Bronagh Slevin – Rewilding (Bronagh Slevin, 2026)

Quando si parla di musica spesso si dice che sia un linguaggio universale, un modo per avvicinare persone lontanissime tra loro per stile di vita e cultura. Alla base dell’album “Rewilding” c’è una domanda che riassume proprio questo concetto: cosa succede quando l’Oceano Atlantico incontra il Mar Mediterraneo? Una domanda che riguarda anche la biografia dell’autrice stessa, Bronagh Slevin, cantante e polistrumentista nata in Irlanda, ma che vive da tanti anni in Sicilia. Prima di arrivare a questo lavoro, il suo nome era legato a progetti di genere trip hop (musica elettronica nata negli anni ’90 a Bristol e caratterizzata da ritmi hip hop rallentati, atmosfere cupe, suoni psichedelici etc.), come la collaborazione con il gruppo Crustation. In quel contesto firmò come voce e autrice brani diventati poi rappresentanti del genere: “Purple”, prodotto da J Dilla per A Tribe Called Quest e dai francesi Air, e “Flame”, ancora oggi presente nelle playlist tematiche più ascoltate. L’album “Bloom”, uscito per Sony Music UK e di recente ristampato in vinile, è considerato un piccolo classico del trip hop. Contemporaneamente, Slevin ha continuato a coltivare il legame con lo strumento che più la definisce, cioè il violoncello, e l’album di nostro interesse rappresenta una fusione tra le sonorità mediterranee della Sicilia e le melodie legate alle sue radici irlandesi. Oltre al violoncello, si possono ascoltare anche tanti altri strumenti suonati dall’autrice stessa e dai musicisti che hanno collaborato con lei. Tra questi spiccano fiati come tin e low whistle, percussioni come bodhrán e marranzano siciliano, strumenti a corda come il charango andino, oggi reso celebre soprattutto dal compositore argentino Gustavo Santaolalla (due volte premio Oscar per la colonna sonora dei film “I segreti di Brokeback Mountain”, “Babel” e autore delle musiche dei videogiochi della serie “The Last of Us”). Una caratteristica ricorrente del disco è che tutti gli strumenti dialogano fra loro e non è presente il virtuosismo fine a sé stesso. Questo dialogo tra gli strumenti si riflette anche nella scrittura dei brani, perché non si può parlare di una tipica struttura con strofa e ritornello, ma di una forma più libera. Si potrebbe dire che le canzoni vadano avanti per accumulo degli elementi fino a raggiungere un climax che non è mai esplosivo, ma sempre contenuto, quasi trattenuto. È una scelta coerente con il concetto stesso di “rewilding”: non un ritorno violento e improvviso alla natura, ma un processo lento, fatto di piccoli passi. Sul piano tematico ricorrono spesso immagini legate all’acqua e alla terra, come a evocare in parte l’Oceano Atlantico che bagna l’Irlanda e in parte i vulcani e le montagne della Sicilia. Potrebbero essere tutte caratteristiche che nell’immaginario dell’autrice diventano metafore di radicamento, di un'appartenenza che non è mai stata scontata per chi, come lei, ha scelto di vivere lontano dal proprio paese d'origine. Non stupisce che uno dei brani più intensi del disco, “Mother I Feel You” (cover del brano di Windsong Dianne Martin), metta insieme questi due piani, trasformando la terra in una figura materna a cui rivolgersi direttamente, quasi in preghiera. Inoltre, c’è da sottolineare un altro aspetto interessante dell’opera: la scelta di registrare l'intero album dal vivo, in un'unica performance, senza sovraincisioni successive. Una decisione che va controcorrente rispetto alla produzione musicale contemporanea e che restituisce a “Rewilding” un senso di autenticità e di rischio condiviso tra i musicisti coinvolti. Altri musicisti che al giorno d’oggi hanno scelto di registrare un disco interamente dal vivo sono stati, per esempio, i jazzisti Claudio Cardito e George Garzone. In conclusione, “Rewilding” è consigliato a chi cerca un disco capace di raccontare in suoni l’incontro tra l’Atlantico irlandese e la Sicilia adottiva di Bronagh Slevin. Non un ascolto di sottofondo, ma un'esperienza che chiede tempo e un orecchio concentrato, disposto a seguire un percorso fatto di accumuli lenti più che di ritornelli immediati. Chi si lascia guidare dentro questa atmosfera sospesa, fatta di acqua, terra, vulcani e radici lontane, trova un disco coerente e capace di parlare di appartenenza senza retorica. Non un lavoro per tutti i momenti, ma per chi è disposto a fermarsi ad ascoltare davvero. 


Francesco Tommasino

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