di voci amalgamate e coerenti. Ma perché si sente quella consapevolezza di cui si diceva prima. Si sente il suono che esce come è stato pensato (“Rowdy blues”). Ecco, si sente il pensiero del suono e la base su cui poggia la sua costruzione: millimetrica, perfetta, naturale. In questo quadro, ogni tratto del processo appare omogeneo (“It’s your voodoo working”). Al di sopra di questo, poi, vi sono i movimenti dei musicisti coinvolti (come detto, miracolosi) i quali, con la sicurezza di una piccola orchestra assestatissima, seguono il maestro in ogni sua peregrinazione. A partire dalla sorgente dell’intero album, ovvero da “Time”, il brano che ha anticipato l’album e che Taj ripesca (la storia, che si può leggere in varie recensioni dell’album, è piacevolmente rocambolesca) tra gli inediti di Bill Withers. Siamo in un territorio di materie che si amalgamano, in uno spazio pieno di armonie semplici e dritte, che avvolgono e spingono a muoversi in una direzione precisa. Non serve interrogarsi sullo stile, sperimentare nuove scritture, è sufficiente fluttuare su quei pochi ma essenziali fondamentali: la voce e la chitarra, poi intorno voci profonde, fiati, pianoforte e ritmo calmo (“Talkin’ Blues”). 


Daniele Cestellini

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