Pochi cantautori possono porre nella loro bacheca settantanove album di qualità e novantatré anni. Si potrebbe pensare che dopo una carriera così lunga ormai un artista abbia detto tutto ciò che doveva dire. Willie Nelson, invece, con “Dream Chaser”, dimostra non solo di avere ancora qualcosa da dire ma di riuscire a farlo a modo suo. In questo album, Nelson ci confida che se si inseguono i propri sogni poi, una volta raggiunta la vecchiaia, si può guardare alla propria vita con un sorriso. È impossibile però forse arrivare alla sua età senza alcun rimorso. Ecco quindi che il mal d’amore si prende il suo spazio e ritornano alla mente tutti quegli errori che si può aver commesso amando qualcuno o non amandolo abbastanza.
L'album si apre con la title track, null'altro che la riflessione in retrospettiva sulla vita di uomo, un cantautore che ha sempre inseguito i propri sogni. Il tempo passa rapidamente, ma spesso ce ne accorgiamo solo una volta che siamo arrivati alla fine del percorso e tutto ciò che rimane da fare è guardarsi indietro, stupirsi di dove quei giorni e quelle fatiche che allora sembravano insuperabili se ne siano andate, per poi ammettere che rifaremmo tutto di nuovo. Se l’apertura dell’album denota uno sguardo sereno sulla propria vita, ciò che ci troviamo di fronte proseguendo l’ascolto potrebbe essere letto come un amaro romanzo d’amore. “Fly Away” è la personificazione del rimorso di un uomo che non è stato in grado di amare la sua donna come lei avrebbe meritato, mentre “We’d Make a Good Movie” si sofferma sulle gioie e i dolori da film di una coppia che, come tutte, essendo reale, vive di alti e bassi, di momenti d’amore e altri in cui si litiga e ci si allontana emotivamente. “I Can’t Read Your Mind” racconta proprio questi momenti di incertezza in cui la relazione freme in un limbo e l’amore cede all’incomprensione. Sebbene la canzone abbia toni amari, l’attacco ha un sottotono ironico: il protagonista afferma di non poter leggere la mente della sua donna perché le scritte sono troppo piccole, un’idea suggerita a Nelson da Bob Dylan. Un’ironia amara che torna anche in “Whiskey Wants Me To”, la beffarda storia di un uomo che vorrebbe smettere di bere, ma il suo vecchio amico, il whiskey, non glielo permette. Questa storia d’amore sembra continuare in maniera drammatica con due break up songs, “Wonder What I’m Gonna Do” e “After All”, la prima che fa eco a “Fly Away”, mentre la seconda sembra mostrarci come è proseguita la storia, con l’uomo rimasto al bar a bere ad affogare la sua tristezza, mentre la sua amata ha già trovato qualcun’altro. Tuttavia, “Love Overdue” prospetta un lieto fine anche per il protagonista che, dopo tanto tempo, trova l’amore della sua vita: un amore a lungo atteso o long overdue, riprendendo l’intelligente gioco di parole con il titolo. Il finale dell’album torna però poi su note dolceamare. “I Don’t Think I’ve Cried Today” racconta di un uomo che forse sta riuscendo a superare la sua delusione d’amore e a riiniziare a sorridere dopo tante lacrime, anche se queste scompaiono sono alla vista, ma rimangono imbottigliate nei suoi occhi. “Developing My Pictures”, una canzone degli anni sessanta scritta da Earl Montgomery, chiude l’album da un altro punto di vista: è lui adesso a non essere sicuro della donna che gli sta accanto, che lui ama, ma che sembra comportarsi in maniera ambigua nei suoi confronti, rendendogli difficile capire quali siano le sue reali intenzioni, una canzone che torna sul tema dell'incomprensione, riaprendo un cerchio che sembra destinato a non chiudersi mai.
Per questo album, Nelson si è avvalso di diversi co-autori, tra cui spicca Bobby Tomberlin, già co-autore della celebre “One More Day” per i Diamond Rio o, più di recente, “Someday It’ll All Make Sense” per Bill Anderson e la compianta Dolly Parton, mentre il sodalizio ormai ventennale tra Willie Nelson e Buddy Cannon, co-autore di otto canzoni e produttore, è una scommessa vinta in partenza. A livello strumentale, l’album è dominato dalla steel guitar che, adornata dalle rugose note di Trigger, la chitarra di Nelson, restituisce la nostalgia e il rimorso a cui i testi accennano. Dove non arrivano loro, ci pensa l’armonica.
Ormai anziano, Willie Nelson sembra essersi lasciato alle spalle lo spirito outlaw che lo ha spesso contraddistinto durante la sua carriera, per diventare semplicemente quello che è, un uomo che ha vissuto molto e che guarda alla propria vita con un misto di serenità e rimorso. Ciò che colpisce maggiormente è che le sue canzoni, anche se nuove, suonano sempre come dei classici. Il soffio rauco e leggermente nasale della sua voce rimane immediatamente riconoscibile, quanto il suono della sua chitarra. Alcuni potrebbero definirlo l’ultima leggenda vivente del country e Nelson, anche alla sua età, non sembra aver voglia di smentirli.
Fabio Diegoli
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